LAVORO E POLITICA/ Le risposte zoppicanti di Italia e Ue alla crisi

- Gerardo Larghi

Lo spettro della disoccupazione, a causa della pandemia, avanza in tutta Europa. E non sembrano essere state prese misure molto efficaci

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Lapresse

Tanto piovve che infine nevicò. Ci si passi la parafrasi di un detto celebre, ma davvero non si sapeva come incominciare a riflettere su quel che tutti si immaginava sarebbe successo e che tutti, almeno tutti quelli con la testa sulle spalle e non invece collocata al posto del fegato (per non dir d’altrove, in assai meno nobile allocamento) temevamo.

Arriva il primo conto della gravissima crisi da Covid. Intendiamoci, noi non sappiamo, non siamo onniscienti e tuttologi come i virologi, gli epidemiologi, nonché pochi altri geniali personaggi tra i quali allignano menti nobilissime del tipo di Enrico Montesano e Vittorio Sgarbi, e quindi non sappiamo se il Covid esiste, se non esiste, se è sostanza o materia, se è chimera o accidente. Noi ci limitiamo a considerare, con il don Ferrante di Alessandro Manzoni, che “i dotti dicono che si comunica da un corpo all’altro e questo sarebbe il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ma siccome non può esserci un accidente trasportato. E allora: ‘cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d’esantemi, d’antraci'”… (traduciamo: “cosa serve parlare di crisi, licenziamenti, morti, tamponi”)? “Tutte corbellerie sparò fuori una volta”. E fu così che su questi bei fondamenti, il mitico don Ferrante non prese nessuna precauzione e la peste “gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle”.

Eh sì: il destino cinico e baro. Non possono non tornare in mente le nobilissime pagine del gran lombardo (quello vero, larian-milanese, non il suo emulo bosino di Gemona): a forza di negare l’evidenza della realtà e di invocare gli accidenti della filosofia, ci ritroviamo a contare i morti. Quelli drammaticamente reali, come facciamo ogni sera con crescente angoscia, e quelli neppur troppo metaforici dei posti di lavoro persi e dei licenziamenti incombenti. Anzi addivenenti. Una volta, in epoca diversa, cioè qualche settimana fa, si diceva che la Merkel e Conte, Macron o von der Leyen, potevano scegliere tra far morire il loro popolo di fame per mancanza di lavoro o di virus per mancanza di distanziamento. Oggi le due prospettive si vanno coniugando. Lasciamo stare di chi sia la colpa: se proprio vogliamo è di Adamo e della mela. I virus sono un fatto: e ci tocca contraddire sul punto don Ferrante e i suoi emuli odierni. Un fatto è un fatto. Il virus colpisce e siccome non vede la televisione, ecco che se ne frega delle considerazioni di chi dice che lui non esiste o che tra poco sparirà. Lui non sa e quindi vive e prospera e si moltiplica.

Cosa fare? Dal punto di vista medico, basta seguire le indicazioni dei competenti organismi, magari senza farle chiosare, glossare, azzeccagarbugliare dai commentatori in servizio permanente effettivo che riescono nel solito esercizio di rendere complesse le cose semplici.

Dal punto di vista religioso: basta pregare con il Papa e per il Papa.

Dal punto di vista economico è tutto più complesso. L’Europa sta annaspando: ha messo in cantiere nei mesi scorsi decisioni storiche, ma non aveva fatto i conti con i propri limiti strutturali (anche di ordine territoriale: siamo grandi ma non immensi come la Cina); con la virulenza della pandemia e con il fatto che costringere un cinese a non uscire di casa è abbastanza semplice (al limite una canna di fucile alla nuca convince anche i più riottosi), ma persuadere un europeo a limitare le proprie libertà lo è assai meno (almeno finché “ci sarà un giudice a Berlino”).

Oltre un milione di vite umane nel mondo e la più grave recessione economica dalla Grande Depressione: un connubio che in Europa non si vedeva dal 1940-1945. Per intendersi l’influenza spagnola venne 9 anni prima del crollo della Borsa di Wall Street. Per ora ci sono state eccezionali misure di politica fiscale e monetaria che dovrebbero nel breve medio periodo garantire una sorta di rimbalzo, una “lunga risalita” nella ripresa, una crescita superiore al tendenziale quando l’economia mondiale riemergerà dal fossato nel quale Covid l’ha fatta cadere.

