IL CASO/ Stipendi dei manager, un tetto può mandare “in rovina” la Svizzera

- Claudio Mésoniat

Domani in Svizzera si vota un referendum relativo alla possibilità di mettere un tetto per gli stipendi dei manager. Il commento alla proposta di CLAUDIO MESONIAT 

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I giovani socialisti svizzeri hanno avuto l’idea di lanciare un’iniziativa popolare volta a inserire nella Costituzione un criterio di fondo in base al quale nessuna azienda nel Paese potrebbe più pagare ai propri manager stipendi che superino di 12 volte lo stipendio minimo corrisposto a un dipendente dell’azienda stessa. Hanno raccolto il numero necessario di firme (oltre 120mila) e questa domenica sapremo se il popolo (nonché i Cantoni, giacché è necessaria la doppia maggioranza) si dichiarerà d’accordo. Penso che l’iniziativa non passerà.

È difficile non soggiacere al fascino di questa proposta, che in un certo senso ci riporterebbe a una situazione che poco più di 30 anni fa era ordinaria anche in Svizzera, e che a prima vista non può che apparire ragionevole. Purtroppo, dagli anni ‘80 a oggi molte cose sono cambiate, in Svizzera come in tutto il mondo occidentale. Globalizzazione e, soprattutto, finanziarizzazione dell’economia sono cresciute a passo di gigante, e oggi gli stipendi di poche ma grosse aziende multinazionali premiano i top manager con cifre stratosferiche. Ma è possibile far tornare indietro il mondo economico con un colpo di bacchetta magica? La risposta è purtroppo negativa: sarebbe un po’ come voler tornare di botto a una società in cui si circoli solo a cavallo o sul calesse. Molto bello, da tanti punti di vista, ma deleterio da tanti altri punti di vista – come ognuno può immaginare – e, alla fine, disastroso per l’equilibrio della società stessa. Vediamo perché.

Nella Confederazione il 10% delle persone con i redditi più elevati pagano da sole il 75% dell’imposta federale diretta. E le 7.700 persone meglio pagate della Svizzera versano 1 miliardo di franchi l’anno alle assicurazioni sociali. Stabilire un tetto massimo per i salari elevati avrebbe pesanti conseguenze: le perdite sono stimate a 560 milioni di franchi l’anno per l’AVS e l’AI (ossia le assicurazioni sociali svizzere di cui beneficiano tutti i cittadini) e a 1 miliardo di franchi per le imposte.

Sarebbero dunque la classe media e le Pmi a dover compensare questa lacuna enorme, pagando più imposte e contributi sociali. È evidente che le grandi multinazionali lascerebbero il Paese con conseguenze dirette su numerose piccole e medie imprese e sulla situazione finanziaria di Confederazione, Cantoni e Comuni. Alla cassa passerebbe quindi tutto il Paese, anche chi è in difficoltà perché mancherebbero soldi per finanziare il nostro Stato sociale.

In realtà, oggi la stragrande maggioranza delle aziende attive in Svizzera ha dislivelli salariali nettamente inferiori alla proporzione 1:12. L’iniziativa, d’altra parte, non farebbe aumentare di un centesimo il salario di chi oggi guadagna oggettivamente troppo poco (succede anche in Svizzera). Un occhio a queste cifre permette subito di afferrare che quello proposto è un approccio puramente ideologico, che ha poco a che vedere con la tradizione svizzera, vincente nell’odierno contesto internazionale di crisi.

Insomma, penso che fissare gli stipendi per legge non sia utile per l’intera economia e società nazionale. I salari sono fissati dalle aziende, in dialettica costruttiva (e quando necessario dura) con i sindacati, ma non dallo Stato. Del resto, i paesi in cui si è cercato di percorrere questa via sono in una situazione economica e sociale disastrosa. Meglio dunque restare con i piedi per terra. Il che non significa affatto abbandonare (o piuttosto escludere di intraprendere) una strada educativa che riporti le nostre società occidentali a un senso vero della giustizia e dell’equità sociale, basati sulla persona come valore guida e non sul denaro. Ma è una strada lunga, che ha poco a che fare con l’utopia.

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