LAVORO E POLITICA/ Le armi spuntate dell’Italia per contrastare la disoccupazione

- Natale Forlani

L’Istat ha diffuso i nuovi dati sul mercato del lavoro, nei quali però non si vede ancora il vero effetto della crisi sull’occupazione

Operaio al lavoro con mascherina
Operaio al lavoro con mascherina (LaPresse, 2020)

La crescita del numero degli occupati (+63mila) comunicata ier dall’Istat per il mese di novembre 2020 prosegue il lento recupero dei livelli antecedenti l’inizio della adozione delle misure di distanziamento anti-Covid. Pur rimanendo distante (-390mila occupati) rispetto al mese di novembre dell’anno anno precedente. Non ci stancheremo mai di sottolineare come la lettura di questi numeri debba essere fatta ponderando le conseguenze dei provvedimenti legislativi, in particolare quelli relativi al blocco dei licenziamenti e alle proroghe massicce delle casse integrazioni, che producono l’effetto di contenere la quota dei potenziali esodi di personale, e la quota dell’ordinario turnover, che per la componente del lavoro dipendente hanno comportato un paradossale aumento di 123mila occupati a tempo indeterminato, a fronte di una riduzione di 410mila lavoratori a termine per via della riduzione drastica delle nuove assunzioni. Riduzione che si riflette negativamente sulle componenti di età, di genere e professionali che caratterizzano in via ordinaria i nuovi flussi di ingresso nel mercato del lavoro: i giovani (-284mila), le donne (-188mila) e i lavoratori autonomi (-103 mila). Questi ultimi per via delle mancate aperture delle nuove partite Iva.

Sul versante opposto, gli effetti delle misure amministrative hanno comportato una significativa crescita dei lavoratori over 50 (+130mila), motivata essenzialmente dal naturale invecchiamento della popolazione occupata. Nell’insieme il blocco parziale delle attività economiche ha prodotto un effetto di scoraggiamento nella ricerca di un lavoro e una significativa riduzione del numero dei disoccupati (-256mila), che si sono riversati nell’aumento delle persone inattive (+479mila). L’irrigidimento delle misure di lockdown nel mese di dicembre fa presagire che questi numeri siano destinati a peggiorare per via delle mancate assunzioni di lavoratori stagionali abitualmente previste per il mese delle feste per eccellenza.

Gli effetti di trascinamento dell’anno che si è appena concluso restano fortemente condizionati dall’evoluzione delle conseguenze economiche dell’emergenza Covid e dalla efficacia delle misure di contrasto messe in campo per contrastare la diffusione del virus. L’intensità dei processi di selezione delle aziende e dell’occupazione, con l’incremento dei costi pubblici e privati che ne derivano, saranno rapportati alla continuità temporale delle misure di distanziamento. Allo stato attuale è possibile ponderare in oltre mezzo milione di unità il volume delle potenziali dismissioni di personale che potrebbero verificarsi in relazione alla fuoriuscita dal blocco dei licenziamenti prevista a partire dal prossimo 1° aprile.

Il costo occupazionale derivante dalle mancate assunzioni di nuovi lavoratori, soprattutto nei settori delle attività di accoglienza, ristorazione, mobilità delle persone e ludico collettive, è stimabile in almeno 100mila unità per ogni mese, in buona parte per rapporti di lavoro a termine o stagionali, in coincidenza del prosieguo delle misure lockdown. Sulle mancate assunzioni nel complesso delle imprese private, parte delle quali non ha subito perdite del fatturato, pesa l’effetto di scoraggiamento legato all’impossibilità di dismettere il personale. Una stima recente sull’andamento delle nuove assunzioni da parte delle aziende e delle famiglie private, effettuata dall’indagine periodica Excelsior di Anpal e Unioncamere, valuta una riduzione del 30% delle domande delle imprese nel corso del 2020 rispetto all’anno anno precedente. La medesima indagine mette in evidenza che per le domande di lavoro avanzate si è verificato un paradossale aumento, dal 26% al 30% rispetto al 2019, della quota del personale che è risultata di difficile reperimento, per un concorso di motivazioni che vanno dalla difformità dei percorsi di formazione rispetto alle caratteristiche dei profili richiesti alle carenze di specializzazione dei potenziali candidati, alla mera indisponibilità a svolgere mansioni che comportino disagi lavorativi in termini di attività fisica, orari di lavoro, mobilità territoriale.

