LAVORO/ Colli Lanzi (Gi Group): vi spiego le riforme per creare più occupazione

Il mercato del lavoro in Italia ha bisogno di alcuni aggiustamenti per cercare di risolvere i suoi due principali problemi. Ne parliamo con STEFANO COLLI LANZI

14.10.2011 - int. Stefano Colli-Lanzi
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Foto Imagoeconomica

«Da diversi anni i dati sul tasso di disoccupazione in Italia sono competitivi rispetto a quelli degli altri paesi europei. Tuttavia, sono anche “drogati” dall’uso della cassa integrazione e da tanti posti di lavoro, specialmente pubblici, che sono poco produttivi». Comincia così l’analisi di Stefano Colli Lanzi, Amministratore delegato di Gi Group, la più grande Agenzia per il lavoro d’Italia, sulla situazione occupazionale del nostro Paese, che presto si trasforma in una serie di consigli utili a migliorare il mercato del lavoro.

Cosa ci può dire circa le prospettive occupazionali future?

Non sono purtroppo delle migliori. Sia perché la diminuzione di risorse pubbliche renderà meno sostenibili questi posti di lavoro improduttivi, sia perché ci troviamo di fronte a una recessione. Nessuno quasi ne parla, ma ormai è un dato evidente vista l’aria di crisi e di incertezza che si respira. Penso che i dati sull’occupazione di ottobre saranno completamente diversi da quelli di settembre, ma al di là di queste osservazioni congiunturali, a mio parere ci sono due grandi problemi che affliggono il mercato del lavoro italiano.

Quali sono?

Il primo è l’alta improduttività, che poi si riflette sulle retribuzioni che restano basse. Il rischio è che appena la situazione dell’economia dovesse tornare positiva le famiglie perderebbero ancora più potere d’acquisto. Il secondo è l’iniquità, dato che il sistema protegge molto chi è già dentro il mercato del lavoro, ma non chi è fuori. Questo penalizza in modo drammatico i giovani. Le aziende, invece che utilizzare contratti a medio-termine e investire su di loro, gestiscono i rapporti di lavoro anche duraturi con gli strumenti della flessibilità, perché c’è troppa rigidità in uscita del mercato.

Ritiene sia necessario rivedere i contratti di lavoro per dare più competitività all’Italia?

Secondo me, non si tratta di riformare un singolo strumento, ma di rivedere il quadro d’insieme. In primis partendo dal contratto a tempo indeterminato: dobbiamo fare in modo che le aziende lo usino il più possibile, per ogni tipo di rapporto a medio-lungo termine con un dipendente. Questo può accadere se il tempo indeterminato non coincide con l’inamovibilità del lavoratore, come invece avviene oggi. Cosa che spinge le imprese a utilizzare il tempo determinato per assunzioni di medio-lungo termine, rendendo più precario il rapporto di lavoro.

Come si può concretamente facilitare questo cambiamento?

Creando condizioni chiare e progressivamente costose per l’amovibilità del dipendente. Rendendo anche obbligatorio per l’azienda che rescinde il contratto di lavoro l’investimento a supporto del ricollocamento del lavoratore. Infatti, quando una persona viene lasciata a casa, oltre al supporto monetario necessita anche di quello degli intermediari per trovare una nuova occupazione. Fatto questo, si può intervenire anche sui contratti a tempo determinato.

 

In che modo?

 

Se il contratto a tempo indeterminato assume questa fisionomia, quello a tempo determinato ritrova il suo scopo originario: gestire rapporti di lavoro limitati nel tempo. Per far sì che la persona sia più tutelata, dato che potrebbe avere periodi di disoccupazione tra un lavoro e un altro, penso sia importante che questi contratti siano gestiti attraverso la somministrazione e il supporto delle Agenzie per il lavoro. Alla fine, avremo meno contratti a termine di oggi, ma non perché viene meno la possibilità di farli, ma perché si riduce il loro scopo di “surrogati” del tempo indeterminato.

 

Un primo cambiamento nel mercato del lavoro sembra averlo portato l’articolo 8 della manovra finanziaria. Cosa ne pensa?

 

Forse le possibilità per la contrattazione aziendale previste dall’articolo 8 sono un po’ eccessive, contando che si potrebbe intervenire su tutto, tranne che sulla Costituzione e le normative europee. Tuttavia, trovo che rappresenti una grande opportunità, perché permette di fare sperimentazioni. Il cambiamento che ho descritto prima, fatto di colpo potrebbe spaventare chiunque. Invece, la possibilità di sperimentarlo a livello aziendale, tramite un accordo tra le parti, può far vedere i concreti risvolti pratici, che possono magari aiutare chi poi deve fare le leggi a prendere le migliori decisioni.

 

L’articolo 8 si dice (almeno questa è la posizione di Marchionne) sia stato depotenziato dall’accordo tra Confindustria e sindacati siglato il 21 settembre. Pensa che questi due soggetti abbiano tenuto una posizione troppo conservativa?

 

Secondo me, sì. Ritengo che quell’accordo non sia stato positivo, perché rappresenta una marcia indietro rispetto alle potenzialità che porta con sé la contrattazione aziendale. Tuttavia, confido che al di là delle posizioni “di facciata” ci sia l’effettiva volontà, da parte di imprese e sindacati, almeno a livello aziendale o territoriale, di cominciare a utilizzare maggiormente i contratti di secondo livello.

 

Nella manovra finanziaria c’è anche una norma (l’articolo 11) che ha messo dei limiti all’utilizzo dei tirocini. Ritiene che siano eccessivi?

 

La pensa così anche chi ha scritto la Circolare che lascia molto spazio alle Regioni per disciplinare nuovamente le regole del tirocinio. Credo che l’articolo 11 sia stato fatto per far sì che l’accordo sull’apprendistato fosse sottoscritto da tutte le parti sociali. E il legame tra apprendistato e tirocini non finisce qui.

 

Perché?

Perché l’apprendistato non è stato riformato realmente, in quanto rimane più un contratto di inserimento che non di formazione, non foss’altro per il suo costo: in Germania lo stipendio di un apprendista è il 25% del minimo salariale, in Italia l’80%. Questo fa sì che non si intraprenda un percorso formativo serio, ma che si inizi un vero e proprio lavoro, come appunto in un contratto di inserimento. Quindi se l’apprendistato ha questi vincoli e viene limitato pesantemente anche l’uso dei tirocini, non si fa altro che diminuire le possibilità di ingresso nel mercato del lavoro per i giovani. Nonostante la buona intenzione di limitare l’abuso dei tirocini, qui si rischia di buttare il bambino con l’acqua sporca.

 

Quindi cosa occorrerebbe fare?

 

Finché non c’è una forma di apprendistato più chiaramente rivolta ai giovani, in modo che diventi uno strumento di formazione alternativo alla scuola, il tirocinio deve essere assolutamente riampliato, anche correndo qualche rischio di mal utilizzo. La legge sull’apprendistato ormai è quella che è, ma si possono comunque fare dei accordi territoriali, provando, per esempio, a ridurre lo stipendio minimo di un apprendista a fronte di percorsi formativi seri. Se questa sperimentazione desse i risultati sperati e crescesse, allora si potrebbe pensare a ridurre nel tempo l’applicazione del tirocinio.

 

A parte le modifiche di cui abbiamo sinora parlato, ritiene che ci sia qualche altro miglioramento da apportare nel mercato del lavoro?

 

A mio parere il sistema normativo deve essere semplificato (per esempio, nei contratti a termine le causali sono assolutamente inutili), ma dando certezze. Quindi poche regole centrali chiare e che vengano poi applicate da tutti. Con la possibilità, grazie alla contrattazione aziendale, di definire ulteriori dettagli. Anche perché, visto che il nostro sistema di Pmi risente di un gap di cultura aziendale e di gestione delle risorse umane, il sindacato può svolgere a livello aziendale un ruolo molto utile. Tutto questo può garantire certezza e flessibilità e far sì che un’azienda straniera abbia un’idea maggiormente positiva di quel cui va incontro nel caso decidesse di aprire una sede in Italia.

 

In questo quadro di riforme, che ruolo potrebbero avere le Agenzie per il lavoro (Apl)?

 

Innanzitutto mi accorgo sempre di più che si tratta di soggetti che, occupandosi di tante attività legate al mercato del lavoro, hanno un punto di vista e una competenza unica per il sistema. Perciò ritengo importante che le Apl, attraverso la loro associazione (Assolavoro), vengano riconosciute come una delle parti sociali ed entrino a pieno titoli nelle discussioni e nelle negoziazioni a presidio del buon funzionamento del mercato del lavoro, anche per suggerire soluzioni che accontentino sia la parte datoriale che quella sindacale. Scendendo sul piano operativo, penso che le Apl possano dare un forte contributo nel sostenere lo sviluppo delle infrastrutture del mercato del lavoro.

 

In che modo?

Come spiegavo prima, penso che attraverso la somministrazione le Apl possano svolgere un ruolo importantissimo di flexicurity nei contratti a tempo determinato. Con lo staff leasing sono in grado anche stabilizzare dei posti di lavoro, assumendo stabilmente delle persone che poi vengono utilizzate per periodi a termine dalle aziende. Possono anche gestire il progetto formativo connesso all’apprendistato e dare un contributo nell’orientamento al lavoro e anche alla scuola, che in certi casi sta diventando un’urgenza per i giovani. In questo senso, stiamo proponendo alle istituzioni di guardare all’orientamento come realtà strategica e di pagarlo in funzione dei risultati, cioè quando per la persona si trova un nuovo posto di lavoro o un percorso scolastico in cui essere inserito.

 

Un’ultima domanda: la scorsa settimana il Cardinale di Milano, Angelo Scola, ha tenuto una relazione sull’economia e il lavoro. Cosa l’ha colpita del suo discorso in cui ha avvertito: “Non c’è possibilità di parlare di lavoro, impresa, economia e finanza al di fuori dell’uomo”?

 

È come essere stati risvegliati sul senso di quel che facciamo tutti i giorni. Noi ci troviamo a operare sul lavoro, che è non un’attività tra le tante, ma è un bisogno fondamentale di ciascuna persona. Questo mi fa pensare alla responsabilità importante che abbiamo. Inoltre, finora abbiamo parlato di leggi, mercati e sistemi, che possono certamente influenzare positivamente o negativamente lo scenario, ma resta il fatto che il lavoro è una dimensione della singola persona. La funzionalità delle norme, del mercato e del sistema deve essere quindi rivolta a favorire un’educazione, perché non muoviamo delle pedine, ma sollecitiamo delle libertà personali.

 

(Lorenzo Torrisi)

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