Nuovo welfare, dal buono scuola alla dote

- Lorenza Violini

Verso i quasi mercati per riformare la produzione dei beni sociali: l’esperienza della Regione Lombardia nel settore del buono scuola e la sua evoluzione verso la dote, un’erogazione finanziaria diretta, per dare alla persona una liberta di scelta ancora maggiore

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Non sempre le politiche nascono per un progetto di lungo termine. Talvolta esse vengono ideate e poste in essere per i motivi più svariati, salvo poi verificare che si sono realizzate scelte importanti per la collettività e innovative per l’intero sistema paese. È quanto è successo per il buono scuola, politica sussidiaria per eccellenza e attuata in Lombardia a partire dal 2000. Scopo primario di questo intervento era di creare un elemento di forte discontinuità rispetto alle scelte fino ad allora operate dallo Stato nel settore dell’istruzione, tutte caratterizzate dal fatto di essere concentrate sul sistema scolastico pubblico e di penalizzare, di conseguenza, i fornitori privati del bene istruzione. E, pertanto, il buono scuola è stata una delle prime realizzazioni del principio di sussidiarietà, poiché introduceva un elemento a servizio della libertà di scelta delle famiglie nell’individuare i loro alleati primari per l’educazione dei propri figli, cioè le scuole. Il buono scuola è stato istituito dalla l.r. n. 1/2000, ben prima, dunque, della legge costituzionale n. 3 del 2001, che ha ampliato le competenze regionali nel settore. Esso si fondava sulle competenze esistenti ante riforme costituzionali nel settore dell’assistenza scolastica: una politica di welfare, dunque, ma con un taglio particolare, che si sostanziava non nel soccorrere chi non aveva mezzi di sostentamento, ma nel ricreare condizioni paritarie dentro un sistema, quello scolastico, in cui alcuni produttori (le scuole pubbliche) godevano di un vantaggio competitivo non da poco, essendo gratuite, cioè finanziate dalla fiscalità generale – fiscalità a cui contribuivano (e ancora contribuiscono, in verità) anche coloro che invece sceglievano di non servirsi presso le scuole pubbliche, bensì presso quelle private pagando le rispettive e non lievi rette di frequenza. In altre parole, si è trattato di un provvedimento volto a incidere su un intero comparto del welfare state con l’intento (forse non esplicito fino in fondo) di incidere sulla offerta dei servizi scolastici tramite interventi destinati a sostenere la domanda (e quindi la libertà di scelta degli utenti).
Ora, anche a motivo della poca chiarezza che ogni provvedimento innovativo necessariamente porta con sé, nei confronti di questa politica lombarda molte sono state le posizioni critiche sia da parte dell’opinione pubblica sia da parte del mondo scientifico. Ed è per questo che è stato necessario intraprendere un lavoro di riflessione critica sul buono scuola, per non limitarsi a rispondere agli oppositori del sistema così instaurato opponendo ideologia a ideologia. Occorreva invece rispondere con i fatti, ed è per questo che si è ritenuto opportuno concentrare l’attenzione su questa politica, inserendosi nel dibattito.
Il lavoro compiuto, di cui si dà un primo conto in un volume apparso di recente per i tipi della Giuffrè, propone, a sette anni dall’attuazione di tale politica, non solo una valutazione degli impatti in termini quantitativi e qualitativi, ma una riflessione rispetto alla normale concezione dei servizi di pubblica utilità e ai principi fondanti un sistema di welfare nel mondo attuale.
Il percorso proposto si fonda, come primo step, su una rilettura della dottrina giuridica riguardante l’interpretazione dell’articolo 33 della nostra Costituzione, che permette di inquadrare chiaramente il dibattito sul buono scuola e in generale sulla concezione del sistema di istruzione italiano. Tale sistema viene confrontato con alcune politiche dell’istruzione attuate in alcuni paesi europei, nonché con la teoria classica dei buoni/vouchers elaborata da Milton Friedman. Sono questa lettura e questo confronto con la realtà internazionale che permettono di inquadrare in una visione più ampia la politica lombarda del buono scuola secondo l’ottica sopra messa in luce; emerge, infatti, che nel caso lombardo si ha una politica di diritto allo studio che si propone di incidere sull’intero sistema di produzione del bene istruzione, sostenendo un “mercato” dell’istruzione e promuovendo la libertà di scelta dei cittadini, l’incremento della concorrenza come fattore di miglioramento dell’efficacia dell’azione pubblica e dei servizi agli utenti e, infine, la parità tra sistemi pubblici e sistemi privati di produzione di beni sociali.
