ARTICOLO 18/ Quei privilegi agli statali che creano lavoratori di serie A e di serie B

- int. Ugo Arrigo

Nonostante lo Statuto dei lavoratori valga anche nel pubblico impiego, la riforma del lavoro non si applicherà in quel settore. Ma, come spiega UGO ARRIGO, non si tratta dell’unica anomalia

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Il tavolo tra governo e parti sociali (Infophoto)

Le sorprese nel Bel Paese non mancano mai. Il “governo dei tecnici” si è impegnato nella riforma del mercato del lavoro e ha riformulato l’articolo 18, scatenando la protesta di Susanna Camusso, segretario generale della Cgil. Guardando al mondo della sinistra, la presa di posizione dei “dipietristi” e dei “vendolaiani”, a fianco della Cgil, mette già in brache di tela il segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani, e scompagina il partito al suo interno. Basta leggere l’intervista al responsabile economico del Pd, Stefano Fassina pubblicata ieri su queste pagine, che ha affermato: “Il governo non è stato all’altezza, non ha colto la responsabilità dimostrata dai sindacati”. Tutto questo era prevedibile prima ancora della trattativa-maratona, senza accordo finale e, a questo punto, vedremo lo scenario parlamentare. Comunque, la sorpresa vera e propria salta fuori da una disparità, quanto meno, tra lavoratori del settore pubblico e del settore privato. La riformulazione dell’articolo 18 vale infatti per i primi, ma non per i tre milioni e mezzo di lavoratori del settore pubblico. È stata lo stesso ministro del Lavoro, Elsa Fornero, a chiarirlo mercoledì sera dopo una serie di interrogativi concitati e una serie di equivoci che hanno spiazzato tanti protagonisti della vicenda. Al professor Ugo Arrigo, docente di Scienza della Finanze all’Università Bicocca di Milano abbiamo chiesto di aiutarci a comprendere questa differenza di trattamento.

È sostenibile una simile differenza di trattamento tra lavoratori del settore privato e del settore pubblico?

Questa è una domanda veramente difficile. È possibile che i lavoratori del pubblico impiego abbiano avuto contratti regolati da norme di diritto pubblico e quindi, in caso di necessità, debbano ricorrere al giudice amministrativo. Quando fu varato lo Statuto dei lavoratori nel 1970, con l’articolo 18 incluso, questo era chiaro e la nuova legge riguardava i contratti di lavoro del settore privato. Ma questa distinzione non dovrebbe esserci più dopo la riforma di Giuliano Amato del 1993.

Infatti, anche ai dipendenti pubblici si applica lo Statuto dei lavoratori. È una valutazione basata sulla natura privatistica del rapporto di lavoro stabilita nel 1993 e, soprattutto, per il fatto che il Testo unico sulla Pubblica amministrazione del 2000 ha recepito integralmente la legge 300 del 1970, cioè lo Statuto dei lavoratori.

Siamo di fronte a un fatto del tutto inaccettabile e incredibile. Non penso che ci possano essere dubbi di carattere costituzionale, ma in questo Paese bisogna andare sempre cauti. La certezza del diritto viene usata come l’elastico della biancheria intima, la si tira dove si vuole. È una disparità senza senso quella che esiste tra lavoratori del settore pubblico e del settore privato, quando tutto dovrebbe portare a una parificazione tra questi lavoratori.

Lei ha visto l’impianto di questa riforma del mercato del lavoro? Che cosa ne pensa?

L’aspetto positivo c’è nella caduta della concertazione, questo è fuor di dubbio. Ma l’impianto nel suo complesso è ancora dirigistico, nonostante il “governo dei tecnici”. Poi ci sono dubbi, chiarimenti da fare sul licenziamento disciplinare e su quello economico. Come si stabiliscono i criteri? Sul licenziamento disciplinare va bene se ci si trova di fronte a sabotaggio, ma se uno scrive su “facebook” che la macchina, poniamo caso, che produce la sua azienda fa schifo, non mi pare responsabile di qualche cosa. Sui licenziamenti economici, si dovrebbero fare considerazioni e distinzioni tra le crisi di settore e quindi dell’azienda, tenendo conto anche di una variabile: se l’imprenditore è un incapace?

 

C’è poi, a quanto sembra, un aspetto punitivo nei confronti dei cosidetti contratti a termine, con un aumento del contributo del datore di lavoro.

 

Salta sempre fuori l’aspetto dirigistico e poi anche il tentativo di tirare fuori sempre nuove tasse. Qui non si riesce a comprendere che la pressione fiscale sulle imprese è la più alta nel mondo. Si possono mettere a confronto diverse attività in Italia. Ma c’è un’attività più tassata di tutte le altre: quella di assumere nuovi lavoratori nelle imprese. Siamo in un Paese dove si può comprare una Ferrari e schivare il fisco o pagare relativamente poco, ma assumere lavoratori ha un costo ormai insostenibile.

 

Difficile rilanciare un’economia e un mercato del lavoro in questa situazione.

 

Quasi impossibile. Ci sono iniziative che dovrebbe prendere lo Stato, ma ci sono anche iniziative che riguardano gli imprenditori, che si sono spesso baloccati con una serie di appoggi statali. Alla fine i lavoratori in questo Paese hanno un salario che è veramente basso. Ma agli imprenditori non viene mai in mente una domanda molto semplice: chi compra i miei prodotti, se i miei stessi lavoratori non hanno i soldi per comprarli?

 

(Gianluigi Da Rold)



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