LAVORO/ I frontalieri ostaggi nella “guerra” tra Tremonti e la Svizzera

Se la Lega dei Ticinesi chiede un taglio al numero dei lavoratori frontalieri italiani, spiega CLAUDIO MESONIAT, è per via della discussione di alcuni accordi bilaterali

15.04.2011 - Claudio Mésoniat
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Foto Ansa

Appurato che la Lega dei Ticinesi, divenuta partito di maggioranza relativa nel Cantone, non cercherà di alterare le logiche del mercato del lavoro operando tagli di principio sul numero dei lavoratori frontalieri italiani, c’è però da spiegare quale sia il vero bersaglio delle smargiassate di Bignasca sul tema del frontalierato.

La posta in gioco riguarda, in realtà, la libera circolazione dei capitali e dunque la tenuta della piazza finanziaria svizzera, in particolare di quella ticinese. E in seconda battuta la reale possibilità delle aziende del Cantone di operare in Italia. Qui un nome spunta su tutti. Quello del ministro italiano dell’economia, Giulio Tremonti. Il vero bersaglio di Bignasca è lui (peraltro grande alleato della Lega di Bossi).

Qualche giorno fa la ministra svizzera dell’Economia, Doris Leuthard, se n’è uscita con l’affermazione: “Il ministro Tremonti ha qualcosa di personale con il nostro Paese, in particolare con il Ticino”. In effetti, Tremonti sta cercando di ostacolare la firma di un Accordo sulla doppia imposizione tra Svizzera e Italia che riprende pari pari quello da poco siglato tra Berna e Berlino, per quanto non ancora avallato da Bruxelles (e proprio per le resistenze di Tremonti).

In sostanza, si tratta di un sistema (detto “Rubik”) di rimborso completo delle imposte sui capitali europei depositati in Svizzera senza però scambio di informazioni sull’identità dei titolari dei conti. La fine dell’evasione fiscale per Roma e la salvaguardia del segreto bancario per Berna. D’altra parte, mentre le aziende italiane hanno da anni (ossia dall’entrata in vigore degli Accordi bilaterali con l’Ue) l’effettiva possibilità di lavorare nella Confederazione, Tremonti ha cercato di intralciare la reciprocità con l’introduzione di ostacoli burocratici ad hoc per le aziende svizzere. Ostacoli tolti da poco più di una settimana, dopo che la Commissione di Bruxelles aveva minacciato l’Italia di sanzioni a causa di tali discriminazioni.

Ma cosa c’entrano i frontalieri con tutto ciò? C’entrano, perché negli anni ‘70 la Confederazione usò l’Accordo sul ristorno delle imposte dei frontalieri come “merce di scambio” per ottenere il consenso dell’Italia sui trattati fiscali negoziati tra i due Stati. In forza dell’Accordo, il 42% delle imposte percepite in Ticino sugli stipendi dei frontalieri viene riversato nelle casse dei Comuni italiani di frontiera in cui gli stessi frontalieri risiedono. Mentre con l’Austria, ad esempio, il ristorno è di poco superiore al 10%.

Ora, la Lega (insieme ad altre forze politiche ticinesi) chiede a Berna di rinegoziare tale Accordo in termini più favorevoli al Ticino, congelando frattanto i ristorni (si parla di oltre dieci miliardi di franchi). A meno che Tremonti molli la presa sul mercato dei capitali e accetti quel benedetto sistema Rubik.

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