Lasciamo liberi i nostri imprenditori

Importante il risultato raggiunto dallo Statuto delle Imprese, una legge importante a sostegno degli imprenditori, approvato all’unanimità dalla Camera dei deputati

04.04.2011 - Raffaello Vignali
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Foto Imagoeconomica

Lo dico da sempre: gli imprenditori non vogliono forme di assistenza e non misurano la riuscita di una politica industriale sulla base degli incentivi. Reclamano invece un contesto favorevole per poter, semplicemente, fare il loro mestiere: creare Pil e assicurare occupazione.

In molte delle fabbriche, delle officine, dei negozi e degli studi del Paese, si può leggere una frase di Luigi Einaudi, grande economista e statista, purtroppo troppo spesso dimenticato, che afferma: «Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti […] costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritrarre spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi».

Questa frase ricorda ogni giorno a tantissimi imprenditori lo scopo vero dell’impresa, ossia la creazione di un valore del fare impresa, che eccede l’impresa stessa; un valore non solo economico, ma anche sociale, culturale e antropologico; un valore che non è solo per gli azionisti, come abbiamo sentito predicare e abbiamo visto applicare in tante prestigiose società di consulenza nel mondo finanziario e anche nelle multinazionali negli anni scorsi e che hanno portato alla crisi. Al contrario, i nostri imprenditori creano un valore per tutti, per loro stessi, certamente, ma anche per i propri collaboratori, i dipendenti, i fornitori, i clienti, il territorio in cui insistono e lo Stato stesso; un valore creato dal desiderio autenticamente umano di costruire, privo di ogni nichilismo; un valore creato dall’impegno libero, responsabile e quotidiano.

Ma chi deve agire perché possano fare questo tipo di intrapresa, che determina anche la creazione di Pil e occupazione? La politica, come è giusto e naturale che sia. E la politica italiana ha dimostrato di saperlo fare il 15 marzo scorso, quando la Camera dei Deputati ha approvato lo Statuto delle Imprese, di cui sono primo firmatario, in prima lettura. E lo ha fatto all’unanimità.

Lo Statuto delle Imprese (che nell’introduzione porta anche la frase di Einaudi che ho citato prima) mira alla creazione di un ambiente esterno in cui fare impresa sia gratificante o, quantomeno, non ostacolato da parte dello Stato e della pubblica amministrazione. Come? Innanzitutto attraverso il riconoscimento non solo economico, ma anche sociale, dell’impresa, del suo contributo essenziale al benessere generale; attraverso una visione positiva dell’imprenditore improntata alla fiducia e non a quel sospetto che ha determinato, per decenni, la legislazione italiana e che ha prodotto quei “lacci e laccioli” che oggi sono un freno insostenibile nella competizione globale. Per questo, nello Statuto, si rafforza il principio del silenzio assenso e della responsabilità sugli atti della pubblica amministrazione e si riduce fortemente la discrezionalità dell’apparato pubblico.

In secondo luogo, si intende invertire il paradigma che ha guidato le politiche per le imprese, passando dal paradigma secondo cui “quello che va bene alla grande impresa, va bene all’Italia” a “quello che va bene ai piccoli, va bene all’Italia”. Ciò non perché si è cultori del “piccolo è bello”, ma per realismo: piccolo è quello che c’è, e le piccole e medie imprese rappresentano il 99% del totale. Da qui discende anche il principio di proporzionalità delle norme, con oneri minori e tempi di adeguamento più lunghi per le piccole imprese; si interviene sulla normativa del fallimento per salvare l’indotto; si rendono più stringenti le norme sui tempi di pagamento e si allargano i poteri dell’Antitrust.

Con l’approvazione dello Statuto delle Imprese all’unanimità, dunque, la classe politica ha accettato la sfida, ha messo da parte quello scontro a priori che troppo spesso contraddistingue il dibattito politico e parlamentare e si è concentrata sulla crescita. In un clima politico in cui sembra possa esistere solo lo scontro, il Parlamento ha dimostrato di sapere essere unito per il bene del Paese. Succede di rado, ma accade di regola quando l’ottica con cui si affrontano i problemi e si costruiscono le soluzioni è la sussidiarietà. Perché anche nella politica economica occorre riconoscere il positivo che c’è, valorizzarlo e sostenerlo.

E facendo questo ha risposto agli imprenditori ma anche, e probabilmente lo ha fatto per prima, all’Europa. Risale, infatti, al 12 gennaio la comunicazione della Commissione europea (in discussione alla Commissione bilancio), “Analisi annuale della crescita”. Il documento, mentre prende atto che la ripresa procede con sempre maggior vigore e a ritmo sempre più sostenuto, chiede agli Stati membri un impegno forte: «Ora che le prospettive iniziano a migliorare, si impone un’azione politica risoluta». E spiega in modo molto chiaro: «Pur essendo condicio sine qua non per la crescita il risanamento finanziario, il risanamento finanziario non basta a stimolarla. In mancanza di politiche proattive la crescita potenziale rimarrà probabilmente modesta nel prossimo decennio. Per la crescita sarà essenziale avere un contesto favorevole all’industria e all’impresa, in particolare alle piccole e medie imprese. In mancanza di crescita, il risanamento di bilancio risulta ancora più problematico». Proprio quel contesto favorevole che lo Statuto delle Imprese delinea e attua.

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