PROPOSTA/ Angeletti (Uil): ecco i veri tagli che servono a far crescere l’Italia

I rapporti tra i sindacati e le misure approvate ieri dal Consiglio dei ministri sono tra i temi trattati da LUIGI ANGELETTI, Segretario generale della Uil, in questa intervista

06.05.2011 - int. Luigi Angeletti
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Luigi Angeletti (Foto Ansa)

Oggi la Cgil scende in piazza per uno sciopero generale contro le politiche messe in atto dal governo Berlusconi in tema di economia e di lavoro. Una scelta, quella del sindacato guidato da Susanna Camusso, che il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, sceglie di non commentare, spiegando a ilsussidiario.net che «anche se facciamo cose diverse, la prima cosa che bisogna fare è non insultarci. Coerentemente con questo, non faccio commenti sullo sciopero generale della Cgil».

Ma com’è il clima tra i sindacati?

I rapporti personali sono buoni. Ovviamente abbiamo qualche opinione diversa. L’unico passo avanti che bisognerebbe fare è quello di ridurre il più possibile le forme di aggressione verbale e i tentativi di delegittimare gli altri, perché sono cose che possono solo peggiorare la situazione. Questo sarebbe già un buon inizio per cercare di ristabilire un clima decente a livello complessivo. Da qui la mia decisione di non commentare la scelta della Cgil.

Il Primo Maggio a Torino, sul palco in piazza san Carlo, sono state bruciate alcune bandiere di Uil e Cisl. Non si tratta del primo episodio del genere: come mai finite sempre nel mirino?

Rispondo con una battuta: ci sono un sacco di persone che non sapendo cosa fare (e quando lo sanno preferiscono non farlo) esercitano tutta la loro influenza nel criticare quello che fanno gli altri.

A proposito di fare: ieri il Consiglio dei ministri ha approvato il Decreto sviluppo. Cosa ne pensa?

Due cose mi sembrano molto positive: il bonus fiscale per le assunzioni nel Mezzogiorno e la decisione di eliminare quell’inutile forma di precarietà nella scuola. Quest’ultima mi sembra una scelta saggia che andava presa da molti anni. È poi assolutamente condivisibile la creazione di aree a “burocrazia zero”. Anche se resta un dubbio.

Quale?

Che questo provvedimento non venga poi messo in pratica. Per questo chiediamo che queste semplificazioni vengano fatte per davvero, perché credo che sia questo il principale freno alla crescita della nostra economica. Poiché la crescita attraverso il debito non si è rivelata storicamente molto intelligente, è inutile chiedere al governo di aumentare la spesa pubblica, facendo aumentare così i debiti. Bisogna allora fare in modo che la semplificazione funzioni, che non resti solo una buona intenzione, dato che immagino già tutte le resistenze che si troveranno per strada.

Cosa manca invece ancora nell’azione del governo?

Due cose per noi molto importanti: la riforma fiscale e la riduzione di almeno 10 miliardi di euro dei costi della politica. Regioni, Comuni ed enti locali si lamentano spesso della mancanza di fondi, ma prima di farlo dovrebbero ridurre il loro costo di funzionamento, non i servizi e gli investimenti. Se lo faranno, poi insieme potremo condurre una battaglia per far aumentare gli investimenti e la qualità dei servizi.

I costi della politica non andrebbero ridotti anche a livello centrale?

Guardi, a livello centrale bisogna certamente ridurli, ma i maggiori costi sono a livello periferico: il rapporto è infatti di 20 a 80. È vero, come dice il presidente del Consiglio (che però dovrebbe almeno provare a prendere qualche provvedimento sul tema), che abbiamo mille parlamentari, cosa che non esiste in altre parti del mondo, ma è vero anche che abbiamo 145.000 persone elette sul territorio che amministrano i nostri soldi, cosa, anche questa, che non esiste in altre parti del mondo.

Qual è il suo giudizio sulle politiche messe in atto finora dal governo in campo economico?

Le misure del governo per contrastare la crisi economica sul piano sociale sono state tutte quelle che si potevano realisticamente prendere. Secondo il mio modesto parere, quello che il governo sta cercando di fare adesso, con il Decreto sviluppo, bisognava farlo prima, magari un anno fa. Si tratta di buone riforme a costo zero che sono sopportabili anche da un’amministrazione che ha il debito pubblico al 119% circa del Pil. E che non è il caso di far salire ulteriormente.

La politica degli ammortizzatori sociali ha funzionato?

È stata assolutamente necessaria e, guardando anche quello che è successo negli altri paesi, assolutamente efficace. Certo, non esistono soluzioni perfette. L’unica cosa di cui bisogna curarsi è fare meglio di quel che fanno gli altri.

La vittoria dei sì alla ex Bertone di Grugliasco è un nuovo segnale positivo per Fabbrica Italia. Sapete già quale sarà il prossimo passo del piano di Fiat? Il ricorso presentato dalla Fiom contro la newco di Pomigliano rischia di frenarlo?

