IDEE/ Pazzali (Fiera Milano): i tagli “giusti” per far volare il lavoro in Italia

- int. Enrico Pazzali

Pil, crescita e competitività, occupazione, lavoro nero. Sono questi alcuni dei temi di questa conversazione con ENRICO PAZZALI, amministratore delegato di Fiera Milano

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(Infophoto)

Pil, crescita e competitività. Giorgio Squinzi lancia segnali importanti e chiede migliori condizioni per la crescita dell’impresa e dell’economia. Il Presidente di Confindustria la scorsa settimana ha dichiarato che “stiamo morendo sotto il carico fiscale” e ieri ha aggiunto che “vanno eliminati gli ostacoli amministrativi che frenano la nostra economia”. Nel frattempo Fiat, come altri investitori, sembra abdicare dall’investire in Italia. Di questo e altro abbiamo parlato con Enrico Pazzali, amministratore delegato di Fiera Milano, azienda significativa in Italia oltre che per dimensioni anche per blasone, e per il ruolo strategico che ha nel rapporto con altri mercati.

Quanto questo Paese è capace di valorizzare cultura e capacità di impresa?

La regola per lo sviluppo ha due grandi principi: da una parte gli investimenti, dall’altra la distribuzione della ricchezza. Attraverso questi due fenomeni, si incentivano i consumi, il lavoro e tutti quegli elementi che spingono verso la crescita. Il nostro Paese però ha un problema, ed è un problema di competitività: abbiamo un cuneo fiscale pesantissimo, una legislazione che non è delle più agili nel permetterci di essere al livello dei nostri competitors e, come se non bastasse, un sistema generale di tassazione molto alto. Il sistema Italia, dal punto di vista della competitività, è a dir poco carente. Mi sembra normale, per esempio, che una multinazionale come la Fiat si trovi costretta a fare scelte impopolari e vada a cercare i luoghi dove più gli conviene investire. Dopodiché Fiat è un’impresa italiana e come tutte le imprese italiane ha la responsabilità di lavorare anche per “portare il mondo” in Italia. Ma anche la ricerca del profitto e dello sviluppo d’impresa devono trovare degli equilibri sostenibili.

Per lo meno da chi sta dalla parte di chi investe, non era lecito aspettarsi un po’ più di solidarietà per Marchionne e la Fiat?

In un momento di così grande crisi, ognuno è concentrato sul proprio particolare e perde anche il gusto e la voglia di intervenire su situazioni che apparentemente non lo coinvolgono in maniera diretta. Non si tratta di fare il tifo pro o contro Marchionne, ma di intervenire, una buona volta, sui problemi di sistema, ormai incancreniti. Sono nodi che non si vogliono sciogliere ma che ormai, si potrebbe dire, non tengono nemmeno più bloccato il nostro Paese, ma lo fanno regredire nella scala del benessere e nella competizione con il resto delle altre nazioni.

Che tipo di situazione vive oggi Fiera Milano che, al di là dell’Italia, si interfaccia anche con altri mercati?

È un periodo molto particolare; viviamo problemi comuni alle altre aziende italiane. Siamo una media azienda alla ricerca della crescita in un periodo difficile. Purtroppo con dispiacere e preoccupazione siamo costretti a riconoscere una realtà diversa dal passato, e cioè che l’Italia e l’Europa non sono, a oggi, l’unico terreno dove cercare la crescita. Siamo convinti che al momento dobbiamo continuare a investire in quei mercati dove il Pil sta crescendo meglio rispetto ai paesi europei, quali ad esempio la Cina, l’India, il Brasile, la Turchia, il Sudafrica. Detto questo non dimentichiamo il nostro Paese e cerchiamo con tutte le azioni possibili di attrarre e portare in Italia nuovi investitori.

Sono anni che in Italia, anche per favorire la crescita, si tenta di rendere la regolazione del mercato del lavoro più libera, meno ingessata. Lei trova che il sistema imprese sia di fatto facilitato nei confronti della nuova economia globale?

