IDEA/ Ecco come Sacconi sfida le imprese per rilanciare i posti di lavoro

- Marco Cobianchi

Il ministro del Lavoro ha presentato il “Piano triennale per il lavoro”. MARCO COBIANCHI ci spiega la sua utilità in un momento così delicato per l’economia

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Foto Ansa

“La risorsa più nuova della società contemporanea non è costituita dalla terra o dalle risorse energetiche, ma da uomini adeguatamente motivati a cercare liberamente di offrire risposte agli infiniti bisogni propri e degli altri e sostenuti da una solida cultura del lavoro libero”. Questa frase è stampata sul frontespizio del “Piano triennale per il lavoro” prodotto dal ministro del welfare Maurizio Sacconi.

 

È una frase impegnativa, quando la si volesse mettere in pratica, anche perché a pronunciarla è stata una persona che più che il mercato del lavoro aveva a cuore le persone che lo abitano. La frase è di Marco Martini per anni preside della facoltà di scienze statistiche all’Università Bicocca, scomparso nel 2002. Animatore di riviste, di dibattiti, studioso cattolico e liberale, ha sempre avuto una granitica fiducia nell’uomo, prima ancora che nel “mercato”. Una fiducia che informa l’intero lavoro del ministero.

Il “Piano triennale per il lavoro”, intitolato “Liberare il lavoro per liberare i lavori” da un lato raccoglie tutti i provvedimenti già adottati dal ministero e dall’altro disegna i prossimi due anni di lavoro. Ci concentreremo su questa seconda parte tenendo presente i pessimi dati sulla produttività diffusi pochi giorni fa che danno quella italiana in calo del 2,7% tra il 2007 e il 2009 con un calo medio dello 0,5% ogni anno dal 2000 al 2009.

Risponde il “Piano” all’esigenza di far ripartire la produttività del lavoro? La risposta è sì, va nella direzione giusta, ma con un asterisco che vedremo dopo. La risposta è sì perché l’impostazione generale è convincente ed è quella di “liberare” il lavoro. Da cosa? Dalla “illegalità e dal pericolo” (sicurezza sui luoghi di lavoro), dal “centralismo regolatorio” (contratti) e “dalle incompetenze” (formazione professionale).

Il secondo punto è interessante. Il ministro sostiene che la stabilità del posto di lavoro si ottiene sulla base “di un sistema di convenienze reciproche più che su formalistiche imposizioni di legge che alimentano un imponente contenzioso che a nulla valgono quando un posto di lavoro svanisce”. Occorre quindi una contrattazione “sussidiaria”, di secondo livello, l’unica che incentiva davvero la produttività perché collegabile più agevolmente ai risultati aziendali.

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Da qui la decisione di tassare solo al 10% il salario aggiuntivo dei dipendenti quando questo è legato al recupero della produttività. “Liberare” il lavoro significa dare aria competitiva in un mercato che di competitivo ha poco o nulla come quello del lavoro, ma per mettere il dipendente in grado di “competere” occorre dotarlo di competenze.

 

Da qui l’impegno del ministro a riformare il magmatico e inefficiente mondo della formazione professionale (uno dei “pallini” di Marco Martini). Senza formazione, senza competenze nell’arena competitiva del lavoro vincerebbe chi parte da posizioni di vantaggio rispetto agli altri lavoratori. L’idea è, insomma, quella che meno vincoli centralisti e burocratici si frappongono tra il lavoratore e l’impresa, più sia l’uno che l’altro se ne avvantaggiano.

 

E veniamo all’asterisco. Tralasciando il fatto che buona parte dei lavori oggi disponibili sul mercato sono già quasi completamente de-regolamentati e che non c’è stato (né, sembra, sia alle viste) un riequilibrio di tutele tra chi ne ha molte e chi non ne ha nessuna, bisogna anche aggiungere che la produttività è il risultato diretto degli investimenti, soprattutto in ricerca e sviluppo.

 

Il caso Fiat fa scuola. Sergio Marchionne chiede sì flessibilità ai dipendenti, ma a fronte di ben 20 miliardi di euro di investimenti nei prossimi cinque anni. Gli imprenditori che lo eleggono loro “leader morale” per essere riuscito a rabbonire i sindacati come ben pochi erano riusciti a fare nella storia italiana, dovrebbero anche ricordarsi che la flessibilità senza investimenti serve a ben poco. E che se si legano i salari ai risultati, ma non ci sono nuovi prodotti sui quali investire, le fabbriche diventano luoghi dove la flessibilità è una parola più elegante per dire “mobilità”.

 

Dal lato dell’offerta di lavoro, insomma, l’aria è cambiata, grazie al ministro Sacconi, che sta dando al Paese e alle persone quegli strumenti necessari per poter essere più competitivi. Adesso tocca alle imprese. Anzi, agli imprenditori. Sono loro a essere chiamati a essere competitivi sui mercati internazionali infondendo nei propri dipendenti, dai quali hanno ottenuto flessibilità, fiducia. Basterebbe che ne avessero la metà di quella che aveva Marco.

 

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