Treu: su precari e assegni sociali errori di contenuto e metodo

La disposizione sull’assegno sociale aggrava le condizioni già precarie di centinaia di migliaia di persone povere, mentre quella relativa ai contratti a termine apre la strada a una deregolazione pericolosa di questo strumento così delicato

30.07.2008 - Tiziano Treu
Precari_FA1

Nella manovra d’estate, che solleva diversi problemi, esistono in particolare due interventi arrivati in extremis che hanno creato forti preoccupazioni. Si tratta di una norma riguardante i contratti a termine e di un’altra che si occupa del cosiddetto “assegno sociale”, spettante a persone anziane prive di reddito.
Entrambe le norme risultano controverse per il merito, ma anzitutto per il metodo, essendo state prodotte in modo irrituale nel corso di una sessione notturna, senza una previa preparazione; cosa che ha facilitato, anche a detta di alcuni esponenti della maggioranza, la non completa comprensione e la distorsione dei contenuti delle norme. Tant’è vero che, in particolare sulla seconda, ma anche sulla prima, si sono manifestate intenzioni di ritirare le disposizioni.

La norma sui contratti a termine interviene in una materia già di per sé molto controversa e lo fa in due direzioni. Una prima disposizione, che è quella di cui ci si è occupati di più, stabilisce una “quasi sanatoria” per contratti stipulati irregolarmente, soprattutto nelle Poste, e prevede che per i giudizi in corso le irregolarità possano essere “superate” con il pagamento di una indennità a favore dei lavoratori di ammontare compreso tra le 2,5 e le 6 mensilità. La seconda norma, che è sfuggita all’attenzione di molti, non interviene solo in un numero definito di casi, quale appunto il contenzioso ricordato, ma introduce un’innovazione per tutti i futuri contratti a termine. Si stabilisce, infatti, che i contratti a termine irregolari per errore di causale o per proroghe non conformi alla normativa generale non si convertano in contratti a tempo indeterminato, come è sempre stato nel nostro ordinamento, ma nulli. Il richiamo è fatto esplicitamente all’articolo 1419 primo comma del codice civile, che stabilisce la nullità dei contratti irregolari a determinate condizioni.

La prima norma riguardante i contratti in corso può essere criticabile, ad esempio perché discrimina tra chi ha fatto causa e chi no, sollevando di fatto un’obiezione di incostituzionalità. Se si voleva venire incontro alla situazione particolare delle Poste sarebbe stato più corretto, come successo in passato, prevedere una disciplina che facesse leva sulla particolarità del settore, piuttosto che su questa distinzione tra chi ha fatto causa e chi non l’ha fatta.
Più grave è in ogni caso la seconda innovazione, perché riguarda anche il futuro di tutti i contratti a termine irregolarmente stabiliti per i due motivi che ho indicato (causali irregolari e proroga del termine irregolare). Ciò ha una conseguenza molto grave per i lavoratori, che si trovano con un contratto nullo. Il loro rapporto di lavoro può essere terminato senza nessuna formalità e in una situazione priva di tutela.
Una correzione sarebbe assolutamente necessaria, perché se si mantiene una norma del genere si nullifica una gran parte della normativa sul termine. L’effetto deterrente della conversione dei contratti irregolari viene meno, aprendo la strada a una “licenziabilità” senza motivo per migliaia e migliaia di persone. Oltretutto appare poco giustificabile stabilire la nullità per due vizi formali come l’errore di causale e la proroga irregolare, mentre invece si mantiene la conversione in contratto a tempo indeterminato per i contratti che continuano oltre i 36 mesi.

Anche l’intervento sull’assegno sociale è stato motivato da una serie di casi particolari, cioè da possibili abusi esistenti da parte di cittadini extracomunitari che richiamano in Italia congiunti anziani al solo fine di far loro chiedere immediatamente l’assegno sociale. Questi abusi creano problemi, specie per una materia che è già poco finanziata. Si è quindi deciso che per avere diritto all’assegno sociale occorre un periodo di residenza in Italia di almeno dieci anni. Tuttavia, a questa parte della norma è stata aggiunta inopinatamente e di soppiatto una parte che aggiunge alle condizioni per avere diritto all’assegno sociale, quella di aver lavorato per un periodo pari ad almeno dieci anni. Questa seconda condizione è tale da vanificare l’assegno sociale per la quasi totalità delle persone che ne beneficiano, che sono per lo più anziani, casalinghe o persone che non hanno mai lavorato.

In conclusione, si tratta di due norme sbagliate per il contenuto, oltre che per il metodo. Le reazioni che si sono avute sono molto diffuse e preoccupate, per motivi diversi: perché la disposizione sull’assegno sociale aggrava le condizioni già precarie di centinaia di migliaia di persone povere, mentre quella relativa ai contratti a termine apre la strada a una deregolazione pericolosa di questo strumento così delicato che era stato faticosamente regolato varie volte, anche per accordo tra le parti sociali.
Da qui l’appello da parte dei partiti dell’opposizione, ma anche di molti componenti della maggioranza, oltre che dei sindacati, a che queste due normative vengano immediatamente ritirate.

(Foto: Ansa)


© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori