SPILLO/ I vincoli di bilancio che “tagliano” i fondi per lavoratori

- Guido Canavesi

Con un decreto ministeriale, è stato istituito il Fondo di solidarietà residuale, che dovrebbe aiutare i lavoratori senza cassa integrazione. Il commento di GUIDO CANAVESI

logistica_operai_scatoloni
Infophoto

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 6 giugno scorso il decreto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali del 7 febbraio 2014, che ha istituito il Fondo di solidarietà residuale di cui all’art. 3, comma 19, l. n. 92 del 2012. La disciplina di cui ai commi da 4 a 47 del suddetto articolo ha inteso ampliare la platea dei lavoratori tutelati in caso di riduzione o sospensione dell’attività lavorativa. Tuttavia, ciò non è avvenuto estendendo l’applicazione della Cassa integrazione guadagni ordinaria (Cigo) o straordinaria (Cigs) ai lavoratori finora non coperti da questi ammortizzatori sociali. In prima battuta, invece, la legge ha preferito lasciare alle parti sociali una duplice possibilità: a) costituire, tramite accordi o contratti collettivi, dei fondi, definiti “Fondi di solidarietà bilaterali”, «con la finalità di assicurare ai lavoratori una tutela in costanza di rapporto di lavoro nei casi di riduzione o sospensione dell’attività lavorativa per cause previste dalla normativa in materia di integrazione salariale ordinaria o straordinaria»; b) adeguare le fonti normative e istitutive dei fondi di solidarietà eventualmente già esistenti: infatti, in alcuni settori, come l’artigianato, operano da tempo, anche se con finalità non sempre coincidenti a quelle ora previste, esperienze di bilateralità.

“In prima battuta” ho detto, perché, laddove non si verifichi una delle due ipotesi, subentra un “fondo di solidarietà residuale”, costituito con decreto ministeriale, al quale contribuiscono obbligatoriamente tutti i datori di lavoro dei settori non coperti dalla Cig o Cigs. Peraltro, la “residualità” sta anche nel fatto che la costituzione di un Fondo di solidarietà bilaterale successivamente all’attivazione del fondo residuale determina la fuoriuscita da questo dei datori di lavoro interessati e il loro assoggettamento alla disciplina del primo.

Fondamentalmente due sono le ragioni della scelta legislativa. Da un lato, c’è l’esigenza, acuita dalla crisi, di realizzare una stabile e strutturale tutela dei suddetti lavoratori, in sostituzione di quella, per definizione eccezionale e temporanea, del sistema degli ammortizzatori sociali “in deroga”. Dall’altro, però, c’è il problema delle risorse e nell’ottica del “pareggio di bilancio”, che anima anche la l. n. 92/2012, non è parso possibile accollare stabilmente allo Stato il costo sostenuto per quel sistema. Nel nuovo modello, perciò, sono i datori di lavoro e i lavoratori a sopportare l’intero onere finanziario, si tratti del fondo di solidarietà, la cui natura contrattuale collettiva consente alle parti istitutive un margine di adattabilità delle regole alle caratteristiche ed esigenze dei settori di riferimento, ovvero del fondo residuale, rigidamente predeterminato.

Ora, il decreto ministeriale ha istituito presso l’Inps il fondo residuale. Beneficiari sono “esclusivamente” i “lavoratori dipendenti, esclusi i dirigenti, di imprese che abbiano occupato mediamente più di 15 dipendenti nel semestre precedente” l’inizio della sospensione e della riduzione d’orario. A essi, in presenza di una delle causali di accesso alla Cigo o Cigs, esclusa la cessazione anche parziale dell’attività, su domanda delle imprese aderenti al fondo, è riconoscibile una prestazione, chiamata “assegno ordinario”, di entità corrispondente all’integrazione salariale, cui accede l’obbligo, a carico del Fondo, di versare la contribuzione correlata alla gestione previdenziale d’iscrizione del lavoratore. La prestazione è corrisposta per tre mesi continuativi, eccezionalmente prorogabili fino a nove mesi in un biennio mobile, nei limiti, peraltro, che diremo sotto. Al trattamento si applica, in quanto compatibile, la normativa in materia di Cigo, compresi i relativi massimari.

Al Fondo aderiscono obbligatoriamente le “imprese appartenenti ai settori non rientranti nel campo di applicazione della normativa in materia di integrazione salariale, purché con più di 15 dipendenti”. Il decreto precisa, peraltro, che il contributo ordinario “è mensilmente dovuto solo dalle aziende con una media occupazionale di più di 15 dipendenti nel semestre precedente”. Non è chiaro se ciò valga a distinguere tra partecipazione al fondo e obbligo di contribuzione, comunque sarà l’Inps a individuare i soggetti tenuti a contribuire al fondo.

Il Fondo è finanziato con un contributo ordinario, per due terzi a carico del datore di lavoro e per un terzo dei lavoratori, pari allo 0,50% della retribuzione mensile imponibile a fini previdenziali dei lavoratori subordinati. In caso di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa, il datore di lavoro è onerato di un ulteriore “contributo addizionale”, calcolato in rapporto alle retribuzioni perse, nella misura del 3% o del 4,50%, rispettivamente per imprese che occupino fino a 50 dipendenti o più di 50. La contribuzione è dovuta, con decorrenza dal 1° gennaio 2014, dalle imprese con una media occupazionale di più di 15 dipendenti nel semestre precedente.

La legge e il regolamento equiparano questa contribuzione a quella previdenziale obbligatoria, estendendovi le relative disposizioni, compresa la prescrizione quinquennale di cui all’art. 3, comma 9, l. n. 335/1995. Non sembra, però, che possa valere il principio di automaticità delle prestazioni, in caso di omissione contributiva. In realtà, tale principio non riguarda la contribuzione in quanto tale, ma la ragione della sua inapplicabilità sta altrove, e precisamente nel fatto che la normativa è molto chiara nel sancire l’obbligo di pareggio di bilancio, escludere la possibilità di erogare le prestazioni “in carenza di disponibilità” e, per converso, di concederle “entro i limiti delle risorse già acquisite”. Inoltre, dal 2020 sarà fissato alle singole imprese un tetto massimo delle prestazioni erogabili, “in rapporto ai contributi dovuti dall’impresa richiedente negli otto anni precedenti”. Insomma, il Fondo deve autofinanziarsi e gestire le risorse secondo una regola di mutualità corrispettiva tra contributi ricevuti e prestazioni erogate.

Ciò significa che, in realtà, il lavoratore non è titolare di un diritto soggettivo alla prestazione. In effetti, prevede il co. 6 dell’art. 4, che “le prestazioni possono essere riconosciute”, quasi a sottolinearne il carattere non “doveroso” da parte del fondo. Il punto è di fondamentale importanza perché rivela come, nonostante il carattere pubblico del fondo residuale, esso non garantisca la realizzazione dell’obiettivo indicato in apertura di articolo. In realtà, a fare aggio sono, ancora una volta, i vincoli di bilancio. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori