QUALCOSA DI SINISTRA/ A chi giova il divorzio tra Fiat e Confindustria?

Confindustria ha scelto la pace sindacale piuttosto che appoggiare la linea rinnovatrice e di rottura di Marchionne. E ora cosa potrà accadere in Italia? L’analisi di SERGIO LUCIANO

06.10.2011 - Sergio Luciano
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Sergio Marchionne (Foto Ansa)

È la “pancia” della Confindustria ad aver indotto Emma Marcegaglia a passare, nel giro di due anni, dal ruolo di sobria ma convinta supporter di Silvio Berlusconi a quello di suffragetta dell’opposizione. La pancia, anzi i mal di pancia di una base di piccoli e medi imprenditori imbufaliti contro il Cavaliere come si può esserlo solo nei confronti di chi si considera un traditore.”Il presidente imprenditore” che non fa le cose per le quali è stato eletto. Non fa le liberalizzazioni, non sburocratizza, non aumenta le flessibilità del lavoro, non riduce le tasse, non sposta l’Iva dal fatturato all’incassato.

È a questa base infuriata che la Marcegaglia ha capito, a un certo punto, di dover dare risposte. All’inizio le è pesato, perché la sua presidenza era iniziata quasi sotto il patrocinio di Berlusconi. Che, dapprima sostenne attraverso l’Assolombarda la candidatura della giovane signora dell’acciaio e poi, neoeletta lei e neoeletto lui, la investì di paterna fiducia con la sua fragorosa partecipazione alla prima assemblea di Confindustria presieduta da Emma dove l’accostò – nella sua logica, galantemente – a una “velina”. E vabbè. Ha cominciato proprio nell’estate del 2008 a prendere le distanze dall’inazione del governo, con una serie di interventi dal tono diverso. Critico, quasi polemico.

Nel frattempo, la Fiat di Sergio Marchionne iniziava il suo braccio di ferro con la Fiom-Cgil sul piano industriale “Fabbrica Italia”, un contrasto che sarebbe diventato sempre più forte, fino a esplodere in una rottura senza appello, nel corso dell’ultima primavera. Rispetto alla vertenza Fiat, governo e Confindustria si sono diversamente defilati. Il governo, che non aveva da scambiare nulla col manager dal pulloverino nero (il quale non aveva mai gratificato di apprezzamenti né il premier, né il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi), nicchiava. Sacconi era in cuor suo contento che l’odiata Cgil stesse trovando pane per i suoi denti, ma non poteva intervenire; la Confindustria invece temeva la palese voglia di Marchionne di far da sé sulle relazioni industriali, e la temeva sia per timore di perdere un socio essenziale, com’è poi accaduto, sia perché molte piccole imprese hanno in materia idee ben diverse dalla Fiat, che Confindustria è tenuta a contemperare con quelle dei big.

La svolta imprevedibile è arrivata a cavallo dell’estate, quando gli accordi aziendali ottenuti (o estorti, a sentire la Fiom) da Marchionne sia a Pomigliano che a Mirafiori sono stati messi al centro di un attacco giudiziario da parte delle tute blu della Cgil, forti della normativa in vigore, che rende impugnabili i contratti aziendali che deroghino alle clausole previste da quelli nazionali. Di fronte a questo stato di cose, Sacconi e il governo si sono mobilitati e si sono schierati con Marchionne, infilando – anche un po’ a sproposito – nella manovra finanziaria d’emergenza di agosto quell’articolo 8 che, appunto, dava molta più forza di prima ai contratti aziendali.

Ed è qui che è scoppiato l’imprevedibile: la Confindustria ha scelto la pace sindacale, e la conferma della prevalenza dei contratti nazionali reclamata da una parte dei suoi associati “piccoli”, incapaci di trattare da soli col sindacato in chiave migliorativa, rispetto all’appoggio alla linea Fiat, pur benedetta dal governo. Diciamo, per capirci, che la Confindustria ha fatto “qualcosa di sinistra”. E ha firmato un protocollo d’intesa con i sindacati che ha vanificato una norma di destra varata da un governo di destra! E Marchionne ha subito reagito, uscendosene ufficialmente – com’era peraltro atteso e preannunciato – da un’associazione che non ama e che non stima, come del resto non ama e non stima l’Italia.

Ed è qui che le strade di Marchionne con la sua Fiat e della Marcegaglia divergono definitivamente. Già, perché il manager italoamericano guarda solo all’America e al mondo, e tende o tenderà sempre di più a marginalizzare l’Italia, sia come mercato che come sede produttiva. Farà né più né meno quel che sarà economicamente utile fare all’azienda. Punto.

Il nuovo attivismo politico della Marcegaglia, occasionalmente sul fronte dell’opposizione, fa invece riscontro con quello dei vari Montezemolo e Della Valle e dei tanti altri imprenditori che manifestano sempre di più una forte voglia di politica. Ma di una politica di destra o di sinistra? Non si capisce, e questo fa specie: perché l’imprenditore di sinistra è come l’ornitorinco, è un animale raro, un’eccezione alla regola. Imprenditoria fa rima con competizione e meritocrazia, la sinistra è solidaristica e regolatrice. Montezemolo parlerà alla destra della base elettorale italiana, proponendosi come nuovo Berlusconi? O ammiccherà anche alla borghesia intellettuale, orfana di una convincente sinistra di governo? E Della Valle lavora in proprio, per Montezemolo o per nessuno e si è limitato a uno sfogo senza seguiti, con quella sua strana pagina-editto pubblicata a pagamento sui maggiori quotidiani?

La Confindustria senza Fiat conterrà i danni o perderà altri pezzi, fino al punto di perdere se stessa, come profetizzano i nemici di Marcegaglia? E perché, poi, “rompere” adesso, quando tra otto mesi la signora dell’acciaio sarà tornata in altoforno?

No, da questa storia più che interrogativi senza risposta per ora non si estraggono, come del resto da tutta quest’infinita e faticosissima transizione italiana.

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