Quattro motivi per dire sì alle riforme

- Stefano Colli-Lanzi

STEFANO COLLI LANZI riflette sulla situazione del nostro Paese, in particolare per quel che riguarda il mercato del lavoro, troppo rigido rispetto a quel che ci chiede l’Europa

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Foto Imagoeconomica

Il contesto in cui si trova oggi il nostro Paese mi muove a una breve analisi e a quattro considerazioni. Per favorire la crescita economica, l’Europa ci chiede con insistenza “una profonda revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei lavoratori dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi” (lettera del 5 agosto inviata da Mario Draghi e Jean Claude Trichet al Primo ministro italiano). Si tratta di riforme a costo zero che, insieme a un maggiore utilizzo dei contratti di somministrazione suggerito dalla Direttiva europea 2008/104, potrebbero contribuire a una svolta significativa nella direzione dello sviluppo.

Trovo che la mancanza più grande che si possa attribuire al Governo e alle Parti sociali in questo frangente sia proprio di non voler considerare che esiste un’opportunità di riforme a costo zero. La tendenza all’autoreferenzialità in difesa del proprio ruolo conduce Confindustria e Sindacati a una lontananza dalla vita del Paese e a un immobilismo che paralizza ogni possibilità positiva di cambiamento, oggi più che mai necessario. Mi domando se tali posizioni rappresentino seriamente le istanze emergenti da aziende e lavoratori.

Osservo che:

1) Se continuiamo a identificare in maniera equivoca la sicurezza di poter lavorare con l’inamovibilità del posto di lavoro non riusciremo mai ad affrontare il problema della competitività, della produttività, del merito e della flessibilità, rischiando tra l’altro di mettere a repentaglio proprio quella sicurezza così giustamente invocata. Sicurezza che deve essere però resa possibile per tutti: il nostro è infatti un sistema ingiustamente dualistico, che protegge eccessivamente chi ha un “posto fisso” a discapito di chi non è ancora entrato nel mondo del lavoro.

Appare oggi quanto mai chiaro che per le imprese italiane è necessaria la possibilità di porre fine al rapporto di lavoro, in modo oneroso e quindi non facile, ma trasparente e connesso all’impegno di farsi carico della persona nella ricerca di un nuovo posto di lavoro, ad esempio attraverso i servizi offerti da chi si occupa con successo di ricollocazione professionale. In tal modo si incentiverebbero i contratti di lavoro a tempo indeterminato su cui gli imprenditori potrebbero tornare a investire perché a loro volta certi di non incappare nel rischio di inamovibilità di chi non risultasse adeguatamente produttivo.

2) È necessario perseguire politiche di flexicurity nella gestione dei tempi determinati che a questo punto, grazie alla riforma di cui sopra, potrebbero essere circoscritti alle strette necessità di prestazioni di breve termine e non invece usati per non assumersi impegni a lungo termine. Le persone coinvolte troverebbero nelle Agenzie per il lavoro adeguati supporti per dare loro sicurezza e continuità nell’impiegabilità: si eviterebbe così di trasformare rapporti di lavoro a tempo determinato in rapporti di lavoro precario. Per ottenere questo risultato si potrebbero ad esempio, rimuovere vincoli, utili solo ad avvocati e giudici, come le causali nei contratti di somministrazione, in sintonia con quanto la Direttiva europea ci chiede.

3) Dobbiamo lavorare per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e per formarli adeguatamente attraverso una seria riforma dell’apprendistato, non limitandoci, come si è fatto, a introdurre pur utili semplificazioni e a consentire l’apprendistato in somministrazione, ancorché a tempo indeterminato: il contratto così com’è resta un ottimo contratto di inserimento, ma non efficace dal punto di vista della sua capacità di interazione con il sistema formativo ed educativo del Paese. A questo si aggiunge, come una beffa, un irrigidimento dei tirocini che rischia di condurre ancor di più alla paralisi le possibilità di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

4) L’articolo 8 della recente manovra finanziaria ha sancito l’importanza della contrattazione aziendale quale efficace strumento per determinare condizioni vincenti nel rapporto tra singole imprese e lavoratori. La positività di tale determinazione rischia di essere inficiata dall’eccessivo raggio di azione concesso alle Parti. Tale esagerazione, forse dovuta a una mancanza di coraggio nell’affrontare sino in fondo una riforma del sistema, crea infatti le condizioni perché la contrattazione aziendale possa rimuovere qualsiasi vincolo di legge, tranne, forse, i dieci comandamenti….! L’inadeguatezza di questo approccio sembra evidente a chi avverte la necessità di avere un sistema di leggi certamente fondato sulla libertà, ma capace di dare certezze a chi opera, almeno sulle questioni fondamentali. Un sistema che prevede la possibilità di derogare ai principi di fondo rischia di incrementare solo l’incertezza e la precarietà.

Colpisce però altrettanto negativamente che Confindustria, anziché cogliere dall’articolo 8 la possibilità di sperimentare nuove pratiche per far evolvere il mercato del lavoro, si premuri di chiudere ogni porta. L’aspettativa di chi opera nel Paese è che la strada intrapresa venga rivista. Altrimenti non può che essere condivisibile che aziende come Fiat prendano le distanze da un’associazione non interessata a rappresentarle.

Perché dunque non effettuare queste riforme a costo zero? Sembra proprio mancare il coraggio di decisioni anche impopolari, ma necessarie, che magari non ottengano un riscontro politico immediato, ma che costruiscano una possibilità duratura per tutti. Come ha recentemente detto Benedetto XVI parlando del ruolo dei politici nel suo discorso al Bundestag tedesco, il “criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tantomeno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace”.

Non possiamo non aver voglia di lasciarci coinvolgere da questa provocazione a servire il bene comune! Fuori da questa concezione capace di costruire con una prospettiva sana e di lungo termine resta solo il facile lamento di chi, come i vari Della Valle, viene attratto dall’utilizzo di facili luoghi comuni di scarso contributo al necessario cambiamento. Questo Paese, ciascuno di noi, merita di più.

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