LAVORO E POLITICA/ Il ritardo dei sindacati sulle riforme che contano

- Massimo Ferlini

Le organizzazioni sindacali arrivano all’appuntamento dell’indispensabile riforma dei servizi per il lavoro in netto ritardo

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Fisco, pensioni, lavoro. Sono tre riforme all’ordine del giorno, ritenute necessarie per sostenere l’utilizzo delle risorse che saranno investite e fare in modo che il Pnrr italiano abbia il massimo effetto moltiplicatore per realizzare un salto di equità sociale.

Per fisco e pensioni sono stati avviati tavoli di confronto, sono partiti i primi dibattiti e confronti. Sia i singoli partiti che le forze sociali e sindacali hanno avanzato proposte. Per ora sono talvolta suggestioni che toccano solo parte dei problemi più generali (un nuovo sistema pensionistico tocca anche un nuovo modello di welfare), ma si coglie un lavorio e un’elaborazione che stanno costruendo ipotesi per cercare basi comuni di confronto. Il lavoro, sistema che sta alla base anche del ridisegno generale di welfare di comunità, sembra tema accantonato da tutti. Nessuno avanza una proposta che indichi quantomeno un orizzonte verso cui muoversi.

È di questi giorni la pubblicazione di una ricerca tecnica del gruppo di lavoro della Commissione europea che richiama gli squilibri che caratterizzano il nostro mercato del lavoro. Come tutti quelli che hanno analizzato i dati dell’occupazione italiana di questo periodo, anche il documento europeo ha messo in luce che il blocco dei licenziamenti abbinato alla generalizzazione dell’uso della cassa integrazione come unico ammortizzatore sociale aveva accentuato alcuni fenomeni di dualismo presenti nel nostro mercato del lavoro.

In particolare, come sottolineato da tutti gli osservatori, chi aveva contratti a termine è stato espulso indipendentemente dalla situazione aziendale. Viceversa, abbiamo aziende che non avranno futuro che sono tenute in piedi dal blocco licenziamenti. Lo studio ribadisce un’osservazione che era nota anche quando fu compiuta la scelta di ricorrere alla Cig e al blocco dei licenziamenti. È una misura che distorce l’andamento del mercato sia verso i lavoratori che verso le imprese. In più si deve valutare che al prolungarsi del blocco crescono i costi sociali che emergeranno con la sospensione delle misure.

L’assenza di una strategia per le riforme del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali ha fatto sì che il dibattito conseguente ai dati pubblicati dallo studio europeo sia stato più finalizzato a definire non ufficiale lo studio invece di considerare il merito delle osservazioni.

Le risposte ministeriali sono state di svalutazione del rapporto. Quelle sindacali hanno richiamato la particolarità della nostra situazione, ma con una nuova apertura. Il punto di vista sindacale non si discosta dal pretendere un’ulteriore proroga generalizzata per il blocco dei licenziamenti. Incomincia però a farsi strada la considerazione che non potrà durare all’infinito e che si dovrà affrontare un picco di disoccupazione in assenza di un sistema di servizi per il lavoro capace di promuovere formazione e occupabilità per sostenere le transizioni da lavoro a lavoro. Non c’è ancora chiarezza su questo punto e così la posizione unitaria si ferma a dire che il blocco deve proseguire fino all’avvio della riforma degli ammortizzatori sociali. Tale riforma dovrà assicurare un sistema più universalistico ma non si dice nulla a proposito dei servizi necessari ad abbinare politiche attive del lavoro al nuovo sistema di strumenti passivi di sostegno al reddito.

Il ritardo con cui le organizzazioni sindacali arrivano all’appuntamento dell’indispensabile riforma dei servizi per il lavoro riguarda in particolare le strutture confederali più che le organizzazioni di categoria. Queste ultime hanno spesso già recepito nelle loro piattaforme l’importanza della formazione permanente sia per tutelare il lavoro di fronte ai cambiamenti tecnologici delle singole imprese, sia le persone sul mercato del lavoro.

A livello confederale pesa soprattutto il ritardo con cui la Cgil arriva all’appuntamento delle riforme di fondo del mercato del lavoro. L’analisi è ferma a considerare tutte le forme di lavoro che non sia con contratto a tempo indeterminato e con grandi organizzazioni produttive come forma di sfruttamento e precariato. Le forme di tutela per i lavoratori sono definite su questi parametri e rinviano quindi a sopravvalutare gli ammortizzatori passivi rispetto alle politiche attive del lavoro. A ciò si aggiunga il pregiudizio negativo verso le agenzie private che si occupano dei servizi al lavoro e che sono indispensabili per avviare un sistema di servizi al lavoro anche nel nostro Paese, affiancandole ai Centri per l’impiego pubblici, troppo poco sviluppati per riuscire a operare da soli.

Ciò che però emerge da queste posizioni è la lettura sbagliata della composizione dei lavoratori che si è determinata nel corso degli ultimi anni per le trasformazioni avvenute nell’economia. Così si punta a rappresentarne un numero sempre minore, e peraltro i più tutelati.

Giovani e donne restano fuori sia dai sistemi di tutele, sia dai sistemi di rappresentanza se non si procederà rapidamente a un’analisi di com’è il lavoro oggi.

Un tempo andava di moda dire che “occorre fare sempre ricorso a un’analisi concreta della situazione concreta”. L’analisi della composizione del lavoro di oggi che emerge dalle proposte sindacali sembra invece avere al centro lenti appannate dall’ideologia e una visione della società del lavoro ferma al secolo scorso.

Senza un salto di qualità dell’analisi e delle proposte sarà ancora più indebolita anche la capacità di avere una forte rappresentanza. Le minacce di aprire fronti caldi di scontro con il Governo rischiano di essere solo ululati notturni se non c’è assieme la capacità di stare dentro il processo riformatore dando rappresentanza alle esigenze di tutti i lavoratori.

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