IL CASO/ Uomini e donne, una “guerra” che fa male a famiglia e lavoro

Oggi la conciliazione tra vita lavorativa e familiare è sempre più centrale. E spesso si rischia di sottovalutare quelle che sono le esigenze degli uomini, come spiega ACHILLE PALIOTTA

29.01.2013 - Achille Paliotta
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Immagini di repertorio (Infophoto)

La situazione generale è, oggi come oggi, radicalmente differente da quella dei decenni precedenti, connotata da una perdurante crisi economica e da una drammatica mancanza di posti di lavoro. È in questo contesto di profondo scompiglio dei sistemi produttivi, e del mercato del lavoro, che a livello individuale, in un crescente numero di persone, può determinarsi un sentimento ambivalente. Da un lato, una forte consapevolezza che l’obiettivo più importante, per se stessi, sia quello di trovare e mantenere un posto di lavoro, e da qui l’elevato livello di soddisfazione, di cui si è detto in un precedente articolo. All’inverso, invece, soprattutto in coloro che hanno già un lavoro, attecchiscono atteggiamenti strumentali verso il lavoro, ovvero la tendenza a ridurre il tempo di permanenza sul posto di lavoro, vale a dire la ferma volontà di inserire, in maniera equilibrata, il tempo di lavoro nel più generale tempo di vita.

A questa sorta di declino della centralità del tempo di lavoro sembra, di conseguenza, corrispondere una maggiore attenzione al rapporto tra lavoro e non-lavoro, e una ricerca della libera e ottimale composizione delle due sfere, congruente, del resto, con l’affermazione del primato della soggettività, quale tratto culturale precipuo delle società economicamente sviluppate. In questo quadro, dunque, la variabile tempo di lavoro, nel duplice senso sia della riduzione che della flessibilità nell’arco non solo della giornata o della settimana, ma anche del più ampio ciclo vitale (dalla giovinezza alla terza età) pare, allora, acquisire un rilievo cruciale, determinante, tanto da far addirittura supporre una continuità, una sorta di indistinzione crescente, tra contesto di lavoro e condizione di vita fuori del lavoro, nell’agire, da parte delle persone, i diversi, e sempre più impegnativi, ruoli professionali e sociali.

Questa dimensione concettuale di cui si è sin qui detto, viene chiamata, nell’ambito delle politiche pubbliche, anche comunitarie, con il termine di conciliazione, di cui qui vale brevemente richiamare la genesi poiché, a tutt’oggi, ancora ne riflette, sostanzialmente, sia gli aspetti positivi che i non pochi limiti, come si vedrà meglio in seguito. La conciliazione nasce, in ogni modo, negli anni Sessanta, con l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, per indicare le modalità con cui esse riuscivano ad agire i ruoli di madre e di lavoratrice, senz’altro con indubbi sforzi e difficoltà quotidiane di vario tipo, e da qui la comparsa di una copiosissima legislazione di sostegno, le pari opportunità.

La conciliazione tra le sfere del tempo di lavoro e quello di vita è una delle cinque dimensioni che è stata investigata a fondo nella Terza indagine Isfol sulla Qualità del lavoro in Italia e comprende, in primo luogo, l’individuazione di quelle caratteristiche del lavoro che favoriscono la conciliazione. In quest’ottica, la caratteristica sicuramente più importante è quella relativa all’orario di lavoro poiché potrebbe non venire valutato solo come una rigida cornice temporale, in cui esplicare la propria attività lavorativa, quanto piuttosto nella sua capacità di favorire o meno un equilibrato rapporto tra le due sfere, prevedendo una relativa permeabilità tra questi due ambiti: ci si riferisce qui, evidentemente, sia alla durata, sia alla modulazione che alla flessibilità dello stesso e quindi, in senso più ampio, alla sua sostenibilità. Altre caratteristiche rilevate dall’indagine sono: la distribuzione del tempo tra impegni lavorativi, privati e famigliari; i tempi di percorrenza fra casa e ufficio; il tempo dedicato alla cura di sé e dei propri cari; ecc.. La qualità del lavoro complessiva è influenzata, difatti, anche dal raggiungimento di un bilanciamento tra queste due sfere e i tempi di lavoro “sostenibili” ne sono un presupposto essenziale.

La rilevazione Isfol evidenzia, in primo luogo, i cospicui passi in avanti compiuti in questi ultimi decenni, poiché gli intervistati riescono a conciliare le due sfere nell’80% dei casi, un valore elevato, e solo il 20% dichiara di avere non poche difficoltà a trovare un equilibrio tra vita lavorativa ed extra-lavorativa. In secondo luogo, tra coloro che incontrano maggiori difficoltà vi è una netta prevalenza della componente maschile (68,1%) rispetto a quella femminile (31,9%). Si tratta di un dato senz’altro prevedibile, chiaramente sintomo di uno stato di disagio, anche se il confronto con le precedenti indagini (effettuate nel 2002 e nel 2006) mostra un aumento della possibilità di adattare tempi di lavoro con quelli di vita (dal 2002 a oggi, questa percentuale è salita di 9 punti). Una conferma di questa maggiore difficoltà viene dalla risposta alla domanda “riesce a conciliare il lavoro con”: “impegni domestici”, le donne rispondono in maniera affermativa nell’84,7% (i maschi nel 66,2%); “cura dei figli”, le donne nell’88,3% (81,7%); “cura di persone anziane”, sempre le donne nel 60,1% (56,8%).

