La bassa competitività non favorisce buona occupazione

- Stefano Colli-Lanzi

Il nostro Paese risente di un gravissimo problema di produttività che si riflette su almeno tre aspetti critici: retribuzioni, costi sociali e fiscali, competitività

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Foto Imagoeconomica

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Il nostro Paese risente di un gravissimo problema di produttività che si riflette su almeno tre aspetti critici per lo sviluppo della nostra economia e dell’intera società: retribuzioni, costi sociali e fiscali, competitività. Vediamoli in maggiore dettaglio.

Le retribuzioni medie italiane sono tra più basse d’Europa. La recente pubblicazione dei dati Istat, pur collocandoci vicini alla media Ue, rende evidente la nostra distanza dalle economie più sviluppate – anche per colpa dell’alto costo del lavoro – e inoltre segnala un gravissimo gap di produttività nei confronti dei nostri principali competitor europei, quali Germania e Francia.

Un ulteriore fattore critico è rappresentato dagli alti costi fiscali e sociali del lavoro che contribuiscono ad abbassare ulteriormente la disponibilità di denaro nelle tasche delle persone, sino a rendere quasi impossibile anche per chi lavora il raggiungimento del fatidico ”fine mese”.

L’ultimo elemento consiste nella bassa competitività, che non favorisce la crescita della buona occupazione. A quest’ultimo effetto negativo abbiamo fino a oggi parzialmente supplito con una continua crescita del debito pubblico, che tuttavia ha creato posti di lavoro totalmente improduttivi; se prima dell’adozione dell’euro era possibile svalutare la moneta corrente per supportare le nostre esportazioni, dal 2001 in poi le nostre imprese hanno dovuto intraprendere la strada della riduzione forzata del costo del lavoro attraverso l’adozione di forme di assunzione altamente precarizzanti con effetti negativi a catena: aumento dell’elusione fiscale e contributiva – quando non addirittura l’evasione – iniquità sociale e ulteriore deterioramento del debito pubblico.

Ma qual è la causa della bassa competitività del nostro sistema? La risposta risiede in ultima istanza proprio in un elemento strutturale, e cioè nella garanzia del posto di lavoro, divenuto un istituto autoreferenziale e disancorato da ogni logica di sostenibilità e sviluppo. Da questo punto di vista, la modifica dell’articolo 18 che si sta profilando è una grande opportunità di cambiamento, perché mette in evidenza le problematiche implicite in una tale concezione del rapporto di lavoro, costringendoci a riesaminarle per individuare soluzioni nuove e più adeguate.

Oggi le aziende devono gestire il dimensionamento degli organici in una condizione complessa e difficile a causa della vischiosità e bassa qualità degli strumenti a loro disposizione: proprio l’efficacia di questi strumenti è la chiave per il raggiungimento di massima produttività, competitività e soprattutto creazione di autentico valore aggiunto. Soltanto così sarebbe possibile redistribuire quanto generato anche a chi lo produce, consentendo alle retribuzioni di chi lo merita di crescere.

Per contro, per mantenersi flessibili, le aziende vengono incentivate a rimanere sotto i 15 dipendenti – innescando così una dinamica che va nella direzione opposta a quella auspicata per la crescita della competitività – e a ricorrere a forme di contratto inique e talvolta irregolari. In questo contesto il sistema pubblico si è trasformato in un grande “ammortizzatore sociale” che non solo risulta improduttivo per la bassissima efficienza con cui opera, ma che ha definitivamente rinunciato alla propria missione, quella cioè di erogare servizi utili. Tutto ciò comporta un grave danno per il benessere sociale e per la produttività dell’intero sistema.

È necessario ridare centralità al lavoro per tutti, equamente retribuito e tutelato, nella consapevolezza che il valore del lavoro dipende dal contributo che genera nella creazione di un bene sociale. Nonostante talvolta il mercato non valorizzi adeguatamente il valore creato, non si può però prescindere dal fatto che il lavoro non è mai fine a se stesso. Il lavoro finisce per essere frustrante per chi lo svolge e dannoso per chi ne beneficia se concepito a prescindere dal suo essere una risposta efficace a specifici bisogni reali.

Solo recuperando questo fondamento personale e culturale si può seriamente contribuire alla produttività del lavoro, aspetto sempre più centrale nella creazione di benessere per il Paese.

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