DDL LAVORO/ Partite Iva e contratti, i nuovi “paradossi” della riforma

Il disegno di legge sulla riforma del lavoro ha passato il vaglio dell’esame in Commissione al Senato. MAURIZIO DEL CONTE ci spiega quali sono i punti ancora critici

25.05.2012 - int. Maurizio Del Conte
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Fosse stato per la Fornero, lo ha detto lei stessa, la riforma avrebbe avuto due articoli. Primo: l’unica forma di contratto che possa dirsi realmente tale è quella a tempo indeterminato. Secondo: l’articolo 18 è abolito. Un po’ drastico. Non si doveva mica per forza, però, giungere a esiti opposti. Veti, rivendicazioni, considerazioni ed esigenze di varia natura, più o meno giusti, più o meno opportuni, han fatto sì che le intenzioni iniziali, in stile minimal, esplodessero in una costellazione di provvedimenti. Nel frattempo, mentre il Parlamento continua ad aggiungere, sottrarre, correggere e limare, la commissione Lavoro del Senato ha dato il suo ok al provvedimento. Se tutto va bene, entro giugno sarà legge dello Stato. Tra le recenti e più significative novità, l’introduzione di una soglia a 17-18mila euro di fatturato annui lordi, al di sotto della quale si presume che una partita Iva celi un rapporto di subordinazione. Abbiamo chiesto a Maurizio Del Conte, Docente di Diritto del lavoro alla Bocconi di Milano, cosa ne pensa.

Alberto Brambilla, su questa pagine, sosteneva che 18mila euro sono troppi. Nessuno, all’inizio, fattura più di 5-6mila euro. Spariranno, quindi, la partite Iva.

Effettivamente, chi apre una partita Iva, all’inizio, molto difficilmente fatturerà così tanto.

Quindi? Lei cosa propone?

Sarebbe necessario introdurre un correttivo come, ad esempio, si fa in certi casi nei regimi di tassazione; si potrebbe, cioè, fissare un numero di anni in cui non è necessario raggiungere tale limite. O consentire di raggiungerlo gradualmente. Si potrebbe stabilire, per intenderci, una soglia di 5mila euro per il primo anno, di 10mila per il secondo, di 17-18mila per il terzo.

Intanto, un  ordine del giorno della commissione impegna il governo a equiparare, entro il 2016, gli stipendi di uomini e donne, a parità di ruolo svolto.

La questione, in questi termini, è mal posta. In realtà, infatti, la parità di trattamento retributivo e normativo tra uomini e donne è un principio assolutamente già in vigore. Cosa ben diversa è la sua attuazione concreta, già sollecitata da una serie di disposizioni comunitarie. Occorre superare quegli ostacoli che, di fatto,  comportano un differenziale retributivo. Ma non si tratta di ostacoli giuridici.

Di cosa si tratta, allora?

Di ostacoli culturali, anzitutto, relativi ai contesti lavorativi. Andrebbe migliorata, quindi, la normativa finalizzata ad agevolare la donna nel disbrigo degli affari domestici, in particolare nella cura dei figli, in modo da ridurre quegli handicap che, di fatto, subisce in azienda da parte del datore di lavoro. Si tratta di handicap che, come si evince dalla statistiche, si verificano in termini di minor avanzamento di carriera rispetto agli uomini.

La Fornero ha fatto sapere che le sarebbe tanto piaciuto abbassare il costo del lavoro.

Credo che nessuno auspichi il contrario. Finora, tuttavia, in questa direzione non è stato posto in essere alcun tipo di provvedimento. Anzi. In certi casi, come nei contratti a termine, i costi sono aumentati. Eppure, la sfida del mercato del lavoro sarebbe dovuta essere proprio quella di abbassare i costi. Specialmente quelli per i contributi previdenziali. Tanto più che si è varata la riforma delle pensioni allo scopo di ridurre moltissimo la spesa, in termini di erogazione di prestazioni previdenziali. A questa manovra, quindi, ne sarebbe dovuta seguire una di taglio delle entrate. Se si tagliano le prestazioni, infatti, si dovrebbero ridurre anche i loro costi.

Perché, in ogni caso, hanno aumentato i costi dei contratti a termine?

Secondo il governo, il contratto a termine rappresenta una flessibilità che va penalizzata. Ma è un’idea sbagliata. In molti casi, infatti, non si tratta di un espediente per aumentare il profitto dell’azienda, ma di una strada necessaria. Basti pensare a quelle aziende che necessitano di un ricambio continuo dello stock lavorativo, settori strategici quali il turismo o la ristorazione.

Come valuta, invece, la decisione di aumentare da sei mesi a un anno la durata dei contratti a termine senza la necessità di specifica del “causalone”?

Il provvedimento evidenzia la contraddittorietà del disegno legislativo. Da un lato si tenta di scoraggiare i contratti a termine, dall’altro, si tenta di renderli più accessibili; di per sé, in ogni caso, l’eliminazione è un fatto estremamente positivo. Del resto, dalle statistiche risulta che i causaloni siano uno dei maggiori motivi di contenzioso che maggiormente gravano nei tribunali e nelle Corti d’Appello. Sarebbe stato meglio, in ogni caso, ragionare in termini strutturali. Eliminandolo del tutto.

E poi?

Per eliminare gli abusi, invece che discutere sulla legittimità o meno di un certo contratto a tempo determinato, sarebbe stato sufficiente introdurre delle quote; ovvero, stabilire che tutti i contratti a tempo determinato sono legittimi, a patto che non superino una quota pari, ad esempio, al 15-20% di tutti i lavoratori di un’azienda.  

 

(Paolo Nessi)



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