Lo Stato deleghi quel che non fa

Pur essendo una nazione che – per Costituzione – è fondata sul lavoro, l’Italia vive un momento di grande problematicità sul piano della produttività

18.03.2011 - Lorenza Violini
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Foto Imagoeconomica

Pur essendo una nazione che – per Costituzione – è fondata sul lavoro, l’Italia vive un momento di grande problematicità sul piano della produttività. La crisi ha messo in luce, drammaticamente, questo problema, evidenziando come vi siano molti settori della nostra economia – e primariamente la pubblica amministrazione – che non tengono il passo coi tempi e drenano risorse che potrebbero invece essere utilmente impiegate per dare un contributo significativo alla rinascita e un apporto consistente per favorire l’uscita dalla crisi stessa.

A fare le spese di questa situazione sono soprattutto i giovani. Tra i 15 e i 24 vi è un tasso di disoccupazione altissimo, che sfiora il 30%, secondo i dati provvisori dell’Istat 2011, disoccupazione dovuta a vari fattori, ma soprattutto al fatto che vi è una incapacità del sistema di istruzione a preparare davvero i nostri ragazzi a diventare adulti e a entrare nel mondo del lavoro, mentre i sistemi di formazione, prevalentemente gestiti a livello regionale, scontano anni di mala organizzazione rispetto a un mercato affamato di competenze, soprattutto nel campo delle nuove tecnologie.

Non che non vi siano stati dei passi avanti: alcune regioni sono riuscite a creare sistemi di formazione in diritto dovere avviate verso un incremento di efficienza, sistemi creati sulla base di accordi con lo Stato e sfruttando le pieghe della legislazione che consente di assolvere all’obbligo scolastico anche presso enti formativi accreditati; le normative sull’apprendistato ci sono e andrebbero applicate con intelligenza e creatività, gestendo (o facendo gestire) gli aspetti formativi dell’apprendistato in modi più consoni alle aspettative delle aziende; alcune università si sono attivate per gestire l’orientamento, organizzare l’apprendistato in alta formazione volto a coniugare i dottorati con le esigenze delle aziende di formare personale qualificato da inserire e per creare occasioni di stage dopo che questi sono divenuti obbligatori per alcuni corsi di laurea (si veda, ad esempio, quanto messo in atto dall’Università Padova in collaborazione con le aziende e la Camera di Commercio come documentato dal sito stage.it).

Insomma, ci sono best practices, esempi interessanti, spunti per politiche innovative, il tutto per far sì che, in primis, la formazione professionale da figlia di un dio minore diventi un elemento trainante per incrementare l’occupazione e poi anche che il sistema formativo nel suo complesso consenta/favorisca la transizione al lavoro di forze fresche, preparate, in grado di sostenere le sfide del millennio. E vi è altresì una vitalità del mondo giovanile che, in vari modi, entra in contatto col mondo del lavoro, spesso in modo destrutturato od occasionale, ma pur sempre interessante per ragionare in modo adeguato rispetto al problema che non è infatti riducibile alla vulgata dei bamboccioni.

 

Quali le condizioni perché tali pratiche escano dall’occasionalità del diventare un elemento portante per l’economia del Paese? Certamente, la prima condizione chiama in causa i diversi attori del sistema: sindacati, pubblica amministrazione e imprese devono entrare in rete, creare masse critiche di risorse che sostengano i necessari investimenti in capitale umano, i quali non danno rendimenti a breve, ma creano le condizioni per una crescita di medio-lungo termine.

Alla politica spetta poi di dare visibilità alle proprie scelte sul tema, con interventi finalizzati non solo a tamponare le emergenze, ma a creare condizioni strutturali per consentire agli attori di entrare in partita: puntare su efficienza degli apparati pubblici e valorizzazione degli apporti degli operatori è condizione indispensabile per dare solidità alle politiche formative e a quelle finalizzate alla creazione di servizi per il lavoro. Solo così il nostro traballante sistema di welfare, messo a dura prova dalla crisi e dalla ristrutturazione in atto della finanza pubblica, potrà ritrovare una base men che precaria; non più finanziabile con il ricorso all’indebitamento, esso deve infatti ripensare a se stesso in termini di sussidiarietà, ove per sussidiarietà si intenda un chiaro favor per la libertà di scelta e un sostegno agli operatori affinché possano davvero competere e creare servizi di qualità.

 

Si tratta, in sostanza, di raccogliere una sfida epocale: far sì che una nazione fondata sul lavoro cessi di emarginare intere coorti non offrendo loro gli strumenti per passare dall’adolescenza all’età adulta.

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