1 MAGGIO/ Vale ancora la pena oggi celebrare la Festa del lavoro?

- Raffaele Bonanni

La condizione del lavoro non è facile e dunque l’1 maggio ha un significato particolare. Due sono i temi che bisogna urgentemente affrontare

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Molti si chiedono se vale la pena festeggiare l’1 maggio in una condizione così difficile per il lavoro, ma è solo retorica prodotta da di chi non ama né la storia dei lavoratori associati in libere organizzazioni, né crede che i lavoratori debbano avere una propria soggettività sociale e politica. Ma è proprio nelle grandi difficoltà che le persone con interessi comuni, e capaci di agire insieme, devono saper fare storia e stare nella storia.

La festa dei lavoratori, essendo un simbolo identitario a carattere mondiale, è il momento più propizio per indicare le vie più idonee – economiche e sociali – capaci di aggredire i nodi che ostacolano il buon andamento dell’economia, così come della condizione del lavoro e della democrazia. Anzi, devono diventare promessa solenne, come solenne è la festa. Due sono i principali temi che hanno bisogno di essere posti all’attenzione di tutti: come ovviare alla condizione disastrosa della nostra economia; come assicurare al cittadino-lavoratore europeo una propria istituzione a carattere continentale, capace di salvaguardare il proprio avvenire.

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Porsi il problema dell’economia per lavoratori consapevoli del loro ruolo nella comunità in cui vivono significa avere ben chiaro, come in una famiglia, che solo la qualità e quantità delle entrate possono garantire una programmazione attendibile e solida della condizione di vita per chi vive di lavoro. Le leve principali in mano alle organizzazioni dei lavoratori e delle imprese sono le loro regolazioni contrattuali autonome dell’organizzazione del lavoro per la competività attraverso qualità e quantità della produzione,  e la gestione dei fabbisogni formativi per le competenze sempre in cambiamento utili all’impresa e per lo sviluppo personale del lavoratore. È da queste devono saper condurre la loro battaglia.

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Ci si aspetta da loro un clamoroso cambiamento di motivazione, linguaggio, e di azioni su questi cruciali obiettivi economico-sociali, e non si può che sperare in un’inversione a U. Ad esempio, si parla giornalmente di industria 4.0, della programmazione che la dovrà inverare, ma se ne parla come se fosse tutta un’operazione di natura tecnica. Non si tirano ancora le somme su come i soggetti sociali e politici dovranno operare per cambiare la base su cui far poggiare il cambiamento, partendo dalle persone in carne e ossa. Insomma, finora ci si è affidati pressoché esclusivamente alla voglia di migliorarsi delle singole imprese. Peraltro, la mancanza di coraggio e decisione in questa direzione non fa altro che rendere ancora più incontrastate culturalmente, le politiche governative demagogiche, che contribuiscono a mettere in ginocchio lo stato dei conti pubblici e della stabilità a tutto tondo dell’Italia.

L’altro argomento decisivo per il cittadino-lavoratore riguarda l’Europa intesa come entità politica federale, con governo eletto dal popolo, con una propria banca centrale e propria moneta, con un fisco uguale per tutta l’Unione, con un solo esercito e politica estera, con un unico ordinamento giudiziario. La continuazione dell’attuale assetto dell’Unione non potrà che indebolire, su ogni piano, il Vecchio continente di fronte alla crescita esponenziale delle altre economie di grandi Nazioni, e di poteri globali autonomi sempre più aggressivi. Se c’è una soluzione davvero a portata di mano per ridare sovranità al popolo europeo è la definitiva affermazione di un’Europa in grado di essere rispettata e capace di interloquire alla pari con ogni altra entità di potere globale, perciò in grado di  assicurare benessere a ogni cittadino-lavoratore.

Ecco, il primo maggio, la festa dei lavoratori, deve essere legata strettamente a queste grandi rivendicazioni e coerenti politiche di azione. L’attuale momento ha bisogno di soggetti collettivi che sappiano indicare orizzonti di grandi prospettive pari alle sfide che i grandi cambiamenti ci pongono. Nella ricostruzione del dopoguerra, questo avvenne, così  l’economia e democrazia poterono progredire sensibilmente. Diversamente prevarranno gli obiettivi di corto respiro, che stanno soffocando ogni aspirazione, ogni sicurezza economica. La mancanza di obbiettivi alti risucchierà ciascuno, come avviene, nella scia delle politiche populistiche.

Se non dovesse esserci un forte cambiamento nell’azione dei soggetti a cultura partecipativa, la stessa dimensione democratica, fondata dall’agire di tutti i soggetti organizzati – politici e sociali – che partecipano alla ricerca del bene comune, sarà progressivamente soppiantata, da forme di potere “ademocratiche” che per giustificare il loro governo ricorreranno alla sostanziale denigrazione di tutto ciò che nella realtà civile si organizza, e con propositi di governo, incompatibili con i grandi paesi industriali. Il primo maggio dunque dovrà rappresentare queste aspirazioni: aspirazioni coinvolgenti lavoratori e imprese.

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