LAVORO & COVID/ L’andamento dei contratti tra la prima e la seconda ondata

- Giuliano Cazzola

In questi giorni sono state rese pubbliche le Comunicazioni obbligatorie relative al terzo trimestre dell’anno, nel periodo tra le due ondate di Covid

Operaio al lavoro con mascherina
(LaPresse)

Il sistema delle “Comunicazioni obbligatorie” (CO) ha razionalizzato le vecchie modalità degli adempimenti a cui erano tenute le aziende e che venivano inoltrate ai diversi enti competenti per i vari aspetti del rapporto di lavoro. Con questo sistema si invia una sola comunicazione ai fini dell’adempimento a tutti gli obblighi prima previsti nei casi di instaurazione, trasformazione, proroga e cessazione del rapporto di lavoro. È evidente allora che i dati relativi alle entrate e alle uscite e agli altri aspetti non sono in grado di prefigurare i movimenti reali del mercato del lavoro, in quanto le comunicazioni al ministero del Lavoro potrebbero riguardare la stessa persona censita in differenti rapporti di impiego nel periodo considerato. Il sistema CO è comunque utile a monitorare la dinamica del mercato del lavoro, soprattutto se riferite a un arco temporale breve (nel nostro caso il trimestre) e se le entrate superano le uscite. Assume inoltre importanza il numero delle trasformazioni del rapporto di lavoro, soprattutto se indirizzate a forme più stabili.

In questi giorni sono state rese pubbliche le CO relative al III trimestre dell’anno in corso, riguardanti mesi collocati nella “terra di nessuno” compresa tra la prima e la seconda fase della pandemia, nella continuità del blocco dei licenziamenti economici e della Cig da Covid-19. Purtroppo gli effetti del virus sono imprevedibili e procedono con maggiore speditezza della possibilità di misurarne la portata. In una situazione siffatta la pandemia funziona sempre come una cesura netta tra il recente passato e il presente e non consente di anticipare il futuro. Ne deriva il depotenziamento della serie storica dei dati statistici perché il filo rosso di una possibile continuità dei trend dell’occupazione (e della disoccupazione) potrebbe interrompersi e iniziare di nuovo.

Venendo ai risultati emergenti dalle CO nel terzo trimestre del 2020, le attivazioni dei contratti di lavoro, calcolate al netto delle Trasformazioni a Tempo indeterminato, sono risultate pari a 2 milioni e 824 mila, in calo del 6,2% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente (pari a -186 mila contratti), e hanno riguardato 2 milioni e 261 mila lavoratori, in calo tendenziale di circa 44 mila individui (-1,9%).

Grafico 1. Variazione tendenziale dei rapporti di lavoro attivati e dei lavoratori coinvolti (valori percentuali). Serie storica I trimestre 2011 – III trimestre 2020

Considerando anche le Trasformazioni a Tempo indeterminato, pari a poco più di 163 mila, il numero complessivo di attivazioni di contratti di lavoro raggiunge 2 milioni e 987 mila, in calo del 7,1% (pari a 229 mila attivazioni in meno) rispetto al corrispondente periodo del 2019.

Il calo delle attivazioni ha coinvolto il Nord del Paese (-9,5%) e in misura maggiore il Centro (-12,2%), mentre nel Mezzogiorno si assiste a una lieve diminuzione tendenziale pari allo 0,7%. Si osserva, inoltre, che nel Centro del Paese le attivazioni (comprensive delle Trasformazioni) diminuiscono in misura superiore per la componente femminile. Di contro, nel Nord si registra un calo maggiore per gli uomini (-9,9% rispetto a -9,1% per le donne). Nel Mezzogiorno, invece, a un calo dell’1,9% per la componente maschile si contrappone una crescita dell’1,0% per quella femminile.

Il 71,2% del totale delle attivazioni (comprensive delle Trasformazioni a Tempo indeterminato), pari a 2 milioni e 987 mila, risulta concentrato nel settore dei Servizi, che mostra un calo pari al 6,8% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. L’Industria, invece, che con 377 mila attivazioni rappresenta il 12,6%, presenta una diminuzione più intensa, pari al -13,7%. Nell’ambito del settore industriale il calo interessa maggiormente le donne (-17,7%, mentre per gli uomini risulta -12,6%) e riguarda in misura superiore l’Industria in senso stretto (-19,3%) rispetto alle Costruzioni (-4,7%). Di contro, il settore dell’Agricoltura, che con 485 mila attivazioni assorbe il 16,2% del totale, fa registrare una diminuzione di 13 mila attivazioni, pari a -2,7%, soprattutto per il calo osservato nella componente maschile (-3,2%).

Le attivazioni dei contratti a Tempo indeterminato, comprensive di 163 mila Trasformazioni (di cui 111 mila da Tempo determinato e 52 mila da Apprendistato), determinano un complessivo flusso in ingresso verso il Tempo indeterminato pari a 544 mila, in calo di 105 mila attivazioni rispetto allo stesso periodo del 2019 (-6,1%), che risulta superiore alle 465 mila cessazioni a Tempo indeterminato. La dinamica delle Trasformazioni contribuisce al negativo andamento del flusso in ingresso verso il Tempo indeterminato: il calo tendenziale di 105 mila ingressi nei contratti a Tempo indeterminato è, infatti, spiegato per circa il 41% dalla diminuzione delle Trasformazioni a Tempo indeterminato (pari a -44 mila). Le attivazioni a Tempo determinato sono calate del 4,5%, mentre i contratti di Apprendistato presentano una diminuzione tendenziale pari al 12,7%. Le attivazioni relative alla tipologia contrattuale costituita per lo più dai contratti di lavoro Intermittenti, mostrano un calo meno marcato, pari a al 3,5%. Le attivazioni dei contratti di Collaborazione calano invece dell’8,5% portandosi a un valore simile a quello riscontrato per l’Apprendistato.

La dinamica tendenziale descritta conduce a una leggera ricomposizione delle quote percentuali delle attivazioni per tipologia di contratto in favore della tipologia contrattuale a Tempo determinato, il cui peso cresce di 1,8 punti percentuali, passando al 67,6% del totale dei contratti attivati, a cui si associa sia un calo di 2,0 punti percentuali della quota relativa al Tempo indeterminato, che si abbassa al 18,2%. La diminuzione tendenziale dei lavoratori attivati, al netto delle Trasformazioni, viene registrata per tutte le età fino a 54 anni e in particolare per i giovani 15-24enni (-4,6%) e per gli individui con età compresa tra 35 e 44 anni (-4,2%), mentre per i lavoratori dai 55 anni in su si osserva un aumento (+4,9% per la classe 55-64 anni e +2,1% per gli over 64). Le dinamiche tendenziali di diminuzione delle attivazioni e dei lavoratori coinvolti ha determinato un calo del numero di attivazioni pro-capite, che passa da 1,31 nel terzo trimestre del 2019 a 1,25 nel terzo trimestre del 2020.

Nel trimestre in esame si registrano 2 milioni 519 mila cessazioni di contratti di lavoro, con un decremento di 448 mila unità, pari a -15,1% nei confronti dello stesso trimestre del 2019. Al numero di cessazioni osservate nel trimestre si associano 2 milioni 6 mila lavoratori, con un decremento di 304 mila unità (pari a -13,2%). La riduzione tendenziale delle cessazioni (-15,1%) risulta superiore rispetto a quella osservata per le attivazioni (-6,2%), così come il calo tendenziale dei lavoratori cessati (-13,2%) è più alto di quello dei lavoratori attivati (-1,9%). I rapporti di lavoro cessati registrano un decremento che interessa entrambe le componenti di genere, in misura superiore le donne (-15,7% rispetto -14,6% degli uomini) ed è esteso a tutte le ripartizioni geografiche con una riduzione tendenziale più consistente nelle regioni del Centro (-19,5%, pari a -133 mila rapporti).

Grafico 2 – Variazione tendenziale dei rapporti di lavoro cessati e dei lavoratori coinvolti (valori percentuali). Serie storica I trimestre 2011 – III trimestre 2020

Il 72,9% delle cessazioni è concentrato nel settore dei Servizi, che registra una riduzione pari a -16,6% (-365 mila cessazioni). La variazione tendenziale negativa interessa sia il settore dell’Industria in senso stretto, dove la diminuzione risulta pari a -18%, che, in misura minore, le Costruzioni (-13,7%), dove coinvolge le donne in misura maggiore rispetto agli uomini (-17,2% a fronte del -13,6%). Anche nell’Agricoltura, dove la variazione negativa è minore rispetto agli altri settori di attività (-5,4%), la riduzione delle cessazioni è superiore nelle donne (-6,2%) rispetto agli uomini (-5,1%).

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