LAVORO/ Quelle “lezioni” del passato per aiutare i giovani d’oggi

Le tracce del futuro del lavoro, spiega FIORENZO COLOMBO, stanno in una rilettura del passato, di quanto di buono nella storia la tradizione ci ha consegnato

14.03.2011 - Fiorenzo Colombo
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Foto Imagoeconomica

“Il disegno si compie”. È il pensiero che sovviene alla fine della lettura di questa preziosissima pubblicazione sul connubio formazione e lavoro, (G. Bertagna, Lavoro e formazione dei giovani, Ed. La Scuola) che verrà presentata domani a Milano, presso la sede di Gi Group Academy.

Il Professor Bertagna, ispiratore della Riforma Moratti e delle più significative innovazioni in materia di istruzione e formazione negli ultimi anni, nonché coordinatore della Scuola Internazionale di Dottorato in “Formazione della persona e mercato del lavoro” istituita in collaborazione tra Adapt-Centro Studi Marco Biagi e l’Università degli Studi di Bergamo, ha realizzato quest’opera che rappresenta un intelligente e costruttivo contributo al mondo del lavoro e al sistema scolastico ed educativo del nostro Paese.

Infatti, non si tratta né di un manuale, né tantomeno di un saggio ma, secondo il modesto parere di chi scrive, di una serie di lectiones magistrales estremamente concrete e operative, utili e sufficientemente provocatorie a innescare un dibattito realistico (in termini di possibili strade da percorrere) e nel contempo anticonformista (ovvero scarsamente politicamente corretto), in cui sono chiamate tutte le componenti della società italiana, dalle istituzioni alla politica, dalle parti sociali alle categorie professionali, dal variegato mondo scolastico e universitario alle élite dell’intellighenzia.

Perché il disegno si compie? Perché stiamo parlando di giovani e lavoro, di formazione e di opportunità di accesso alla cittadinanza civile e sociale, di senso della vita e di fonte di reddito per sé e per la propria famiglia: stiamo parlando della madre delle questioni del nostro Paese, nel momento in cui stiamo celebrando i suoi 150 anni.

Il contributo ruota intorno ad alcuni assi centrali di una visione costruttiva, di un’antropologia positiva che fa fatica a emergere nel pensiero e nell’azione dei protagonisti della vita pubblica italiana. La concezione del lavoro, la sua stessa ricerca, l’azione della politica e delle istituzioni, delle imprese e dei sindacati, il sistema scolastico: tutti sono implicati in questa responsabilità, personale e comune, di offrire tracce di un buon e concreto futuro alle giovani generazioni, figlie di una società che non cresce, in un paradosso da Titanic del terzo millennio.

 

Bertagna richiama le incoerenze delle varie componenti (compresa quella di cui lui è espressione) e propone di abbandonare schemi consolidati e di tornare alla radice della questione, ovvero “la persona in azione”. E semplicemente propone di riflettere sulla necessità di realizzare e ricomporre una visione unitaria dei problemi, una concezione in cui ogni persona ha un diritto e un dovere di educazione e istruzione, un diritto e un dovere di lavorare per contribuire a sé, ai propri cari e al miglioramento della società, un approccio di cui tutta la nostra Costituzione è impregnata in diversi e numerosi articoli.

 

Si tratta di superare antiche e nuove fratture nelle diverse concezioni, azioni e norme in tema di istruzione e formazione, di accesso al lavoro e del suo permanerci, nella fusione e integrazione di “manuale e intellettuale”, valorizzando e innescando processi estesi di cultura nel lavoro e di lavoro nella cultura, proponendo un’idea del lavorare intesa come “un sapere pratico in azione”.

Interessante anche la riproposizione di una rifondazione scolastica come clima e dettato organizzativo, che vive ancora di codici “militari” (promozioni, obblighi, disciplina, condotta, passaggi di grado, punizioni di classe sono espressioni ancora attualmente in uso) per avvicinare formazione e lavoro nel modello della Scuola Laboratorio (né scuola scuola, né officina officina), affinché si insegni a lavorare bene, facendo le cose bene, conoscendo ragioni oggettive e soggettive del manufatto, del bene o del servizio.

 

La necessità di ridare centralità all’apprendistato formativo, qualcosa di più e di diverso di un semplice contratto di lavoro a causa mista (di lavoro e formazione), secondo le intenzioni di Marco Biagi e dei più illuminati e autenticamente riformisti tra gli operatori del mondo del lavoro, risulta determinata dall’offerta di un canale ottimale, che tenga insieme questo imparare ad imparare lavorando, una modalità in cui si riattualizzano antichi proverbi dettati da una costruttività popolare di nonni e genitori (“impara l’arte e mettila da parte”: vedi di rubare il mestiere a quello che te lo insegna perchè è quanto desidera da te, allievo, il maestro ovvero l’operaio specializzato o il capomastro).

 

Allora le tracce del futuro stanno realmente in una rilettura del passato, di quanto di buono la tradizione ci ha consegnato, proponendo in modo adeguato e realistico una lenta ma efficace strada ai giovani dell’oggi, il cui dispiegarsi ha bisogno di un tempo che non può essere quello di chi vive solo di traguardi elettorali. Allora la madre delle questioni riguarda davvero la persona e le persone, il vero, unico e irripetibile capitale sociale del nostro Paese.

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