J’ACCUSE/ C’è una “scuola” che allontana i giovani dal lavoro

In Italia, spiega DOMENICO SUGAMIELE, a partire dagli anni ’70 si è diffusa l’idea che la dimensione formativa del lavoro fosse uno sfruttamento e non un’opportunità

18.04.2011 - Domenico Sugamiele
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Foto Imagoeconomica

La questione della formazione per il lavoro in Italia continua a essere oggetto di sterili contrapposizioni che hanno, negli anni, frenato il processo di modernizzazione del nostro sistema educativo, condizionando il nostro Paese nelle indagini internazionali per l’assenza di elementi di comparazione, dai percorsi di studio ai profili professionali, con il quadro comunitario delle qualificazioni professionali.

Siamo, per esempio, uno dei pochissimi Paesi, se non l’unico nello spazio europeo, che non si è dotato di un sistema di istruzione e formazione terziaria non accademica, in grado di inserirsi nella European Higher Education Area in termini comparabili, compatibili e coerenti al disegno europeo del processo di Bologna. E ciò nonostante il sistema nel suo complesso abbia subito un continuo “stress”, amministrativo negli anni ‘80 e ‘90 e legislativo nell’ultimo decennio, che ha interessato l’intera filiera tecnica e professionale, dalle prime qualifiche professionali ai diplomi tecnici secondari fino alla formazione terziaria non accademica.

Un obiettivo ambizioso che, tuttavia, appare di difficile realizzazione per l’astrattezza di un quadro legislativo slegato dai processi di innovazione, più attento alla conservazione di interessi consolidati che ai bisogni del Paese, dei giovani e del sistema produttivo. A partire dagli anni ‘70 è prevalsa l’idea, consolidata negli anni ‘90, dell’istruzione “disinteressata”, non finalizzata al lavoro, con il risultato di snaturare l’istruzione tecnica e professionale facendone un “ossimoro” indecifrabile.

Si è negata la dimensione formativa del lavoro che è stato visto come sfruttamento e non come opportunità di crescita della persona. Se i giovani devono essere “messi in guardia” dal lavoro è evidente che devono essere sottratti alla dimensione formativa per il lavoro e alla responsabilità. E nella stessa direzione vengono sottratti alle responsabilità della famiglia, per essere affidati allo Stato e alle sue scuole. Siamo il fanalino di coda sia per il finanziamento alla scuola libera, sia per il sostegno alle famiglie (con borse di studio) nell’educazione dei figli. Eppure quest’ultimo è un principio sussidiario sancito nella Carta Costituzionale.

Lo sviluppo della formazione sul luogo di lavoro è, invece, una delle modalità che meglio può favorire la transizione e l’inserimento attivo nella società. In questo senso l’apprendistato è lo strumento che tiene insieme diverse dimensioni della formazione della persona. E, tuttavia, nel nostro Paese le potenzialità dell’alternanza scuola-lavoro e dell’apprendistato, anche come elementi orientativi e di accompagnamento dei giovani all’inserimento nella vita attiva, rimangono ancora da esplorare per una chiusura culturale che ci allontana dalle impostazioni degli altri paesi europei. Ed è altrettanto evidente come la valorizzazione del lavoro come forma di apprendimento richiama problematiche legate alle tipologie di competenze che effettivamente possono essere acquisite in impresa e come l’impresa possa assumere il ruolo di impresa formativa, caratterizzandosi anche come agenzia formativa.

Si tratta di esigenze alle quali il nostro Paese non può sottrarsi e per le quali la “centralità” dell’Istruzione tecnica e professionale secondaria e terziaria deve poggiare sulle connessioni con il lavoro e con le responsabilità regionali senza confondersi con un anacronistico centralismo statale che non è in grado di rispondere ai bisogni di una società organizzata sempre più in modo policentrico e poliarchico. Così come separare l’istruzione tecnica e professionale dalla formazione professionale – in evidente contrasto con la Costituzione – prefigura un’offerta formativa incompatibile con le caratteristiche del sistema produttivo, impedendo di determinare le condizioni per il governo delle politiche di sviluppo locale. La stessa proposta di istituzione degli Istituti tecnici superiori non appare sufficiente a colmare il deficit di lauree professionali ripetutamente denunciato dal sistema delle imprese.

Infine, a fronte di un quadro sconfortante, è doveroso ricordare che qualcosa si sta muovendo in senso opposto. Si tratta delle esperienze dei corsi di Istruzione e formazione professionale triennali avviati in via sperimentale nel 2002, prevalentemente nelle regioni del Nord, e passati a ordinamento nell’anno in corso. Un’esperienza di grande valore, realizzata da centri di formazione professionale che sono il portato di organizzazioni comunitarie del privato sociale e del movimento cooperativo, e che in alcune regioni ha raggiunto quasi il 20% dei quattordicenni.

Un’esperienza che, se sostenuta finanziariamente, può diventare sistema e rispondere ai bisogni diffusi di migliaia di giovani che vedono nel lavoro e nei mestieri la loro realizzazione come persona, accompagnandoli nella costruzione del proprio progetto di vita.

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