IDEE/ Un “patto” sull’apprendistato per far crescere il lavoro

L’apprendistato in Italia oggi funziona solo in parte. Per questo, spiega LUCA VALSECCHI, si potrebbe pensare all’intervento di una parte terza per migliorarne l’efficacia

01.04.2011 - Luca Valsecchi
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Foto: Imagoeconomica

Lunedì 11 aprile a Milano, nell’auditorium del Palazzo del Lavoro di Gi Group si svolgerà un convegno dal titolo “L’apprendistato: una complicazione o un’opportunità?”, pensato e realizzato dalla fondazione Gi Group Academy anche come prosecuzione ideale del recente evento “I giovani tra formazione e lavoro”, in cui personalità di primo piano si sono confrontate su cause e possibili soluzioni del drammatico fenomeno della disoccupazione giovanile in Italia.

Perché una Fondazione che si occupa di promuovere la cultura del lavoro in Italia organizza un convegno su questo tema?Perché l’apprendistato è stato concepito per essere il principale canale di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro: il contratto di apprendistato è uno strumento centrale nelle strategie in tema di politiche del lavoro e dell’occupazione del nostro Paese. Uno strumento di cui è necessario approfondire la conoscenza e i possibili utilizzi anche per promuoverne adeguate evoluzioni. E un ruolo centrale da parte delle Apl (Agenzie per il lavoro) di “governance” del processo burocratico di gestione della persona e di garanzia dell’adeguatezza della formazione svolta ci sembra possa costituire una strada percorribile.

Certamente, l’apprendistato in Italia oggi funziona solo in parte, perché necessita di una serie di accordi tra sindacati, enti e aziende che di fatto ne rendono l’utilizzo piuttosto complicato. Quello professionalizzante, però, pur con margini di miglioramento, funziona piuttosto bene, anche perché consente alle aziende di accedere al risparmio contributivo, tanto da coinvolgere già 500mila persone nel nostro Paese. Il principale fattore critico di successo di questo strumento risiede nell’adeguato funzionamento dell’aspetto formativo che dovrebbe, appunto, professionalizzare il giovane. Oggi la formazione è gestita dalle aziende o dalle Regioni: le prime sono restie ad accollarsi il costo che questa implica, le seconde non sempre riescono a essere sufficientemente vicine alle esigenze del mercato e ai bisogni dei lavoratori.

La soluzione potrebbe essere che una parte terza, le Agenzie per il lavoro, si prenda in carico la gestione “scientifica” del percorso formativo in relazione agli effettivi fabbisogni professionali e di mercato e talvolta direttamente dell’erogazione della formazione per i percorsi di apprendistato. Un soggetto esterno accreditato e competente, come le Apl, sarebbe in grado di affiancare aziende e persone aiutando a compiersi una coincidenza di interessi che non guardi solo alla produttività immediata con logiche di breve termine e che supporti lo sviluppo di una reale employability per le persone.

Su questo tema vogliamo poterci confrontare coi nostri ospiti durante l’evento dell’11 aprile al quale daremo un taglio particolare: cominceremo con una chiarificazione da parte del Prof. Tiraboschi circa lo strumento in oggetto e le sue possibilità applicative e di evoluzione e proseguiremo mostrando casi di successo, modelli cioè dove l’apprendistato funziona già, a cominciare dal caso della Provincia Autonoma di Bolzano. Vogliamo, cioè, mostrare percorsi possibili e riflettere a partire da possibilità concrete, individuate e poste all’attenzione di tutti, non certo da un dibattito ideologico su principi teorici.

Ma perché un’agenzia per il lavoro chiede di occuparsi dell’apprendistato e di poterlo “somministrare”? Innanzitutto perché c’è un’alta disoccupazione giovanile e nel breve periodo la si potrebbe affrontare così, investendo in tal modo moltissimo anche sulla formazione della persona. E poi perché tutto il processo potrebbe semplificarsi per aziende e persone. Nel caso in cui poi le agenzie assumessero direttamente il lavoratore a tempo indeterminato (con qualche correttivo alle attuali norme) sarebbero ancora più incentivate, più ancora sia dell’impresa che degli organi pubblici, a far crescere professionalmente la persona e ad aumentarne le competenze. In questo modo la formazione legata all’apprendistato potrebbe davvero funzionare e questo strumento decisivo per l’occupabilità dei giovani potrebbe finalmente assumere le dimensioni di utilizzo per cui è stato concepito.

Nei giovani bisogna stimolare il desiderio di costruire di fronte a opportunità concrete, sia per inserirli nel mondo del lavoro che per mantenerli in un assetto di impiegabilità continua. E poi per un giovane è fondamentale la figura del maestro. In Germania, ad esempio, le aziende annoverano tra i loro collaboratori dei “magister” che sono chiamati a formare gli apprendisti che costituiscono un investimento importante per lo sviluppo. Perché un giovane apprenda c’è soprattutto bisogno di maestri che operino con lui sul campo, c’è bisogno che incontrino persone preparate che mostrino loro un sapere pratico in azione.

Pensiamo a quante persone over 50 o anche over 40 fanno fatica a reinserirsi nel mondo del lavoro, anche se probabilmente hanno grandi competenze utili allo sviluppo delle aziende e dei comparti che più hanno necessità di solide esperienze: chiediamoci se non potrebbero forse esservi tra loro validi maestri per i nostri giovani… Certo, sarebbe necessario pensare a un sistema di reintroduzione di queste figure anche attraverso agevolazioni economiche, e sicuramente in questo momento storico non è semplice: ma pensiamo a quale leva di sviluppo potrebbe crearsi in questo modo!

Ci sono poi persone che un mestiere vero e proprio non l’hanno “messo da parte”, o che sanno svolgere compiti che il mercato del lavoro richiede sempre meno. Questa dinamica, per cui è necessario apprendere attraverso l’esperienza di un saper pratico in azione, può valere anche per chi ha qualche anno in più e deve magari riqualificarsi per accedere alle nuove esigenze del mercato del lavoro: perché non pensare allora anche a un apprendistato di riqualificazione?

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