DDL LAVORO/ Una riforma statalista che punisce imprese e lavoratori

È stata presentata la “storica” riforma del lavoro del Governo Monti. Elsa Fornero ne ha tracciato i punti essenziali, MARIO MEZZANZANICA ne commenta spirito e filosofia

05.04.2012 - Mario Mezzanzanica
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Elsa Fornero (Infophoto)

È stata presentata ieri, durante una conferenza stampa, la proposta di legge di riforma del mercato del lavoro. Il ministro Elsa Fornero nel suo intervento di spiegazione ha evidenziato tra i principi ispiratori della riforma la creazione di un mercato equo e di qualità. L’equità si raggiunge, ha spiegato il Ministro, eliminando il dualismo tra tutelati e non tutelati; la qualità con un aumento della produttività  raggiungibile attraverso la crescita del capitale umano.

Gli interventi proposti si muovono sostanzialmente in quattro direzioni: modifica dei termini e delle condizioni di utilizzo di alcuni contratti (a termine, i cosidetti CoCoPro, delle partite IVA, dell’apprendistato,ecc.); allargamento dei potenziali utenti e modifica dei termini di utilizzo degli ammortizzatori sociali (introduzione dell’Assicurazione sociale per l’impiego – Aspi); revisione della flessibilità in uscita (possibilità di licenziare per motivi economici); potenziamento delle politiche attive e integrazione degli interventi di integrazione tra politiche attive e passive (creare una Agenzia unica nazionale partecipata dallo Stato e dalle Regioni). 

Certamente sarà importante ritornare sul tema con il testo del disegno di legge, che non è ancora disponibile, ma le linee ieri tracciate confermano sostanzialmente quanto emerso nelle ultime settimane dalla stampa. Se sui principi ispiratori si può trovare un sostanziale accordo, su alcuni aspetti di merito e sul modello dell’impianto proposto permangono alcuni dubbi di fondo.

I contratti a termine, pur riconoscendo (il Ministro) che in molti casi sono utilizzati correttamente, costeranno di più per le imprese e la persona non ne avrà benefici (nel nostro Paese in termini percentuali sono minori di quelli di altri paesi europei, come la Germania, e creano sostanziale precarietà soprattutto nel pubblico impiego – non oggetto di riforma). L’apprendistato sarà attivabile se l’azienda dimostrerà di aver stabilizzato in tempi recenti il 30% degli apprendisti assunti (le piccole imprese difficilmente potranno assumere giovani in apprendistato e insegnare loro un mestiere – la struttura delle imprese del nostro Paese è fatta prevalentemente da piccole e medie imprese). Verranno introdotti degli indicatori “presuntivi” per verificare se una partiva Iva è “volontaria o non volontaria” (per esempio, se il fatturato con un committente supera il 75% dl fatturato annuo, il rapporto di lavoro è “tramutabile” in contratto subordinato a tempo determinato).

La flessibilità in uscita per motivi economici sembra sia sostanzialmente rimandata ai giudici che potranno verificare l’insussistenza dei motivi e quindi decidere per il reintegro o fissare un’indennità economica compresa tra 12 e 24 mesi (un problema che interessa prevalentemente le grandi imprese e che nel nostro sistema rischia di creare, per le persone coinvolte, situazioni di indeterminazione che aggravano un momento di difficoltà). Da ultimo, la costituzione di una nuova agenzia nazionale per le politiche attive e passive integrate che dovrebbe farsi carico delle persone in difficoltà per sostenerle nel percorso di reinserimento nel mercato del lavoro (oggi esistono nel nostro Paese circa 500 centri per l’impiego provinciali che contribuiscono mediamente per il 3-4% della ricerca di occupazione – le province non esisteranno più…non sarà il “posto” dove ricollocare i dipendenti degli attuali centri pubblici?).

Ciò che non traspare dai documenti provvisori e dalla conferenza stampa di ieri è la partenza di una visione positiva della realtà. Si parte da una visione che muove le proprie mosse dalla rimodulazione di nuove regole che rischiano di creare maggiori problemi, ai tanti esistenti, di aumentare le incertezze per le aziende e per le persone. Le diversità territoriali, estremamente significative nel nostro Paese, non sono considerate. La caratteristica primaria della struttura produttiva  del nostro Paese sembra essere indifferente alla riforma. Eppure siamo un Paese che ha visto fiorire nei diversi territori molte imprese (piccole e medie) artigiane, industriali e di servizi che rappresentano un elemento distintivo a livello nazionale e internazionale e che negli ultimi decenni hanno riassorbito la diminuzione dei posti di lavoro delle grandi imprese.

Ciò che può favorire l’incremento di un lavoro di qualità (crescita del capitale umano, come riconosciuto anche dal Ministro Fornero) è un sistema in cui viga maggiore spazio di esercizio della libertà (delle persone e delle imprese), minore burocrazia, maggiore trasparenza informativa delle opportunità. In ultima analisi, occorre un’idea di intervento e di conseguenti soluzioni che non si configurino come un nuovo “monolite statale” indifferente verso le  specificità  e diversità dei territori, ma che muova in un’ottica di valorizzazione e responsabilizzazione di chi costruisce e lavora.

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