IDEE/ Treu (Pd): le riforme a costo zero per il mercato del lavoro

Per fronteggiare la crisi, aiutare la ripresa e diminuire la disoccupazione, servono, secondo TIZIANO TREU, dei cambiamenti nelle politiche del lavoro

15.10.2010 - Tiziano Treu
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Foto Imagoeconomica

Per fronteggiare questo autunno difficile servono scelte chiare sia in politica sia in economia. Per l’economia è importante la stabilità, ma a condizione che sia operosa; con interventi che aiutino il paese a uscire dalla crisi. Uno stimolo a rompere l’attuale inerzia governativa viene dalle parti sociali che hanno avviato fra loro un confronto rivolto a concordare misure per la crescita. È importante che le convergenze finora profilatesi si confermino, perché da questo tavolo potrebbero venire proposte autorevoli, di cui il governo dovrebbe tener conto. E anche l’opposizione sarebbe sollecitata a considerarle attentamente, come penso debba fare.

 

Alcuni punti dell’agenda definita fra le parti sono da tempo conosciute: interventi di emergenza come la proroga delle casse integrazioni in scadenza, ma soprattutto misure per sostenere i due fattori fondamentali della crescita: le imprese e il lavoro. Le prime vanno agevolate con incentivi accessibili (credito di imposta) agli investimenti innovativi, e con la riduzione progressiva dell’Irap. Il lavoro va sostenuto anzitutto alleggerendo la pressione fiscale sui redditi medio-bassi e il peso contributivo (con l’eliminazione dell’Irap sul costo del lavoro). Il sostegno al reddito da lavoro e da pensione non risponde solo a un’esigenza di equità perché questi redditi hanno perso potere d’acquisto, rispetto soprattutto alle rendite, ma serve ad alimentare la domanda interna necessaria per rilanciare i consumi.

Un’agenda per la ripresa richiede che siano potenziate le politiche sia attive sia passive del lavoro, cioè da una parte gli ammortizzatori sociali, dall’altra le azioni di contrasto alla precarietà e di stimolo all’occupazione, specie di giovani e donne. Entrambe le politiche sono necessarie. Quelle passive non sono fini a se stesse, come ha scritto Giorgio Vittadini su queste pagine, devono servire come ponte per superare le difficoltà oggettive delle persone nei momenti di crisi ed essere accompagnate da strumenti di “attivazione”, capaci di ridare loro le possibilità di rimettersi al lavoro.

Questo è l’insegnamento dei paesi virtuosi, la Danimarca ma anche la Germania, che hanno investito molto in politiche attive così da ridurre notevolmente i periodi di disoccupazione assistita. Lo conferma il recente World of work dell’Oil, secondo cui la ripresa della crescita e dell’occupazione è maggiore nei paesi che hanno adottato politiche attive e preventive: cioè misure di protezione combinate con programmi di attivazione con una employment friendly taxation. E l’Oil sottolinea che tali misure non sono necessariamente molto costose.

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In momenti di crisi come quello attuale le misure di protezione come gli ammortizzatori sono le più richieste. Ma sarebbe grave dimenticare politiche attive capaci di promuovere l’occupazione. Non basta consolarsi per il fatto che il nostro tasso ufficiale di disoccupazione è relativamente più basso della media europea, al 15% (ma per i giovani è al 29%). A questi dati già drammatici vanno aggiunti oltre 500.000 persone in cassa integrazione e un abbandono del lavoro da scoraggiamento di altre 400-500 persone, specie donne e lavoratori e abitanti delle regioni del Sud.

 

Il nostro tasso di occupazione è fra i più bassi di Europa (appena il 56%) e quello di inattività è cresciuto al 37,6%. Il che significa 14,8 milioni di persone in età di lavoro che sono prive di opportunità di lavorare. E ancora una volta si tratta di una situazione che colpisce soprattutto i giovani. Il 25% di quelli fra i 20 e 24 anni né studia, né lavora: una intera generazione che rischia di perdersi.

 

Ricordo questi dati drammatici perché sono troppo spesso dimenticati e non trovano risposte concrete. Una ripresa è possibile solo se si reagisce, se si sostengono e si mobilitano al lavoro tutte le risorse umane di cui il paese dispone. Questa è l’indicazione del documento della Commissione Europea che pone per il 2020 l’obiettivo di arrivare a un tasso di occupazione del 75% e lo ritiene necessario per crescere e per rispondere al modello sociale europeo.

 

Analoga indicazione è contenuta nel World of work outlook dell’Oil. Trincerarsi dietro la mancanza di fondi per non affrontare questi problemi è illusorio. I costi delle casse integrazioni in deroga finiranno per essere non minori di quelli di una vera riforma degli ammortizzatori sociali: ma le casse integrazioni in deroga non servono a dare stimoli e fiducia per il futuro. Misure efficaci di stimolo all’occupazione sono possibili senza costi ulteriori concentrando le risorse su obiettivi prioritari di sostegno alle imprese e alle persone gli incentivi ora disposti in molti rivoli (lo ha mostrato la stessa Confindustria).

 

Così pure le prospettive dell’occupazione possono essere migliorate finalizzando meglio gli interventi alle esigenze delle persone come ricorda ancora Vittadini: sia gli incentivi, sia la formazione, dall’apprendistato alla formazione continua. Migliorare gli skills, specie nelle materie tecniche e nelle professioni innovative, è essenziale per competere sulla qualità.

 

Questi provvedimenti si possono prendere non solo senza costi aggiuntivi, ma senza ulteriori azioni legislative. Anzi servirebbe una semplificazione normativa: ad esempio, per agevolare l’apprendistato. La qualità dell’occupazione si promuove anche combattendo gli eccessi dei contratti atipici che moltiplicano le precarietà, specie per i giovani.

 

Su questo punto esistono proposte di varia provenienza, dalla stessa Confindustria e dall’opposizione, che non negano la flessibilità ma colpiscono gli abusi. Il tavolo tra le parti sociali potrebbe anche qui dare una spinta a renderle praticabili.

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