NUOVO ARTICOLO 18/ Quegli ostacoli “nascosti” che bloccano il lavoro

- Pietro Davoli

Il dibattito sull’articolo 18 ha una sua indubbia importanza, ma, spiega PIETRO DAVOLI, rappresenta solo uno degli ostacoli da rimuovere per migliorare il lavoro in Italia

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Il metro per giudicare la riforma del lavoro sarà la capacità di far entrare nel mondo produttivo molte persone fino a oggi escluse. La paura di non poter licenziare è certamente un freno e il dibattito sull’articolo 18 ha una sua indubbia importanza, ma rappresenta solo uno degli ostacoli da rimuovere. Non basta eliminare un freno per avere una spinta e quindi la domanda cruciale rimane: come può avvenire un vero sviluppo?

Mobilità di idee e persone

Uno dei più gravi ostacoli è una concezione errata del lavoro inteso come un posto nel quale si svolge una determinata attività più o meno predefinita da altri. Questa idea ha gravi conseguenze: porta a difendere il posto (e non il lavoratore), a pensare che se uno occupa un posto toglie una possibilità a un altro, ma soprattutto censura la vera natura del lavoro. Occorre capire che il lavoro è la risposta a un bisogno ed essendo i bisogni infiniti c’è la possibilità di creare un numero molto grande di lavori.

Occorre però ripensarli in termini completamente diversi e innovativi, utilizzando le moderne tecnologie, mirando a soddisfare nuovi bisogni ancora insoddisfatti. Basti pensare ai beni culturali, alla salute, ai tanti tipi di educazione che potrebbero migliorare la nostra vita, magari attraverso una formazione alimentare piuttosto che musicale o archeologica. Se iniziassimo a pensare a quali bisogni potremmo soddisfare meglio e ci rimettessimo in discussione, sia come singoli che come società, avremmo la possibilità di arrivare a una vera rivoluzione, a un nuovo miracolo economico. Perché questo non rimanga un’utopia occorrono molte altre condizioni.

Abbattimento dei costi di transizione

Il lavoro è la trasformazione della realtà effettuata per rispondere a un bisogno. Se ho fame cucino, se ho freddo mi procuro un vestito o del riscaldamento. Il passaggio dallo stato A allo stato B si chiama transizione. L’importante è che il costo sia il più basso possibile. Un prodotto finale è la somma di tanti passaggi (transizioni) attraverso il quale il bene è passato.

Il progresso ha notevolmente abbassato alcuni costi. Un tempo spostarsi era molto lento, mentre oggi con l’auto o con l’aereo è diventato molto più veloce. I costi di molti prodotti industriali si sono abbassati al punto che beni un tempo elitari sono diventati di massa. È importante che questo processo continui anche perché oggi viviamo in un mondo globalizzato e se qualcuno produce a costi significativamente inferiori ai nostri ci esclude dal mercato. Quello che interessa alle aziende è il costo totale e non il costo di un singolo fattore, per quanto importante come il lavoro.

A Fiat, per esempio, interessa quanto costa produrre un’auto, non quanto costa un operaio. Questo costo totale risente del sistema giudiziario, dell’efficienza della Pubblica amministrazione, delle infrastrutture, della qualità del sistema scolastico, ecc. Su molti di questi temi è possibile intervenire e il Governo attuale è intervenuto con liberalizzazioni, semplificazioni, ma tanto resta da fare.

Merito e responsabilità

L’unica possibilità che un giovane brillante e di umili condizioni ha per salire nella scala sociale è il merito. Oggi viviamo in una società consociativa in cui il potere è occupato da gruppi e persone che, per difendere i loro privilegi, cercano di impedire il cambiamento. Molti giovani brillanti sono costretti a emigrare all’estero mentre, purtroppo, pochissimi laureati presso prestigiose università estere vengono a lavorare in Italia.

Ripristinare una cultura del merito non è facile e non può avvenire senza una ripresa della responsabilità e della trasparenza. Dare spazio al merito conviene, ma è difficile perché troppi privilegiano la tutela dei loro vantaggi corporativi a svantaggio del bene comune.

 

Fiducia nel futuro

Non facciamo più figli, non riusciamo a trovare un’occupazione ai giovani che continuano a rimanere in casa, le aziende investono pochissimo in termini di formazione. Se non si crede nel futuro non si investe e non si costruisce nell’oggi. La speranza è stata definita da Benedetto XVI come performativa, cioè un fattore in grado di cambiare, trasformare i nostri atteggiamenti e quindi la realtà.

Chi ha una speranza ha le energie per combattere, per sacrificarsi, per superare molteplici ostacoli. Persone rinchiuse in campi di concentramento riuscivano, pur in quelle terribili condizioni, a risparmiare per progettare la fuga. Oggi molti, in condizioni certamente più favorevoli, non si sentono di impegnarsi perché ritengono che non ne valga la pena.

 

Sussidiarietà

Occorre che ciascuno faccia la propria parte, senza invasioni di campo. Lo Stato deve creare le condizioni affinché le persone e le istituzioni possano funzionare al meglio e raggiungere gli obiettivi da loro desiderati. La società civile deve farsi carico di quanto è in grado di fare, a partire dalle famiglie, dalle imprese e dalle comunità locali.

Queste realtà devono assumersi le loro responsabilità in termini di educazione, di scelte organizzative e produttive, senza delegare ad altri compiti che sono di loro competenza. Smetterla di lamentarsi, diventare costruttori del proprio domani, collaborando con uno Stato che sia al nostro servizio (e non viceversa) è possibile e la riforma del lavoro potrebbe essere un passo nella giusta direzione.

Se nei prossimi mesi vedremo non solo molte persone trovare un nuovo lavoro, ma anche tante passare da un lavoro bloccato e poco produttivo a nuove attività più in sintonia con le esigenze attuali, potremo avere la conferma che siamo sul giusto cammino.

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