LAVORO/ Quel contratto che fa felici tre persone

Per favorire il lavoro femminile, scrive GIANFRANCO VANZINI, bisognerebbe cercare di dare più spazio alla flessibilità del contratto part-time, come in altri paesi europei

05.05.2011 - Gianfranco Vanzini
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Caro direttore,

recentemente si sta tornando a parlare di quote rosa per legge e di strumenti per favorire il lavoro femminile. Sarebbe utile chiarire fin da subito che lavoro femminile può voler dire: lavoro domestico, cioè svolto in casa propria, dedicato alla gestione della famiglia (marito, figli, eventuali genitori anziani, ecc.) senza corresponsione di alcuno stipendio o salario; lavoro professionale, cioè svolto normalmente fuori casa, in maniera autonoma o dipendente, dal quale si percepisce uno stipendio o salario. Oggi il primo è molto sottovalutato, spesso svilito e poco considerato.

Leggiamo allora due brevi citazioni. La prima è dalla Laborem exercens, l’enciclica sul lavoro del Beato Giovanni Paolo II: «La vera promozione della donna esige che il lavoro sia strutturato in tal modo che essa non debba pagare la sua promozione con l’abbandono della propria specificità e a danno della famiglia, nella quale ha come madre un ruolo insostituibile». La seconda è dalla Costituzione della Repubblica Italiana, che all’articolo 37 recita: «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione».

In entrambi i documenti, la funzione materna viene adeguatamente specificata e valorizzata. Come è giusto che sia, in quanto i figli nascono sempre piccoli e hanno sempre bisogno delle madri, la cui presenza è fondamentale, almeno nei loro primi anni di vita. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare, però, che ragioni di realizzazione personale, desiderio di svolgere una professione extracasalinga, condizioni economiche, ecc., possono portare la donna ad avere anche una sua attività lavorativa esterna alla casa. Desiderio assolutamente legittimo e degno di essere tutelato, ma come?

A mio avviso, il lavoro part-time rappresenta la soluzione – se non proprio ideale, comunque molto vicina all’ideale. Un orario di lavoro modulato sulle esigenze e sugli orari della famiglia (flessibile o ridotto) può consentire alle lavoratrici madri un adeguato e gratificante svolgimento delle due mansioni. Per alcuni anni ho tenuto, infatti, un corso di Marketing internazionale e alle alunne ho sottoposto un questionario in cui alla domanda “Se le condizioni economiche della tua famiglia lo consentissero, tu cosa faresti? Lavoreresti comunque, lavoreresti part-time o staresti a casa?”, la stragrande maggioranza delle giovani madri (intorno all’80%), ha risposto che lavorerebbe part-time.

Allora, anziché limitare la scelta del lavoro femminile aquesto o quello,come troppo spesso succede, proviamo fare in modo che possa essere questo e quello:diamo alla lavoratrice mamma la possibilità disceglierecome impostare la sua vita lavorativa attraverso alcuni semplici suggerimenti operativi. Aiutiamo le mamme a ottenere, se richiesto, il lavoro part-time, che non costa di più all’azienda. Sollecitiamo gli imprenditori e le imprenditrici (spesso mamme a loro volta), i dirigenti, sia privati che pubblici, sensibili al problema, a favorire e mettere in atto una seria politica aziendale di concessione dell’orario part-time per le loro “lavoratrici madri” che ne facciano richiesta. I sindacati, volendo, potrebbero svolgere una concreta azione incentivante in molti modi.

Chiediamo ai politicidi codificare per le madri il diritto di chiedere e di ottenere che il ritorno al lavoro possa avvenire con un orario part-time (4/5/6 ore a seconda delle esigenze), fino a quando il figlio più piccolo non raggiunga almeno i 3 anni (6 sarebbe meglio).Chiediamo anche, se possibile, l’erogazione di un “bonus”, sia alle aziende che concedono alle mamme l’orario part-time, sia alle mamme che lo richiedono. Basta modificare la Legge n. 53 del 8 marzo 2000, che non ha funzionato e sulla quale ci sono fondi disponibili inutilizzati.

Teniamo ben presente che un solo contratto “part-time” fa felici tre persone: un figlio che può stare con sua madre, che per lui è la persona più importante in assoluto; una madre che può dedicare più tempo a suo figlio, che è la cosa che certamente desidera di più; una disoccupata che potrebbe essere assunta, per coprire lo spazio lasciato libero dalla riduzione dell’orario di lavoro della lavoratrice madre.

Vorrei anche sottolineare un’ultima cosa: paragonando la percentuale di occupazione femminile dei paesi nordici con la nostra, ci si accorge che siamo indietro, ma in quanti sanno che la percentuale di lavoratrici part-time nei paesi europei è enormemente più alta che in Italia? Riporto a tal proposito alcuni dati Eurostat del 2003 sulla percentuale di donne occupate con contratto part-time: Olanda 72%, Gran Bretagna 43,9%, Germania 40,8%, Svezia 36%, Francia 29% e Italia 17,5%.

Nei periodi di crisi, come quello attuale, si potrebbero fare felici le mamme e creare posti di lavoro o evitare licenziamenti. Credo che non si tratti di considerazioni da sottovalutare.

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