CISL/ Perché tanto odio per un sindacato riformista?

- Giovanni Gut

L’ennesimo attacco a una sede della Cisl mostra il rischio che corre oggi un sindacato riformista. Il commento di GIOVANNI GUT

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Ancora un attacco alla Cisl. La scorsa notte un’altra sede della Cisl è stata imbrattata con delle scritte oltraggiose. Un gesto che richiama subito alla mente sia quanto accaduto una settimana fa davanti alla sede di via Po, sia l’aggressione al segretario Bonanni alla festa del Pd a Torino. La violenza sembra non voler abbandonare il mondo del lavoro e continua a colpire i riformisti. Talvolta la violenza si trasforma in vera e propria folle tragedia – l’omicidio del professor Marco Biagi è solo l’ultimo di una triste lunga serie – altre volte rimane sullo sfondo, ma è sempre presente. Perché? Perché la violenza è un dato costante del mondo del lavoro in Italia? Perché in Italia sembra esistere una relazione diretta tra lavoro e violenza?

 

Le risposte sono complesse e hanno diversa natura (storica, sociologica, economica), ma forse bisognerebbe soffermarsi su un aspetto di natura antropologica. Nel lavoro non si gioca lo sviluppo del Paese, la ricchezza della società o l’aumento dei punti di Pil, ma si gioca qualcosa di molto più grande e drammatico: il cuore dell’uomo. Nel lavoro la persona conosce se stessa, si mette alla prova, coltiva i propri talenti, scopre e vive la propria vocazione, trova il proprio ruolo all’interno della comunità.

Il lavoro è dunque una parte essenziale della vita dell’uomo, come ben sapevano i benedettini che con la regola ora et labora hanno ricostruito un mondo nuovo dalle ceneri di un impero in rovina. La violenza è la risposta nichilista alle domande più profonde, è l’emergere di un nulla che sembra offuscare l’essere per cui l’uomo è fatto. Proprio dove è più urgente la domanda del cuore, più radicale è la violenza del nichilismo. Anche i monaci benedettini dovettero affrontare questa violenza, eppure nonostante i saccheggi e le devastazioni, intorno alle abazie sorsero le città e la società riprese vita.

L’esempio dei benedettini ci insegna che la violenza viene superata non dai discorsi ma dalle opere, opere finalizzate al bene della persona e della società, a quello che oggi chiamiamo bene comune. Per noi si tratta di permettere alla società di esprimere tutte le sue potenzialità creative, di liberarne le energie e di superare quegli ostacoli che impediscono alla persona di poter essere protagonista della propria vita.

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Proprio in questi giorni l’assegnazione del Nobel per l’economia a Peter Diamond, Dale Mortensen e Christopher Pissarides per i loro studi sulla disoccupazione e i dati Ocse sempre sulla disoccupazione sono l’occasione per porre l’attenzione a riforme del mercato del lavoro che favoriscano l’occupazione e l’inclusione attiva delle persone, in particolare dei soggetti deboli – i giovani, le donne, i disabili, gli over 50 – che rischiano di rimanere ai margini della società.

 

Per questo si tratta di affrontare in modo concreto e scevro da pregiudizi il dibattito su alcuni temi decisivi come gli ammortizzatori sociali, un più efficace sistema di transizione scuola-lavoro, la possibilità di accompagnamento nello sviluppo della carriera, la previdenza, il costo del lavoro, la partecipazione dei lavoratori all’impresa. Non è affatto un caso che le vittime della violenza siano coloro i quali si impegnano da anni in questa direzione. Non bastano le parole, non bastano i gesti e neppure le attestazioni di solidarietà, ma occorrono le opere che testimonino la positività, nonostante tutte le difficoltà, di un’esistenza aperta alla vita e che non cede alla violenza, perché non è certo il nulla l’ultima parola del cuore dell’uomo.



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