ARTICOLO 18/ I dati che aiutano il “nemico” delle imprese

- int. Francesco Daveri

Le aziende vedono nell’articolo 18 una delle cause del nanismo industriale. Ma le analisi empiriche disponibili, spiega FRANCESCO DAVERI, non confermano questa tesi

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Foto: Infophoto

La trattativa tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro per creare più occupazione prosegue, ma il punto più dibattuto è paradossalmente relativo ai licenziamenti, alla ricerca di una riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Un dibattito in cui si sono visti anche interventi a livello internazionale. Per fare un esempio: da un lato, il Segretario generale dell’Ocse, Miguel Angel Gurria, ha detto che l’articolo 18 non è il punto fondamentale della riforma; dall’altro, il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo in cui sostiene che quella norma causa disoccupazione. «L’articolo del Wall Street Journal – ci spiega Francesco Daveri, Docente di Scenari economici all’Università di Parma – sostiene che l’articolo 18 è una minaccia molto peggiore del debito pubblico per la crescita dell’Italia. Non è così».

Ci spieghi meglio.

È vero che, nei loro primi due anni di vita, le aziende italiane aumentano l’occupazione solo del 20%, mentre quelle americane addirittura del 120%. Ma questo significa solo che le aziende italiane sono meno dinamiche di quelle Usa, il che dipende da tante cose: dalle decisioni di chi le gestisce, dalla difficoltà di accesso al credito e – anche ma non solo – dall’articolo 18.

Perché il mondo delle imprese allora insiste tanto sull’articolo 18? È davvero un ostacolo per la loro crescita?

Le aziende vedono nell’articolo 18 una delle cause del nanismo industriale. Ma le analisi empiriche disponibili non confermano questa opinione: pare che l’articolo 18, di per sé, non sia un forte ostacolo per la crescita. O almeno, se lo è, non è il solo ostacolo rilevante. Due miei colleghi de lavoce.info – Fabiano Schivardi e Pietro Garibaldi – hanno infatti trovato che il numero delle imprese diminuisce gradualmente con l’aumentare della loro dimensione, come è naturale: ci sono tante piccole aziende e poche grandi. Ma non c’è nessun ammassamento di imprese appena al di sotto della soglia fatidica dei 15 dipendenti. Se è così, è difficile che l’articolo 18 rappresenti lo spartiacque di cui qualche volta si sente parlare.

La Cisl ha recentemente presentato una proposta sull’articolo 18, che potrebbe sbloccare la trattativa con il governo. Cosa ne pensa?

La proposta della Cisl parte dall’individuazione di uno, anzi due, importanti problemi: da un lato, l’eccessiva durata e dall’altro lato l’imprevedibilità delle cause civili in materia di lavoro. Ma dubito che affiancare il sindacato all’impresa nella scelta del lavoratore da licenziare sia una buona soluzione di un problema che deve comunque essere affrontato. È difficile immaginare che il sindacato scelga insieme con l’impresa chi deve essere lasciato a casa e chi no in nome dell’efficienza aziendale.

La ragione principale della trattativa tra governo e parti sociali resta comunque quella di creare maggior occupazione. Si parla di sfoltire le tante forme contrattuali. Basta questo per far aumentare le assunzioni dei giovani?

Aumentare l’occupazione, soprattutto quella giovanile, è un imperativo. Non credo però che uno sfoltimento per decreto delle forme contrattuali porti con sé maggiore occupazione giovanile, né di qualsiasi altro tipo, veramente. Sarebbe bello poter creare occupazione per decreto, ma non si può. Meglio dunque mantenere in essere in linea di principio le varie forme contrattuali, tanto quelle che non servono non saranno usate da imprese e lavoratori. Nello stesso tempo, per offrire migliori opportunità ai giovani sarebbe opportuno introdurre la possibilità di un contratto a tutele crescenti nel tempo per i nuovi assunti, in modo da rendere più appetibile la loro assunzione da parte delle aziende.

 

Cosa pensa che serva alle imprese per tornare a crescere e a creare quindi più opportunità di lavoro?

 

Per le imprese, ritornare a crescere e nello stesso tempo aumentare le opportunità di lavoro in Italia non sono, purtroppo, sempre la stessa cosa. Le grandi imprese, per continuare a essere competitive, devono avere la possibilità di spostare fasi della produzione in altri paesi alla ricerca di costi più contenuti e di mercati più dinamici di quello italiano. La creazione di posti di lavoro deve venire dalle medie e dalle piccole imprese che possono assumere più facilmente delle grandi, anche per le loro strutture di costo più flessibili. Non è una scommessa facile da vincere, ma ci si deve provare.

 

Un’ultima considerazione: la Giunta della Regione Lombardia ha varato un progetto di legge sullo sviluppo e l’occupazione in cui viene incentivata la contrattazione territoriale. Un provvedimento che ha fatto discutere per un presunto scavalcamento dell’articolo 18 in ambito locale. Cosa ne pensa?

 

Immagino che sia la prima iniziativa di una serie che seguiranno. Il risultato di queste iniziative sarebbe di svuotare la legislazione nazionale come una cipolla: un pezzo alla volta. Diventa urgente una riforma del lavoro che consenta alle imprese i necessari margini di discrezionalità nella contrattazione pur salvaguardando la tutela di diritti essenziali comuni a tutti i lavoratori – diritti relativi al fisco, alla previdenza, cioè alle pensioni, e alle indennità di disoccupazione.

 

(Lorenzo Torrisi)



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