In Europa l’erogazione delle prime risorse del Recovery fund dell’Ue prevista per i prossimi mesi dovrebbe dare una prima spinta. Ma non c’è spinta che tenga senza fiducia nel futuro: e siccome la fiducia non si inietta come una medicina, fintanto che le iniezioni di vaccini anti-Covid non saranno disponibili, c’è da temere che la paura predomini. E che quindi si impossessi sempre più di tutti coloro che nelle loro imprese vedono più un mezzo di realizzazione personale che non un bene sociale, cioè un bene personale in quanto a proprietà ma collettivo in quanto a interesse.

Senza la fiducia individuale, di ciascuno di noi, senza la nostra disponibilità al sacrificio, è difficile pensare a scenari di crescita più positivi legati magari a politiche di bilancio molto più attive che promuovano gli investimenti pubblici e privati attraverso la spesa pubblica in infrastrutture, maggiori investimenti in ricerca e sviluppo nell’ambito della corsa allo sviluppo di nuove tecnologie, Green Deal, sviluppo del capitale umano attraverso l’istruzione e la formazione, e riforme fiscali. L’Europa si è mossa in fretta (il nuovo Recovery fund; la risposta rapida e vigorosa della Banca centrale europea con il suo programma di acquisti di titoli in riposta all’emergenza pandemica), a dimostrazione che essa compie passi avanti nei momenti di crisi. Sono passi sostanziali, e difficilmente smontabili, verso un’unione bancaria più completa e una maggiore capacità di bilancio comune. Ma restano i disoccupati di oggi.

Quali risposte dare? Il Governo Conte, pressato dagli imprenditori, ha dato il via libera ai licenziamenti. Saranno un milione? Di più, di meno? Quien sabe? A breve, temiamo, lo sapremo.

Il punto è che le ricette non sono univoche: basti pensare che se Commissione e Parlamento europeo chiedono un maggior finanziamento del Programma Garanzia Giovani, il Consiglio degli Stati, cioè i Governi, ha spinto per tagliarlo. Non un anno fa, ma a luglio 2020, in piena pandemia!

Il punto è questo: ha senso licenziare oggi? Noi, come i sindacati europei, pensiamo proprio di no: a fronte di un sostanziale scarico dei costi del personale sul bilancio dello Stato (al netto dei ritardi dell’Inps, ovviamente), la libertà di licenziamento non è altro che un contentino a quelle imprese (o meglio a quegli imprenditori) che hanno assoluto bisogno di collettivizzare i rischi e privatizzare le certezze.

La crisi dei salari e la perdita accertata dei posti di lavoro non sembrano davvero quelle miracolose ricette di cui ogni sera sentiamo discettare economisti e imprenditori in televisione. Se la base dell’economia è la fiducia, chi glielo spiega alla gente che senza soldi e senza lavoro bisogna però essere ottimisti? Non è che qualcuno pensa di fare economia ritirando fuori quella geniale canzoncina di Dario Fo: “Il fatto e` che noi villan…/ Noi villan…/ E sempre allegri bisogna stare/ che il nostro piangere fa male al re/ fa male al ricco e al cardinale/ diventan tristi se noi piangiam”?

Noi villan, noi Renzi e noi Lucie, ci aspettiamo a breve un sussidio di disoccupazione che ci consenta di sopravvivere, ma poi, in frettissima, tanta formazione, investimenti nel Green e nelle aziende che accettano di aprire il loro board ai rappresentanti dei lavoratori; banche che non usino dei fondi strutturali per sistemare i loro conti investendo in altri strumenti finanziari, ma aprendo l’ombrello sulla testa dei cittadini e delle famiglie proprio ora che piove, non nei prossimi quando tornerà a splendere il sole. Allora, solo allora, torneremo allegri. E ci spiace se qualcuno è triste quando noi piangiam!

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