IL CASO/ Ecco i “buoni” tedeschi che aiutano le mamme al lavoro

Il ministro tedesco per la famiglia ha proposto di assegnare alle madri lavoratrici un buono per pagare la colf al rientro dal congedo di maternità. Il commento di PAOLA LIBERACE

28.11.2012 - Paola Liberace
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Il ministro per la famiglia tedesco, Kristina Schroeder, insieme ad Angela Merkel (Infophoto)

Sono pazzi questi tedeschi? Tutt’altro. Se la ministra per la famiglia del governo Merkel, Kristina Schroeder, ha appena proposto di assegnare alle madri lavoratrici un buono per pagare la collaboratrice familiare al rientro dal congedo di maternità, non l’ha fatto di certo per rinnegare il “Betreuungsgeld”, il contributo che dal prossimo anno permetterà alle famiglie tedesche di prendersi cura dei figli senza essere obbligati ad affidarli a un asilo nido. Un provvedimento voluto nello scorso giugno dalla stessa maggioranza che sostiene il governo, e subito etichettato dall’opposizione appunto come un disincentivo per le donne a rientrare al lavoro.

La proposta di Schroeder, invece, non va letta come una marcia indietro, ma come una conferma: il focus della conciliazione tedesco si sposta dalle istituzioni alle persone, dai servizi alle famiglie. Non esiste una contraddizione interna alle politiche di welfare tedesche: nell’uno come nell’altro caso, invece di conferire fondi a enti statali, si preferisce affidarli ai diretti interessati.

Di fatto, il contributo per le famiglie che decidono di tenere i neonati a casa potrà essere destinato, a discrezione della famiglia, anche alla retribuzione di una baby-sitter; mentre consentirà allo Stato ingenti risparmi sull’apertura e sulla gestione di nuovi nidi, destinati appunto alle famiglie, coerentemente con una linea d’azione liberale e sussidiaria.

L’incentivo a occuparsi dei figli in età neonatale non impedisce di ipotizzare un contributo per la gestione della casa alle madri che riprendono a lavorare, per la semplice ragione che quest’ultima attività, a differenza della prima, è pienamente delegabile. L’allevamento e l’assistenza ai bambini nella loro prima infanzia – età delicata e irripetibile, nella quale la presenza dei genitori e in particolare della madre resta insostituibile – non possono essere semplicemente “esternalizzati”, come invece accade per i servizi domestici e per le pulizie di casa.

In altri termini, le due iniziative messe insieme significano esattamente questo: se ogni donna è sostituibile come manutentrice della propria casa, non lo è altrettanto come madre ed educatrice.

Il varo di un contributo come il “Betreuungsgeld” (100 euro al mese per ogni bimbo fino a 2 anni dal 1° gennaio 2013, che nel 2014 sarà elevato a 150 ed esteso fino ai tre anni) è particolarmente significativo per un Paese come la Germania, passata attraverso la traumatica esperienza dei nidi di Stato della Ddr, e nel quale quindi il dibattito sui servizi di assistenza all’infanzia non si è mai placato (con pronunciamenti netti contro la delega della cura neonatale, come quello dell’associazione nazionale degli psicoterapeuti nel 2007). Con la proposta di Schroeder, altrettanto significativamente, la Germania di Merkel dimostra oggi di considerare fondamentale il contributo delle donne al mercato del lavoro, ingrediente non secondario del benessere economico del Paese: ma che non può e non deve essere visto in contrapposizione o in subordine rispetto al loro contributo come genitrici, altrettanto se non più importante.

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