Sarebbe illusorio, d’altra parte, ritenere compiuto un simile percorso. Creare quasi mercati in un settore complesso come quello dell’istruzione richiede ben altri interventi che quelli realizzati con il buono, che pure non sono da poco se si considera che, ad esempio, si è accertato che i sussidi vanno per gran parte a famiglie con redditi medi, relativamente più numerose rispetto alla media nazionale, con una più alta incidenza di soggetti disabili al loro interno, mentre, nell’insieme, non si riscontra la diminuzione delle scuole private che invece è più tipica di altre regioni italiane. Il percorso di innovazione è da considerarsi infatti solo agli albori, ed è per questo che si è deciso di ideare una seconda tappa, per favorire l’azione educativa della persona in maniera sempre più efficace. È a questo scopo che la Lombardia ha elaborato un nuovo assetto degli strumenti di aiuto alle famiglie nell’ottica di una razionalizzazione delle risorse, sperimentando un’erogazione finanziaria diretta, denominata dote, che lasci alla persona una ancor più piena liberta di scelta.
La dote è un insieme di risorse in denaro e servizi destinato alla persona perché stabilisca, mantenga e rafforzi le relazioni che tengono vivo, sviluppano e valorizzavano al meglio il suo capitale umano. In particolare la dote scuola, una delle sue componenti, sostituisce con un contributo ex ante la pluralità dei benefici tradizionali (buono scuola, assegni, borse di studio e libri di testo), favorendo la libertà di scelta nella scuola paritaria, la permanenza nel sistema educativo pubblico e privato per le famiglie meno abbienti e promuovendo le eccellenze con una dote merito.
Tale è la portata culturale e innovativa di questo strumento, che la sua attuazione non andrà ad investire solo il campo dell’istruzione nell’ampliamento e nel rinnovamento della politica del buono scuola, ma anche il campo della formazione e del lavoro in quanto aspetti fondamentali per la crescita della persona. Il “percorso dote”, infatti, visto come percorso di accompagnamento della persona nelle diverse fasi che compongono la sua formazione e la sua attività lavorativa, contribuisce in modo decisivo all’attuazione di un modello di sussidiarietà senza apparato istituzionale di gestione, che liberi veramente le risorse e consenta uno sviluppo virtuoso dell’intero sistema dei servizi pubblici alla persona. Tra l’altro, in questi due ulteriori settori (cioè lavoro e formazione professionale) negli anni passati si erano già sperimentate politiche innovative, volte tramite l’accreditamento a regolamentare e razionalizzare il complesso sistema dell’offerta di servizi, cosa che invece non era possibile nel settore dell’istruzione, in cui le scuole sono soggetti non regolamentabili in sede regionale ma “immessi” nel sistema produttivo tramite atti statali. Non così per enti di formazione e agenzie per il lavoro, che – sottoposti alla competenza legislativa regionale – sono stati riorganizzati tramite la creazione di sistemi di accreditamento volti a creare la rete dei fornitori cui il privato può accedere; e se vi accede tramite una “dote” fornita dal sistema pubblico, ecco che il cerchio si chiude e la struttura di un vero e proprio quasi mercato prende la sua forma compiuta.
Si realizza in tal modo un ulteriore passo avanti nel progettare e realizzare politiche di welfare innovative; esse consistono nel centrare l’attenzione del regolatore su sistemi di accreditamento da un lato e sull’erogazione di fondi a sostegno della domanda di servizi dall’altro, mentre i produttori di beni pubblici potranno sostenere la loro offerta se effettivamente graditi ai loro utenti.
(Foto: Imagoeconomica)



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