IL CASO/ Trovata la “trappola” che trasforma il lavoro in precarietà

La transizione scuola-lavoro, spiega ACHILLE PALIOTTA piuttosto che rappresentare, per i giovani, una prima tappa verso il lavoro, rischia di divenire una trappola verso la precarietà

24.02.2012 - Achille Paliotta
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In un precedente articolo, in cui si evidenziavano i dati relativi alla disoccupazione giovanile in Italia, ho fatto riferimento all’esistenza di due gruppi di giovani che destano più preoccupazione: i Neet e gli “scarsamente integrati” nel mercato del lavoro. L’aspetto che pare accomunare questi due gruppi è la non facile transizione scuola-lavoro che rimanda a un vero e proprio mutamento nella struttura sociale del Paese, vale a dire la crescente destabilizzazione del ceto medio. Con quest’ultimo termine, destabilizzazione, si vuol cercare di evidenziare che la transizione scuola-lavoro piuttosto che rappresentare, per i giovani italiani, una prima tappa verso il lavoro, un trampolino di lancio verso successive opportunità lavorative, più qualificate e gratificanti, rischia sempre più di divenire, invece, una vera e propria trappola verso una precarietà occupazionale indefinita.

Ma in cosa consiste questa destabilizzazione? Solo in un problema di mero accesso al primo lavoro, seppur al primo lavoro stabile, ovvero a tempo indeterminato? Ciò è senz’altro vero, ma esso ha delle implicazioni ancora più profonde. Non solo perché ha degli effetti anche al livello delle “segnalazioni” (job-market signaling) inviate indirettamente ai potenziali datori di lavoro ed effetti a livello personale, quali un graduale venir meno delle aspirazioni e ambizioni personali, uno scoraggiamento crescente, una persistente mancanza di esperienza lavorativa, una dispersione di capitale umano, ecc.

La realtà è che c’è, oramai, una generazione il cui conseguimento di status (status attainment) è messo in serio pericolo; che rischia di trovarsi in una condizione non proprio spensierata a causa degli iniziali fallimenti nell’accesso a un determinato strato occupazionale e tali esperienze rischiano di rimanere come cicatrici indelebili (scarring effect) per tutto il resto della vita lavorativa. Una volta entrati in uno strato occupazionale, difatti, questi è molto vischioso: è molto difficile riuscire a migliorare rapidamente la propria posizione lavorativa, secondo l’assioma di “pochi promossi, nessun bocciato” e ciò è tanto più vero in periodi di crisi, come l’attuale.

Un tipico esempio di questa destabilizzazione può rinvenirsi nel pubblico impiego; questi non è più in grado di far fronte a una massa notevole di assunzioni, nei suoi più svariati domini, al centro così come in periferia, in quanto ora quasi tutti i posti vacanti si sono volatilizzati grazie al sostanziale blocco del turnover. Questi giovani anche quando decidono di intraprendere una carriera nel vasto campo dell’industria culturale, dei mass media, del settore giornalistico e artistico si trovano di fronte agli stessi esiti: assai frammentati e incerti.

Questo perché il processo di status attainment, una volta concentrato in un tempo tutto sommato ristretto, è oggigiorno come se si fosse assai dilatato per cui ogni iniziale incontro tra domanda e offerta di lavoro rischia di non essere mai quello decisivo, tranne in pochi fortunati casi. Divenuta così instabile, e insicura, la transizione scuola-lavoro, turbato l’equilibrio inter-generazionale, a livello di traiettoria occupazionale, questa porta, inevitabilmente, con sé uno stigma, un segno indelebile, come conseguenza irreversibile di fluttuazioni economiche che, seppur a breve termine, incidono nella pelle dei processi di socializzazione lavorativa, a lungo termine: anche dopo 15-20 anni queste coorti giovanili mostrano di aver subito effetti negativi duraturi.

In definitiva, nei decenni precedenti, l’espansione delle credenziali educative, dovuta anche all’università di massa, aveva stimolato l’allargamento del ceto medio, nonché del suo strato superiore, cosicché le nuove leve avevano potuto trovare notevoli sbocchi occupazionali nei gruppi di tecnici, di esperti, di manager e di professionisti. Questo ceto, dei “nuovi tecnici e professionisti”, la cui egemonia sociale era stata vaticinata negli anni Settanta al seguito di opere seminali come quella del 1941, La rivoluzione manageriale, di James Burnham (1905-1987) e altri, aveva vissuto le ultime illusioni di rapida crescita economica e sociale, all’inizio del Duemila, con l’avvento delle tecnologie dell’informazione e della tecnologia (Ict).

Oggigiorno, invece, la giovane generazione sembra accomunata dalla mancanza di un’identità sociale precisa, una mancanza che è precisamente la principale fonte della sua identità in cui anche i tradizionali mezzi di espressione sociali, dati dall’identificazione, dall’appartenenza e dalla militanza politica, sono oramai venuti meno, al netto di momentanee ricomposizioni sulla base di stimoli contingenti, lasciando intravedere crescenti differenze che trovano un suo spazio di elezione, e di differenziazione, nei consumi oppure, ad esempio, nelle mobilitazioni, nelle proteste e nell’affabulazione continua permessa dai nuovi social network.

In conclusione, la crescente marginalizzazione sociale ed economica dei giovani in entrata nel mercato del lavoro avrà come conseguenza, a medio e lungo termine, una situazione di forte deprivazione e destabilizzazione, con effetti duraturi sia sulle carriere lavorative che delle chances di vita in generale e, in un’ottica più generale, effetti potenzialmente dirompenti sulla stessa struttura sociale del Paese.

 

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