MORTI BIANCHE/ Giacomassi (Cisl): ecco la “nuova frontiera” contro gli incidenti sul lavoro

- La Redazione

I dati positivi della diminuzione delle morti bianche e degli infortuni sul lavoro, dice FULVIO GIACOMASSI, sono sintomo di politiche attente di prevenzione, ma ci sono altri passi da fare

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Morti bianche al minimo storico, ma il cammino per la sicurezza sul lavoro è ancora lungo. Nel 2011 i morti sul lavoro sono stati 920, con un calo del 5,4% rispetto ai 973 dell’anno precedente. Il rapporto annuale dell’Inail conferma, con questi dati, il trend positivo di questi ultimi anni. In diminuzione anche il numero totale degli infortuni sul lavoro denunciati all’istituto: 725mila, 51mila in meno rispetto al 2010, con una flessione del 6,6%. A questi dati ufficiali vanno però sommati gli infortuni subìti dai lavoratori in nero che rimangono nascosti alle statistiche. L’area in cui si è registrato il calo maggiore è il Sud: -8,1% di infortuni rispetto alla media del -6,6% e -14,9% di morti rispetto alla media del -5,4%. «Pur in presenza di una flessione del fenomeno negli ultimi anni», ha commentato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nel messaggio inviato in occasione della presentazione del Rapporto 2011 dell’Inail, «si conferma la necessità di superare le carenze e contraddizioni da tempo rilevate nelle azioni volte alla salvaguardia della salute dei lavoratori e nella diffusione degli strumenti di sicurezza sui luoghi di lavoro». Sul merito, ilSussidiario.net ha voluto sentire il parere di un sindacalista, Fulvio Giacomassi, segretario nazionale confederale Cisl.

Giacomassi, con quale sentimento un sindacalista legge questi dati?

È certamente positivo il trend che vede un abbassamento delle vittime e degli infortuni sul lavoro. Purtroppo, a diminuire di più, segnando un -7,5%, sono gli incidenti “in itinere”, ossia quelli che si verificano sul percorso casa-lavoro, mentre quelli sul posto di lavoro, pur diminuendo del 6,5%, restano ancora troppo alti. Quando affrontiamo questo argomento, drammatico soprattutto per le famiglie che devono combattere con il dolore di un lutto o di un infortunio che cambia completamente la vita, occorre che le istituzioni, le parti sociali e gli enti preposti si impegnino, ognuno nel proprio piccolo, affinché la sicurezza sul posto di lavoro sia garantita.

La normativa non è ancora abbastanza tutelante o ci sono inadempienze nella sua applicazione?

Le faccio alcuni esempi: siamo ancora in attesa che il ministero del Lavoro emetta i decreti attuativi di alcuni regolamenti di fondamentale importanza per il rispetto della legge 81 che si occupa, appunto, di salute e sicurezza. Le associazioni imprenditoriali non hanno ancora stipulato con i sindacati l’intesa riferita al recepimento della legge, in particolare per l’aspetto che riguarda gli organismi paritetici. La maggior parte delle Regioni deve recuperare i ritardi accumulati nei comitati sulla salute e sicurezza. Più che sulla vigilanza dovremmo poi puntare su una cooperazione fra tutti i soggetti coinvolti che aiuti a costruire un sistema basato sulla prevenzione a livello nazionale.

I provvedimenti adottati negli ultimi due anni hanno contribuito a diminuire il numero di infortuni e morti bianche?

Sicuramente. I dati positivi forniti da Inail non sono indotti solo dal taglio di posti di lavoro causato dalla crisi economica. Soprattutto ha inciso, per quanto riguarda i capitoli della formazione, l’istituzione, a partire dalle piccole e medie imprese, di progetti aziendali sulle procedure organizzative e il cambio delle attrezzature. Un lavoro che abbiamo portato avanti assieme a Confapi e alle associazioni artigiane, sempre molto attente al tema della sicurezza sul posto di lavoro. In particolare è stato fatto un grande passo avanti nel campo dell’edilizia – uno dei settori più a rischio – con il contratto nazionale firmato nel 2008: dal gennaio del 2009, prima dell’ingresso nei cantieri è infatti obbligatoria la formazione, che in questi anni ha interessato decine di migliaia di lavoratori, soprattutto giovani. È la dimostrazione che quando si lavora in sinergia – organizzazioni sindacali con associazioni imprenditoriali – i risultati arrivano, a tutto vantaggio della sicurezza dei lavoratori.

 

I dati Inail sono però “falsati”, in quanto non registrano infortuni e morti dei lavoratori “in nero”…

 

Avendo l’Istat stimato nel 2010 in quasi 3 milioni i lavoratori “in nero”, è possibile ritenere che gli infortuni “invisibili” siano circa 164mila. Si tratta di casi che rientrano, per lo più, in un range di gravità medio-lieve e che confermano una sostanziale stabilità rispetto alla stima dell’anno precedente. Purtroppo, però, non si tratta di dati certi ma di stime. Certamente, questo aspetto deve essere migliorato con un lavoro ispettivo sempre più frequente e occorre che i vari soggetti istituzionali incrocino le proprie banche dati, rilevando le aziende più a rischio, individuando con cura zona per zona, e, dal momento che la legge lo consente, applicare tolleranza zero verso chi utilizza il lavoro “nero” e il sommerso.

 

Nel 2011 aumentano ancora le denunce di malattie professionali, passando dalle 42.465 del 2010 a 46.558. È possibile che nel 2012 si debba fronteggiare un tale problema?

 

In questi anni avremo il picco per alcune malattie, come il mesotelioma o l’asbestosi, causate dall’inalazione di amianto, che è stato bandito più di vent’anni fa. Purtroppo sono malattie “silenti”, che hanno periodi di incubazione lunghissimi e possono esplodere anche dopo 35 anni. Pure su questo tema occorrerebbero comitati di sorveglianza sanitaria a livello locale, coinvolgendo soprattutto le Regioni. Non dimentichiamo altri tipi di malattie, più recenti, la cui incidenza sta aumentando: è il caso delle malattie muscolo-scheletriche indotte dalla nuova organizzazione del lavoro, o di altre causate da nuovi strumenti e nuovi prodotti dei quali non si conosce ancora l’impatto sull’organismo dei lavoratori. Questa sarà la nuova frontiera dell’impegno per la salute e la sicurezza sui posti di lavoro.

 

(Federica Ghizzardi)

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