Dall’indagine emerge che la maggior parte delle persone lavora dalle 36 alle 40 ore settimanali, fascia oraria che caratterizza soprattutto gli uomini per i quali vi sono anche molti casi in cui si superano le 45 ore settimanali. Tale tempo di lavoro è senz’altro onnipervasivo per cui, nello stesso tempo, si osserva, in questi intervistati, il desiderio di lavorare meno e, di conseguenza, uno scostamento tra l’orario effettivo e quello desiderato. Fra le donne è, invece, manifesta la maggiore presenza di occupate con orario lavorativo ridotto. Quanto alle caratteristiche che maggiormente influenzano la probabilità di trovare un equilibrio fra vita privata e lavoro, come si può facilmente immaginare, l’avere a disposizione maggiori risorse economiche aumenta la probabilità di bilanciare tempo di lavoro e tempo di vita e, dunque, di avere una qualità di vita migliore anche in considerazione delle più elevate possibilità di acquisto di beni e servizi sostitutivi.

Se si approfondisce, invece, l’analisi riguardo l’uso del tempo nelle diverse attività quotidiane, prendendo in esame una giornata media feriale, di un campione della popolazione occupata, di età uguale o superiore ai 15 anni, emergono queste differenze di genere: le donne riservano un tempo medio al lavoro retribuito pari a 5 ore e 59 minuti (di contro a quello degli uomini pari a 7 ore e 48 minuti), al lavoro familiare di 3 ore e 24 minuti (versus lo 0:59 degli uomini), al tempo libero di 2:35 (3:11), al tempo dedicato al volontariato, partecipazione sociale e religiosa di 0:06 (0:04), all’istruzione e formazione di 0:04 (0:02), agli spostamenti finalizzati di 1:30 (1:36) oltre a considerare il dormire, mangiare e altra cura della persona a cui ambedue, sia maschi che donne, dedicano il maggior lasso di tempo, ovvero 10 ore e 20 minuti.

Un risultato apparentemente sorprendente, ottenuto da analisi più complesse (modello logistico), si riferisce all’incidenza del genere nella possibilità di conciliare le due sfere di impegno: a parità di altre caratteristiche, essere uomo o donna non conta, vale a dire che nel confronto tra una lavoratrice e un lavoratore, con medesimo profilo occupazionale, la probabilità di trovare un equilibrio tra vita lavorativa e sfera privata non cambia in maniera statisticamente significativa.

Da questi dati si possono trarre, pertanto, alcune considerazioni sintetiche di policy: uno dei fattori che rischia, oggigiorno, di limitare la qualità della vita lavorativa in Italia, è quello di promuovere politiche di conciliazione, così come avveniva nei decenni passati, rivolte solo alla componente femminile quando, invece, gli uomini manifestano un accresciuto interesse nei confronti della vita privata e familiare. Ciò è ancor più vero, peraltro, in un contesto che propone nuove modalità di accesso e permanenza nell’occupazione, soprattutto per i più giovani, in cui il tradizionale modello della divisione dei ruoli (in cui il padre, capofamiglia, lavorava mentre la madre, casalinga, attendeva, in casa, ai lavori domestici e alla cura della numerosa prole) risulta, in molti casi, inattuale.

L’intero assetto delle politiche pubbliche di conciliazione come, ad esempio, l’incentivo all’utilizzo della flessibilità oraria sarebbe forse più equo ed efficace se orientato all’attuale divisione del lavoro all’interno della famiglia e quindi fosse, oggi come oggi, neutrale rispetto al genere. Cionondimeno tutto ciò stenta, purtroppo, a trovare una traduzione operativa, soprattutto nei programmi e nelle proposte politiche e sociali. Altro paradosso è che le giovani generazioni, le quali entrano nel mercato del lavoro in condizioni di forte precarietà occupazionale, sono le prime a non poter usufruire delle tradizionali politiche di conciliazione poiché queste sono pensate e si rivolgono, generalmente, a coloro che sono stabilmente contrattualizzate; non consentono, di fatto, l’accesso agli strumenti abituali quali, ad esempio, i congedi parentali, i permessi per studio e formazione, i servizi e i diversi benefits aziendali, ecc. Ne deriva, dunque, l’indicazione che è un po’ tutto l’impianto normativo e concettuale a dover essere ripensato per poter avere, invece, finalmente a disposizione, una panoplia di strumenti maggiormente adatti ai tempi correnti.

In conclusione, dal quadro tracciato dall’Isfol emerge come si debba necessariamente passare da una questione basata sul “genere” (la conciliazione) a una imperniata sulla qualità di vita di lavoro (work life balance) poiché a essere centrali, oggi come oggi, non sono tanto più i ruoli di madre e lavoratrice quanto piuttosto altre caratteristiche personali, e lavorative, di ambedue i sessi, che individualizzano di molto la tematica: il tipo di contratto, il reddito, l’orario di lavoro, il livello di istruzione, la distanza dal posto di lavoro, il luogo di residenza, ecc.

In ultimo, si vuole qui chiudere queste brevi riflessioni, sulla qualità della vita di lavoro in Italia, con una citazione assai più significativa di tanti numeri statistici e che sintetizza assai bene ciò che si può intendere per lavoro sostenibile. Esso rimanda a concetti assai simili quali lavoro decente edignitoso, coniati in ambiente Ilo. La diffusione attuale di tali sinonimi sta a dimostrare come, nel corso degli ultimi anni, essi siano divenuti significativi, in diversi ambiti sociali e culturali, ampiamente volgarizzati presso la pubblica opinione, tanto da essere citati anche in un’enciclica di papa Benedetto XVI, nell’accezione di un tempo di lavoro che meglio favorisce il bene comune.

«Che cosa significa la parola “decente” applicata al lavoro? Significa un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa». (Caritas in Veritate, 2009-63).



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