LETTERA/ Quelle occasioni di lavoro a due ore dall’Italia

- Domiziano Pontone

DOMIZIANO PONTONE ci descrive il mercato del lavoro in Est Europa che presenta delle peculiarità che possono rivelarsi interessanti per i giovani italiani in cerca di occupazione

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Foto Ansa

Il mercato del lavoro in Est Europa ha delle peculiarità strettamente legate al contesto storico e geografico, tali da riflettersi sulle abitudini di chi cerca lavoro ovvero investe nella formazione al fine di trovarlo una volta terminati gli studi o durante gli stessi. Anzitutto, una caratteristica tipica è legata all’alta percentuale di giovani che lavorano mentre studiano, iniziando sovente non appena divenuti maggiorenni, giungendo al termine del percorso di studi (in taluni casi tuttavia non equiparabile per profondità e difficoltà a quelli sostenuti nel paesi centro-occidentali europei o a quelli nordamericani) con già diversi anni di esperienza maturata sul campo. Questo fa sì che, complice anche un salto generazionale in posizioni di comando dovuto alle “scorie” dei precedenti regimi socialisti, incapaci di preparare manager con un approccio occidentale in termini di mentalità aziendale, in innumerevoli casi persone relativamente giovani si trovino a occupare posizioni di assoluto rilievo.

Altro particolare fondamentale è la forte propensione a parlare le lingue straniere. Se da un lato, partendo dalle lingue slave (rumeno escluso) è relativamente semplice appropriarsi di un’altra lingua – data la complessità di quella nativa – dall’altro va detto che l’inglese è dato per scontato e una terza lingua viene quasi sempre affiancata alla due considerate “connaturate”: l’inglese, appunto, e quella della nazione d’origine.

Altra caratteristica è la costante ricerca di posizioni lavorative, per un anno definibile “sabbatico” ovvero per le stagioni estive, che portino a vivere per un certo periodo all’estero, obbligando a un contatto quotidiano e ineludibile con l’idioma della nazione prescelta. I lavori che vengono svolti lontani da casa sono tendenzialmente di carattere saltuario, come fare i camerieri od occuparsi di animazione o lavorare in back office per aziende che si occupano di trading col Paese d’origine o anche accettare di lavorare in produzione se non eccessivamente pesante (nel caso degli studenti). Ma non solo. A differenza di qualche anno fa, quando le condizioni di vita nel Paese natio non erano considerate adeguate, col diminuire lento ma progressivo delle differenze, in moltissimi casi il tempo trascorso all’estero non viene vissuto come a tempo indeterminato, ma come un passaggio per accumulare esperienza, denaro e capacità di linguaggio.

Tutto questo, tuttavia, come detto nasce da un fattore storico e geografico ben preciso: la fine dei regimi dittatoriali socialisti, che ha creato nuove entità nazionali, frammentato i centri di potere, sciolto i grumi burocratici connessi alla gestione pianificata, liberalizzato le economie, creato varchi enormi per gli investitori in cerca di delocalizzazioni “affidabili” e, soprattutto, non troppo lontane, al fine di contenere i costi della logistica.

Col passare del tempo, poi, essendo la Russia stessa (dunque l’ultima estremità a Est dell’Europa) divenuta un punto focale di sbocco per i mercati, anche grazie alla capacità di richiesta della domanda interna, affiancando in questo senso l’Europa maggiormente industrializzata e ricca, i paesi racchiusi nel mezzo hanno finito per giocare un ruolo fondamentale nella succitata delocalizzazione. Volendo dare un ordine di importanza per capacità produttive, dimensioni del mercato interno e competenze tecniche, si potrebbero snocciolare: Polonia in primis, poi Romania, Repubblica Ceca, Serbia, Bulgaria, Slovacchia. A seguire le altre nazioni balcaniche e i paesi baltici e poi mercati potenzialmente enormi, ma assolutamente instabili, come quello ucraino e bielorusso.

La prospettiva per un italiano di lavorare in Est Europa sicuramente è probante (clima più rigido, mentalità non ancora totalmente scevra di sovrastrutture derivanti dai regimi, diversa cultura alimentare e comportamentale, diffusione limitata del concetto di “fedeltà aziendale” per via dell’alto numero di proposte lavorative aperte e dalla crescita dei salari, ecc.) ma altresì di sicuro interesse e assai formativo. Se infatti un noto manager ha dichiarato che “in futuro sarà necessario e fondamentale aver lavorato, anche solo per un breve periodo, in Cina”, come una volta lo era per gli Stati Uniti, parafrasando tale affermazione, potremmo dire che in qualche modo la macro-area in questione rappresenta un esperimento lavorativo quanto più vicino a quello del Far East. Non tanto per le condizioni di vita in sé (davvero più complesse in Cina), quanto per la forte propensione a crescere di un mercato una volta fermato dall’ideologia di partito, aperto agli investimenti stranieri, caratterizzato da una progressione salariale costante, da Pil quasi sempre tra i primi (la Polonia è stata l’unico Paese ad aver un Pil positivo in Europa anche nel drammatico 2009) e da una forte tendenza alla competitività.

Senza voler eccessivamente semplificare, si potrebbe dire che l’Est Europa vive in questa fase storica un percorso non dissimile da quanto attraversato dall’Italia durante il boom successivo alla seconda guerra mondiale. Le skyline delle città principali si modificano in continuazione, eventi sportivi di rilievo mondiale e concerti di autori celeberrimi giungono in quella porzione di Europa, costanti costruzioni di nuovi stabilimenti e assunzioni massive danno il profumo di una zona in crescita, che cela – dietro un atteggiamento tendenzialmente compassato e “antiemotivo”, unito a una sostanziale differenza ancora evidente tra ricchi e non – indubbiamente un’energia frizzante, in grado di coinvolgere poiché, in parole povere, “c’è tanto da fare e da costruire”.

Tradotto: viaggiare e osare staccarsi, anche se per un periodo limitato, è la chiave della sopravvivenza e del miglioramento di noi stessi. Anche senza andare così lontano: l’Est Europa è in media tra i 90 e i 120 minuti di volo. La qualità lavorativa, la preparazione scolastica e l’ingegnosità imprenditoriale italiana sono ancora merce rara. Se nel nostro Paese non sempre è facile emergere per vari motivi, di certo in nazioni in via di forte sviluppo si può davvero fare la differenza, ritagliando le meritate soddisfazioni. Charlotte Gray espresse un pensiero illuminante: “Il tempo della vita è lungo a sufficienza per fare qualcosa che valga la pena di essere fatta. Se cominci adesso”.

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