Personalmente, guardando soprattutto la mia attuale esperienza in Fiera Milano, devo dire di aver trovato nel sindacato un interlocutore che mi ha seguito nel processo di cambiamento all’interno dell’azienda. In un mondo ideale, la mia impresa – come altre del resto – dovrebbe preoccuparsi di inserire risorse con competenze legate all’internazionalizzazione e all’export, capaci di utilizzare le nuove tecnologie digitali e di muoversi nel campo dei social media. Chiaramente nel mondo ideale non si pone il problema della riorganizzazione e del ricollocamento del personale in esubero, ma in quello reale sì! Non puoi permetterti, per più ragioni, di cambiare il tuo personale dall’oggi al domani. In questo senso le organizzazioni sindacali sono state un ottimo compagno di viaggio, e hanno avuto un ruolo importantissimo nella ristrutturazione di Fiera Milano iniziata nel 2008. In quella difficile esperienza ho trovato le tre principali sigle sindacali quali soggetti responsabili e coraggiosi, soprattutto nell’entrare nei problemi di business dell’azienda per capirli e aiutarci al meglio. Ci tengo a dirlo perché in Italia si parla sempre male di tutto. Non sono così positivo e ottimista invece per quanto riguarda la legislazione.

 

In che senso?

 

Da un punto di vista legislativo e, di conseguenza, giurisprudenziale, ci troviamo in grave difficoltà. La mia azienda, nonostante la negoziazione sindacale andata a buon fine, si è trovata di fronte – dopo un licenziamento collettivo di trentatré persone – a diciannove contenziosi diversi, con cause dall’esito quanto mai incerto, nelle quali sembra prevalere, in genere, un pregiudizio contrario alle ragioni della sostenibilità economica e della competitività dell’impresa. Le leggi sul lavoro rimangono molto complesse, rimandando, come nel caso della modifica dell’articolo 18, a una discrezionalità interpretativa non certo positiva. Questo, evidentemente, aiuta poco, l’affronto delle sfide della competitività che ci chiede l’economia globale ed anche, in questo particolare momento, che i tanti giovani alla ricerca di un futuro ci chiedono.

 

L’Italia è parte del G8, ma è il Paese europeo col più alto tasso di lavoro sommerso. Questa primavera lei ha parlato di “Tolleranza zero” contro il lavoro nero.

 

Mi vergogno di questa piaga, ma mi sembra di avere armi spuntate per combatterla. Siamo alla ricerca continua di soluzioni che possono contrastare effettivamente il lavoro nero che, oltre a essere fenomeno vergognoso per la dignità delle persone, altera il mercato e danneggia una vera concorrenza. Purtroppo, però, per quel che ci riguarda, bisogna sapere che chi entra in Fiera nel 90% dei casi non è un nostro fornitore, bensì è il fornitore di un nostro cliente, magari di un’azienda importante e seria che con fiducia ha fatto affidamento su terzi per realizzare attività e acquisire servizi dentro il recinto del quartiere fieristico. Noi ci limitiamo al controllo degli accessi, facciamo controlli a campione, ma non possiamo controllare tutti i cassonetti nei camion, dove, ad esempio, vengono stipati lavoratori clandestini e irregolari che non avrebbero diritto a entrare. Pensi che, giusto per dare un ordine di valore, allorché si organizza il Salone del mobile, entrano dai nostri cancelli oltre quattromilacinquecento camion! Controllarli tutti significherebbe bloccare le autostrade milanesi.

 

Quindi si fa fatica ad adottare soluzioni concrete contro il sommerso…

Se trovo aziende che fanno attività in nero io non posso elevare loro una multa perché non ho questo potere dalla legge. Posso solo segnalarle alle forze di polizia giudiziaria e alla Direzione provinciale del lavoro, le quali, peraltro, non possono dedicare tutti i loro uomini e il loro tempo alla mia azienda. Al momento – ma spero di individuare presto una soluzione fattibile – non riesco neppure a inserirle in una blacklist che impedisca loro di entrare un’altra volta in fiera, in quanto, non essendo miei diretti fornitori, devo consentire l’attività imprenditoriale e non posso costringere terzi a non avvalersi di soggetti per così dire “fuori legge”. Comunque non cediamo di un millimetro nell’azione di contrastare il fenomeno e tutte le volte che c’è una manifestazione siamo alla ricerca continua di soluzioni, modellate caso per caso, per inibire o almeno limitare al massimo il fenomeno del sommerso.

 

(Giuseppe Sabella)

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