FIAT/ 1. Così Pomigliano mette spalle al muro sindacati e imprese

La vicenda di Pomigliano, spiega TIZIANO TREU, rimanda a una sfida generale non solo per la Fiat e i sindacati coinvolti nell’accordo

22.06.2010 - Tiziano Treu
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Foto Imagoeconomica

Per salvare Pomigliano è necessario un accordo, un accordo pieno che regga nel tempo. Ne sono convinto; e tutti quelli che hanno a cuore la sorte di quella grande fabbrica dovrebbero adoperarsi perché tale condizione si realizzi.

 

Si è detto che un accordo del genere non può diventare un modello per il futuro. Questa affermazione va chiarita per evitare equivoci. La situazione di Pomigliano è sicuramente eccezionale, per le sue anomalie, di cui l’assenteismo dilagante è solo la manifestazione più grave. Ma ha implicazioni generali: pone al sindacato e alle aziende italiane il problema di come affrontare una competizione globale sempre più dura, non solo nel settore auto; con quali condizioni di lavoro, con quale tipo di produttività, ma anche con quali investimenti e innovazioni aziendali.

Affrontare le difficili sfide della competizione globale non significa accettare condizioni di lavoro da “terzo mondo” né sul piano salariale, né su quello dei diritti. Chi denuncia l’accordo di Pomigliano come l’apertura di una deriva “cinese” delle nostre relazioni sindacali, fa dell’allarmismo pericoloso. Dimentica che centinaia-migliaia di aziende italiane, anche medie e piccole, competono con successo sui mercati internazionali mantenendo rapporti e condizioni di lavoro da paese civile. E non riconosce i motivi e le responsabilità che hanno portato al degrado di Pomigliano.

Il fatto è che la gestione dei rapporti di lavoro in questa azienda non è stata all’altezza della sfida di garantire l’efficienza della produzione nel rispetto dei diritti, ma anche senza avallare per anni irresponsabilità e abusi come quelli dell’assenteismo. Esistono precedenti purtroppo infausti di un fallimento simile. Prodi ha ricordato in proposito (Corriere del 20 giugno u.s.) il caso dell’Alfa Romeo di Arese, dove in otto anni si sono sprecati denari pubblici per 1484 miliardi di lire, pari 3,5 miliardi di euro odierni. Fu un episodio fra i più tristi della nostra storia industriale.

Nel contesto odierno un caso simile è improponibile per un’azienda come la Fiat, che rischia grosso, nel tormentato scenario mondiale dell’industria dell’auto, come tutte le imprese esposte alla concorrenza. E non è certo correggibile con interventi pubblici. Le tentazioni di supplenze indebite da industria di stato dovrebbero essere definitivamente superate.

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Situazioni come quelle di Pomigliano, e allora dell’Alfa Romeo di Arese, segnano una sconfitta per tutti, per i lavoratori, per il sindacato e per l’azienda. Non possiamo rassegnarci che diventino la normalità. Per questo vanno rifiutate le ipotesi, più o meno disinteressate, che Pomigliano avvii un percorso “da vasi comunicanti”. Non è inevitabile che la competizione richieda un degrado delle condizioni di lavoro e che il recupero di quanto hanno perso i lavoratori, si possa ottenere solo su un piano extra aziendale, con la redistribuzione fiscale.

 

L’esito dipende da come sapranno reagire gli attori delle Relazioni industriali: imprese e sindacati nelle fabbriche italiane non solo a Pomigliano. Il muro contro muro praticato dalla Fiom, non solo oggi, è deleterio. Ma non bastano neppure le piattaforme rivendicative tradizionali. Occorre un salto di qualità che responsabilizzi le parti su obiettivi comuni, quelli di una competitività basata sull’innovazione, sulla professionalità e sulla partecipazione.

 

Questa è la lezione che proviene da tante buone esperienze aziendali italiane, e che è acquisita in paesi come la Germania. Le aziende tedesche hanno successo nella competizione mondiale, applicando relazioni industriali partecipative, che garantiscono, anche nella crisi, il rispetto dei diritti dei lavoratori e salari più alti dei nostri.

 

L’accordo di Pomigliano presenta criticità di merito che vanno anch’esse viste nel contesto. La clausola che autorizza l’azienda a sospendere l’integrazione di malattia nel caso di eccessi di assenteismo è una reazione estrema, ma risponde ad una situazione anomala. In punto di diritto non mi sembra che siano in questione diritti fondamentali. Qui si interviene su un trattamento di malattia, ulteriore a quello legale, stabilito per contratto e che per contratto può essere modificato.

 

Semmai una criticità si presenta quando un accordo del genere, che non migliora i trattamenti in essere ma li riduce, è stipulato non da tutti ma solo da alcuni sindacati. I non firmatari potrebbero dissociarsi. E’ per risolvere le controversie in situazioni del genere che serve una normativa sulla rappresentanza sindacale. Le parti sociali, compresa la Cgil, hanno concordato linee guida nell’accordo 2009, su questo punto sarebbe bene che dessero seguito a tali indicazioni, per evitare interventi legislativi improvvidi.

 

Più delicata è la clausola dell’accordo che prevede sanzioni nel caso di scioperi lesivi degli impegni assunti dalle parti. E’ delicata perché è in questione il diritto di sciopero. Ma anche il diritto di sciopero è suscettibile di regolazione e di limiti. Lo si è visto nel caso dei servizi pubblici essenziali, dove si sono previsti limiti allo sciopero sia direttamente dal legislatore, sia per accordo sindacale. D’altra parte clausole di tregua sindacale sono adottate in altri ordinamenti (come ancora quello tedesco) democratici e rispettosi dei diritti costituzionali.

 

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Il fatto che da noi tali clausole siano state finora poco praticate è un riflesso dell’impostazione fortemente conflittuale delle nostre relazioni industriali. Ma il contesto attuale richiede più partecipazione fra le parti per affrontare con successo le sfide della competizione globale: partecipazione nella definizione degli obiettivi e nella condivisione dei risultati della produttività. Le clausole di tregua richiamano appunto la responsabilità delle parti rispetto a obiettivi concordemente definiti. E’ necessario che esse siano proporzionali, rapportate agli obiettivi, e non diventino uno strumento di interferenza indebita.

 

Per questo l’accordo di Pomigliano ha previsto una procedura fra le parti per risolvere le controversie nell’applicazione di queste clausole, per evitarne una gestione unilaterale e autoritaria.

I problemi di Pomigliano si risolvono con una piena assunzione di responsabilità delle parti; non solo oggi con la condivisione dell’accordo, e con una sua netta conferma ad opera del referendum, ma anche nella fase di gestione. La gestione è sempre decisiva per la sorte degli accordi, tanto più in un intesa come questa che presenta condizioni e innovazioni gravose, in tema di turni, orari e straordinari. Dalla capacità di applicare bene questi aspetti dipende la sorte dell’azienda.

 

L’esito dell’intesa e dell’azienda non è deciso una volta per tutte: la Fiat non potrà non tener conto di come le nuove regole si traducono in pratica, se e quanto permettano una ripresa della competitività della fabbrica. Anche da questo punto di vista la vicenda di Pomigliano rimanda ad una sfida generale: come le parti, soprattutto a livello aziendale, sapranno adeguare la qualità dei loro rapporti alle esigenze della nuova economia e partecipare al raggiungimento di obiettivi comuni.

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