LETTERA/ Così la Spagna vuol battere il boom della disoccupazione

In Spagna, la disoccupazione raggiunge livelli molto alti. ALESSANDRO CALI’ ci spiega come il Paese iberico sta cercando di affrontare il problema

21.03.2011 - Alessandro Calí
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Una coda davanti a un ufficio pubblico per l'impiego di Madrid (Foto Ansa)

Sono due anni che lavoro in Spagna in qualità di Area manager di Gi Group Spain ETT. Svolgendo l’attività in una Empresa de trabajo temporal (Società di lavoro temporaneo) è importante e naturale analizzare il livello di disoccupazione del Paese.

La Spagna nel 2010 ha registrato un valore medio di quattro milioni di persone senza impiego. Questo valore assoluto equivale al 20% della forza lavoro disponibile. Dalla scomposizione dell’universo dei disoccupati spagnoli in base all’età, ben il 43% è nel segmento degli under 25.

In questa condizione, e con un tasso di disoccupazione doppio rispetto alla media della Unione europea, il Governo spagnolo ha deciso di porre mano alla normativa del mercato del lavoro. La riforma più rilevante è quella contenuta nel Real Decreto 1796/2010 del 30 dicembre 2010.

Esso permette, per la prima volta nella storia spagnola, la collaborazione tra agenti privati ed entità pubbliche nell’intermediazione di domanda e offerta di lavoro. Sancisce la nascita delle “agencias privadas de colocación” (agenzie di collocamento private), quali soggetti che si devono coordinare con “los servicios públicos de empleo” (i servizi pubblici per l’impiego).

 

In particolare, nell’articolo 16 si stabilisce che le Agenzie di collocamento private potranno stipulare accordi con il Servizio pubblico per l’impiego e saranno da esso finanziate in funzione di parametri quantitativi e qualitativi. Si chiede quindi alle nuove Agenzie una reale efficacia nella collocazione dei candidati e di realizzare a tal fine la formazione necessaria a qualificare o riqualificare le persone in cerca di lavoro.

 

Il Governo manifesta apertamente la necessità di affidare la riattivazione del mercato del lavoro a professionisti privati che conoscano le reali caratteristiche della domanda e ne sappiano informare correttamente l’offerta. Infatti, solo chi sa leggere la costante mutevolezza delle esigenze del mercato può garantire il delicato incontro tra domanda e offerta.

Rispetto all’Italia, il mercato del lavoro spagnolo è strutturalmente molto più flessibile e dinamico, basti solo considerare che non esiste nessuno strumento simile all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. L’uscita di un dipendente dall’impresa può essere gestita pagando 45 giorni per anno lavorato. Il mercato spagnolo presenta un’altra grande differenza rispetto a quello italiano: i tre quarti della contrattazione del Paese è fatta di contratti a termine.

 

Le ETT, Empresas de trabajo temporál, veicolano solo in parte questa flessibilità, perché molte delle aziende spagnole provano a gestirla direttamente. Su base annua, il valore assoluto dei contratti prodotti dalle ETT è simile a quello delle Agenzie per il lavoro italiane. In Italia, le Agenzie gestiscono la maggior parte della ridotta temporaneità del Paese, in Spagna le ETT entrano in un terzo del volume complessivo dei contratti a termine.

 

Ora la Spagna, con il Real Decreto 1796/2010, riconosce la piena efficacia dimostrata dalle agenzie private che già operano sul mercato del lavoro e le potenzia in modo considerevole, aprendo loro le porte del pubblico impiego.

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