L’aumento delle domande di lavoro che non trovano riscontro continua a risentire delle criticità storiche dello scollamento tra i percorsi educativi-formativi e quelli lavorativi, ma viene accentuato dal forte incremento della richiesta di avere competenze nella gestione delle tecnologie digitali, che riguarda in modo trasversale il 60% dei profili richiesti dalle imprese, e in particolare dal 40% delle stesse che ha investito in modo significativo nell’adeguamento delle organizzazioni del lavoro in questa direzione.

Queste tendenze, analogamente a quelle evidenziate da altre indagini sviluppate in ambito europeo e internazionale, confermano che nel corso della crisi si sta generando un riposizionamento delle imprese nei diversi mercati, e che dall’intensità e qualità di questo riposizionamento dipenderanno le prospettive dell’occupazione futura. Uno scenario che invita alla necessità di contemperare in modo ragionevole le politiche del lavoro mirate ad assicurare un elevato grado di resistenza delle organizzazioni produttive esistenti con quelle finalizzate a renderle competitive per il futuro adeguando quelle esistenti e generando nuove imprese e nuove opportunità di lavoro nei comparti trainanti.

Un’analisi comparata delle politiche del lavoro messe in campo dai principali Paesi europei conferma lo sbilanciamento di quelle italiane verso l’introduzione di normative rivolte a vincolare i comportamenti delle imprese nella gestione del personale, ad ampliare le misure di sostegno al reddito mirate ad assicurare la continuità formale dei rapporti di lavoro, e ad agevolare il pensionamento anticipato dei lavoratori anziani. Mentre restano del tutto marginali quelle mirate a migliorare l’occupabilità delle persone e le transizioni lavorative verso nuove opportunità di lavoro.

Buona parte di questi ritardi sono frutto dei nostri storici retaggi culturali. Nel corso dell’ultimo anno l’incremento esponenziale dei sostegni al reddito dei lavoratori è stato ampiamente giustificato dalle caratteristiche della crisi Covid. Come abbiamo sottolineato in un recente articolo, è l’approccio generale al tema delle politiche del lavoro che continua a essere inadeguato. Privo di una seria analisi delle tendenze, caratterizzato da interventi frammentari che rasentano il ridicolo, come nel caso delle misure destinate ai beneficiari del reddito di cittadinanza, ovvero delimitato su progetti caratterizzati da buone intenzioni ma di corto respiro, il più recente denominato Gol (Garanzia occupabilità per i lavoratori), finanziato con 230 milioni di euro. Nulla che abbia a che fare con il ripensamento complessivo delle politiche attive che coinvolga l’insieme degli attori, e delle risorse, che dovrebbero essere destinate alla priorità di integrare i percorsi formativi con quelli lavorativi, a investire in modo costante sull’incremento delle competenze dei lavoratori e per offrire servizi di orientamento e di incontro domanda-offerta all’altezza dei problemi.

Allo stato attuale questo è l’armamentario a disposizione della nostra comunità nazionale per affrontare l’esigenza di riposizionare qualche milione di posti di lavoro nei prossimi anni. L’esito è pressoché scontato. Nei prossimi mesi i temi prioritari delle nostre politiche del lavoro continueranno a essere il prosieguo delle casse integrazioni, il blocco dei licenziamenti e il pensionamento anticipato dei lavoratori.

© RIPRODUZIONE RISERVATA