8 MARZO/ Ecco il patto che aiuta le donne a unire famiglia e lavoro

Ieri è stata raggiunta un’intesa importante tra governo, sindacati e imprese che può favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia delle donne. Ce ne parla PAOLA LIBERACE

08.03.2011 - Paola Liberace
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Tempo, invece delle mimose. Non si può dire che il tavolo con le parti sociali convocato dal ministro Sacconi sulle linee guida per la flessibilità lavorativa e la responsabilità sociale d’impresa non sia stato convocato strategicamente, il giorno prima della festa della donna: il fatto di aver programmato la ripresa dei negoziati per il 7 marzo voleva suonare come un meritato regalo alle donne.

E in effetti, grazie all’intesa raggiunta tra governo, sindacati e imprese, quest’anno le italiane – invece dei consueti (e ormai un po’ stantii) omaggi e riconoscimenti – dovrebbero vedersi recapitare un pacchetto di misure utili alla conciliazione per rivedere l’orario di lavoro in senso flessibile, e per coinvolgere le aziende nel welfare sussidiario. Part-time, telelavoro, ma anche buoni lavoro per collaboratori domestici e servizi alla persona e alla famiglia da erogare in azienda: questo il quadro di fronte al quale ieri tutti i presenti al tavolo (compresa una Cgil che si è comunque riservata di valutare i contenuti della pre-intesa in un successivo tavolo tecnico) si sono ritrovati concordi.

Uno dei provvedimenti più interessanti riguarda la possibilità di concordare con il datore di lavoro modalità di espletamento dell’attività lavorativa “a risultato”, vale a dire senza l’obbligo della presenza in un luogo predeterminato in un orario predeterminato. Si tratta, è vero, di una misura che resta limitata a casi eccezionali (tipicamente, quelli di infermità di figli o familiari), ma che pone un precedente importante; che assume – tra le righe – che in campo lavorativo presenza non implica rendimento; che ammette, almeno in linea, di principio, che di “lavoro” si possa parlare anche al di fuori delle tradizionali unità di tempo e di luogo.

Un principio che il vecchio concetto di “telelavoro” riesce ormai solo parzialmente a compendiare, e che si sposa egregiamente con la realtà di nuove professioni ormai sempre più massicciamente supportate dalla tecnologia. Non bisogna insomma pensare a venditori per corrispondenza o addetti di call center, ma a professionisti che fanno dei tanti strumenti innovativi e ubiquitari, ormai inseparabili compagni della loro giornata, altrettanti mezzi per migliorare la loro vita. E se è vero che tra questi professionisti le donne occupano un posto di rilievo, si comprende l’importanza di non lasciar cadere le iniziative per la loro alfabetizzazione informatica.

 

Eppure, non solo le donne dovrebbero rallegrarsi delle proposte avanzate dal ministro del Welfare. Misure come la possibilità per madre e padre di bambini in età prescolare di beneficiare di forme di flessibilità in entrata e in uscita, oppure di accedere al part-time, volontario e reversibile, o a un orario di lavoro concentrato per i turnisti; o ancora, l’istituzione della banca delle ore, rispondono, infatti, alle esigenze di tutti i membri della comunità familiare: commentandole sabato scorso, in occasione della Prima Conferenza Nazionale su donne e lavoro indetta dal PdL, la responsabile pari opportunità del PdL Barbara Saltamartini le aveva definite “chiave di volta per un lavoro più a misura di donna, e quindi di uomo, e perciò di famiglia”.

 

Si tratta di misure ispirate alla priorità della persona e al riconoscimento del valore dell’educazione e dell’allevamento dei figli da parte di entrambi i genitori. Un riconoscimento prezioso, al di là del risultato immediato; forse un primo passo per celebrare una festa che riguarda sempre meno le sole donne, e sempre più l’intera società alla quale, come professioniste, come educatrici, come mogli, come madri, apportano giorno dopo giorno il loro contributo.

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