PENSIONI/ Ricongiunzioni onerose addio. Ma a rimetterci sono imprese e lavoro

- int. Maurizio Del Conte

La copertura per le ricongiunzioni onerose verrà garantita tagliando 742 milioni di euro al Fondo per la decontribuzione dei salari di produttività. Ne parliamo con MAURIZIO DEL CONTE

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La si tira da un lato e ci si scopre dall’altro. Accade quando la coperta è troppo corta, quando pur di risolvere un problema si sceglie di aprirne un altro che porterà, ancora una volta, conseguenze negative. Da un lato l’emendamento presentato dai relatori Giovanni Legnini (Pd) e Paolo Tancredi (Pdl), nel corso dell’esame sulla Legge di stabilità in commissione Bilancio del Senato, ha dato il via libera alle ricongiunzioni previdenziali gratuite per coloro che hanno effettuato il passaggio dal pubblico impiego all’Inps prima del 30 luglio 2010: un’agevolazione che riguarderà anche coloro che, prima del termine introdotto dal provvedimento, rientravano nel fondo sostitutivo ed esonerativo. Se invece il passaggio è stato effettuato oltre il 30 luglio 2010, la ricongiunzione potrà avvenire solo nel caso in cui l’anzianità maturata dal lavoratore non permetta di far scattare il trattamento pensionistico. Dall’altro, però, tale copertura verrà garantita tagliando 742 milioni di euro al Fondo per la decontribuzione dei salari di produttività, con il rischio che le imprese, e quindi la stessa crescita, debbano pagare la dote aggiuntiva di quasi un miliardo per gli ammortizzatori sociali attraverso i fondi per la formazione professionale. «E’ evidente quanto sia sbagliata la soluzione ipotizzata», spiega a IlSussidiario.net Maurizio Del Conte, professore di Diritto del Lavoro alla Bocconi. «E’ stato appena sottoscritto il protocollo d’intesa sulla produttività, evidentemente sulla base di una disponibilità del governo a metterci le risorse. Se adesso queste vengono reperite come annunciato, allora possiamo anche aspettarci che domani ci diranno che per coprire la produttività sarà necessario tagliare nuovamente altri fondi. E’ una mossa che mi lascia molto perplesso, visto che mai come in questa fase c’è bisogno di rilanciare la produttività. Capisco perfettamente il problema delle ricongiunzioni, ma credo sia arrivato il momento di fare chiarezza su questi temi: non si può continuare a far pagare agli italiani le incertezze di decisioni che un giorno stabiliscono un determinato assetto e il giorno dopo lo ribaltano. Anche nei confronti delle Parti sociali che, come ho detto, hanno appena firmato un protocollo importante sul quale si è creata anche una divisione, è necessario che vi sia una linea ben più chiara».

Andando a tagliare in questo modo il Fondo per la decontribuzione dei salari di produttività, spiega Del Conte, «dovremo fare i conti con forti conseguenze per tutte le relazioni industriali. Questo perché la scommessa delle nuove relazioni industriali e della nuova contrattazione collettiva è proprio quella di spostare i salari dal classico schema a tempo a uno innovativo in cui si premia la produttività. Se le imprese vogliono rilanciare la propria competitività sanno che questa è la sfida da affrontare e sembrava che su questo obiettivo ci fosse condivisione da parte del Governo». 

Le imprese rischiano quindi di veder saltare «un modello contrattuale fondato sulla premialità e di veder ritornare il passato all’interno della propria organizzazione produttiva. E questo passato è evidentemente legato a un contratto nazionale rigido, fisso e invariante rispetto alle dinamiche della produttività, cioè quanto di peggio si possa auspicare nel cammino verso un recupero di competitività».

Quest’ultimo provvedimento, conclude il professor Del Conte, dovrebbe far seriamente riflettere sul concetto di crescita e su quali sono le priorità del nostro Paese: «La crescita è certamente una priorità a cui dedicare il massimo dell’attenzione fin da subito, non nei prossimi anni o con il prossimo Governo. Tutto ciò che può rilanciare lo sviluppo e la competitività delle nostre imprese è da attuare immediatamente, mentre sembra che misure come quella che stiamo commentando abbiano ancora una volta l’obiettivo di salvaguardare lo “status quo” più che investire su un migliore futuro. Se questa è la linea adottata, allora temo che la situazione non potrà che peggiorare».

 

(Claudio Perlini)

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