Se potessimo dire qualcosa di più rispetto a quello che è stato detto da due anni a questa parte sul piano lo avremmo già detto. Se il ricorso della Fiom fosse accolto, le conseguenze sarebbero imprevedibili. Non c’è comunque a priori volontà di bloccare il proseguimento di Fabbrica Italia né da parte di Fiat, né tantomeno nostra. In ogni caso, anche se non sono un magistrato, penso che questo ricorso non troverà accoglimento.

Quanto avvenuto a Grugliasco ha anche creato una situazione particolare all’interno della Fiom, con i delegati e i vertici che hanno preso decisioni opposte sulla firma del contratto. Cosa pensa della situazione dei metalmeccanici della Cgil?

Penso che adesso sia evidente a tutti il motivo per cui abbiamo firmato tanti accordi importanti senza la Fiom: quando è chiamata a decidere, a differenza di Pomigliano e Mirafiori dove era minoranza, si tira sempre indietro. La Fiom si sta trasformando in un grumo di opposizione che, ovviamente, funziona quando può “protestare” tranquillamente. Nel momento in cui, invece, dovrebbe governare si scansa perché ha perso la capacità di farlo. Non rientra nel suo orizzonte strategico l’assumersi una qualche forma di responsabilità.

Il Consiglio dei ministri ha anche approvato la riforma sull’apprendistato. Cosa ne pensate?

È un provvedimento che abbiamo concordato insieme al ministero del Lavoro e riteniamo che sia una soluzione positiva, perché garantisce un contratto a tempo indeterminato. Chiediamo però al governo di ridurre alcune forme o strumenti di assunzione fortemente precarie, come le partite Iva utilizzate in maniera scandalosa al posto dei contratti di lavoro dipendente o gli stage gratuiti o retribuiti con cifre ridicole (a volte 100 euro al mese), di cui si sta facendo un largo abuso.

La sua è una critica alla flessibilità?

No. Sto dicendo che da una parte bisogna regolare nel modo più efficace possibile le forme di flessibilità, anche per quel che riguarda l’ingresso nel mercato del lavoro, ma dall’altro è necessario limitare tutto ciò che si presta a forme vere e proprie di alimentazione della precarietà, che nulla ha a che vedere con la flessibilità.

Tornando al tema dell’apprendistato, come valutate l’ipotesi che le Agenzie per il lavoro possano occuparsi della parte formativa?

Pensiamo che l’importante sia che la formazione si faccia, anche perché in Italia troppo spesso siamo stati abituati a un sistema che ha garantito i formatori piuttosto che coloro che dovevano essere formati. In ogni caso, l’unica funzione importante, essenziale, non delegabile dallo Stato nelle sue varie articolazioni (visto che la formazione è di competenza delle Regioni) è di verificare che venga fatta sul serio.

Cosa pensa invece della proposta del “contratto unico”?

Secondo me, è una soluzione abbastanza razionale, ma mi sembra che non abbia raccolto ancora molti sostegni.

Alcuni associano a questa proposta l’eliminazione dell’articolo 18, visto come elemento che determina una forte rigidità in uscita sul mercato del lavoro.

Penso che quello dell’articolo 18 sia un falso problema. Le spiego perché. Innanzitutto i dati dicono che ci sono stati un centinaio di ricorsi ex articolo 18 su circa 7-8 milioni di lavoratori cui si può applicare questa norma. Spesso poi si confonde la questione dell’articolo 18, cioè del licenziamento senza giustificato motivo, con il fatto che le norme per licenziare le persone con motivazione sono scritte in maniera forse troppo “interpretabile”. Forse il problema è che in certe aziende, dato che non si sanno scrivere le motivazioni per un licenziamento, si vorrebbe poter licenziare senza un motivo. Sarebbe quindi molto più utile far frequentare un corso di formazione in materia a molti imprenditori e capi del personale. Infatti, molti ricorsi vengono vinti proprio per vizi di forma.

Da diverso tempo siete impegnati a fianco della Cisl in diverse iniziative, tra cui quella per la riforma fiscale. Che bilancio si sente di fare rispetto alle richieste che avete presentato?

Sulla scuola e sulla politica per il Mezzogiorno, basta avere la pazienza di andare a rileggere quello che diciamo da un anno a questa parte per vedere che quel che è stato approvato adesso dal governo lo chiedevamo da tempo: quindi possiamo anche ascriverlo come un risultato raggiunto. Per quanto riguarda la riforma fiscale, c’è stata un’enunciazione sulla volontà di farla, ma questa ci può bastare fino a un certo punto, perché occorre poi passare ai fatti.

E cosa è necessario fare in questo senso?

Verso la metà di maggio verrà concluso uno studio sul nostro sistema fiscale, condotto con una certa capacità e perizia da tecnici ed esperti. Non è stato un modo per perdere tempo, ma per avere una cognizione precisa di quella che è l’effettiva condizione del nostro sistema fiscale. Il che ci consentirà di sapere esattamente dove poter mettere le mani per la riforma. A quel punto, poi, non ci saranno più alibi (anche se non credo che ci siano mai stati) e ci saranno tutte le condizioni per passare dalle parole ai fatti e cominciare sul serio a definire questa riforma fiscale e la legge delega necessaria per realizzarla.

 

(Lorenzo Torrisi)

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