IL CASO/ Dal Belgio la “prova” che la riforma Fornero non funziona

Contrazione dei contratti a chiamata a vantaggio di quelli a tempo indeterminato ma sono dati circoscritti, sottolinea MICHELE TIRABOSCHI, che non registrano le mancate assunzioni

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Elsa Fornero (Infophoto)

Una contrazione di contratti a progetto e a chiamata, a vantaggio di quelli a tempo determinato (dal 63,1% al 65,8%) anche di brevissima durata, la tenuta del contratto a tempo indeterminato e dell’apprendistato, un calo sostenuto del ricorso a contratti a chiamata. Nel periodo luglio-novembre 2012, secondo il primo monitoraggio sulla riforma Fornero elaborato dall’Isfol, sembra che la situazione sia migliorata in Italia, a giudicare anche dalle parole del ministro uscente che si è detto moderatamente soddisfatta. Ma è davvero così? Abbiamo chiesto a Michele Tiraboschi, direttore del Centro Studi Internazionali e Comparati Marco Biagi, di analizzare i dati di questo primo parziale.

Sono dati che vanno presi con le pinze?

Direi di sì. Si tratta di dati molto parziali e circoscritti ai contratti attivati, non registrano invece la mancata assunzione, il calo di alcune tipologie contrattuali, l’andamento del mercato del lavoro sommerso, la cassa integrazione. È una rilevazione fuorviante. Il ministro ha affidato all’Isfol semplicemente una fotografia di un andamento molto parziale del mercato. I dati sembrano essere positivi (incremento del lavoro dipendente e diminuzione del lavoro a progetto), peccato ci si dimentichi di osservare che nel corso dell’anno, rispetto al 2012 sono diminuiti di 100mila i posti di lavoro, non c’è un aumento dell’occupazione stabile, regolare di qualità: semplicemente c’è un incremento drastico della disoccupazione, del lavoro nero.

I contratti a tempo determinato più diffusi sembrano, oggi, avere una brevissima durata. È così?

Sì. Le imprese stanno registrando una fase di recessione, di calo degli ordini, per cui è chiaro che si orientano su forme contrattuali brevi in funzione della domanda. Conferme arrivano anche dai dati Inps sull’apprendistato, che indicano il segno negativo riguardante gli investimenti sul futuro. Sono 90mila gli apprendisti in meno rispetto a due anni fa su un totale di 500mila: è un drastico decremento. C’è un utilizzo flessibile intermittente, quasi usa e getta, di brevissimi contratti a termine, la completa svalutazione del valore del lavoro autonomo, mentre i contratti di qualità pensati per inserire i giovani non stanno funzionando e ciò non è dovuto solo alla crisi.

La crisi economica c’è ovunque. In Italia, però, la disoccupazione è alle stelle. Negli altri paesi europei le cose vanno meglio?

Ad esempio in Inghilterra, colpita dalla crisi come tutti, si è registrato un incremento significativo del numero di apprendisti.

Perché in Italia non riusciamo a migliorare la situazione?

C’è un numero di tipologie contrattuali che sta disorientando le imprese tra i labirinti normativi e le complicazioni burocratiche legate a questi contratti. Se a questo aggiungiamo anche l’eccessivo costo del lavoro che induce le imprese a non assumere oppure a utilizzare in maniera impropria e irregolare, talvolta nel sommerso, i contratti, la situazione non può migliorare.

Il ministro ha fatto capire che per completare la riforma mancavano i tagli al costo del lavoro che non ha potuto fare per mancanza di risorse. Cosa ne pensa?

Sul piano formale ancora manca un 50% di decreti e misure per renderla operativa e molti di essi saranno a regime nei prossimi anni, anche attraverso la contrattazione collettiva che ancora non c’è… penso all’apprendistato di primo livello, di terzo livello, aspetti molto importanti della Riforma. Dal punto di vista sostanziale, mi pare che sia opinione, oggettiva e realistica, diffusa che questa riforma non piaccia.

 

A chi non piace e perché?

Non piace a Confindustria, alla Cgil, alla grande e piccola impresa, al sindacato riformista, agli avvocati, ai consulenti del lavoro che hanno denunciato l’irrigidimento del mercato. Non piace a nessuno e non sta producendo effetti. Anzi. Un po’ per la crisi, un po’ per colpa della riforma, noi non riusciamo a colmare quelle disponibilità delle aziende a contrattualizzare regolarmente le persone, in particolare giovani e donne.

 

In molti hanno criticato queste riforma, qual è il suo parere?

 Non è una questione di opinione soggettiva da parte di un osservatore esterno, è proprio un dato oggettivo: questa è una riforma che ha una visione dirigista e calata dall’alto e sono quelle visioni che poi non funzionano perché non tengono conto della realtà, di chi dovrà applicare le regole, del parere delle imprese, dei consulenti, degli avvocati, della logica sussidiaria delle relazioni industriali, imprenditoriali e aziendali. È una riforma che risponde a un modello astratto che non sta producendo alcun effetto, se non negativo. È una riforma a metà del guado.

 

In che senso?

 Liberalizza sui licenziamenti, irrigidisce le tipologie di lavoro flessibile e, soprattutto, nega la grandissima realtà del mercato del lavoro italiano che è il lavoro autonomo genuino delle partite Iva. Per contrastare gli abusi che ci sono si è fatta di tutta l’erba un fascio andando a distruggere tutto, anche gli aspetti positivi.

 

“Se questi dati saranno confermati potrò dirmi moderatamente soddisfatta – ha detto Elsa Fornero-, poiché sarà raggiunto l’obiettivo di contrastare l’uso disinvolto di un certo tipo di flessibilità e incoraggiare quella buona”. Come commenta queste parole?

 È un’affermazione molto azzardata, perché quando sono calati del 30% i contratti a progetto e il lavoro a chiamata e c’è un punto percentuale in più per i brevissimi contratti a termine, ma ci si dimentica che abbiamo perso 100mila posti di lavoro e ci sono persone disoccupate e in cassa integrazione non c’è nessun motivo per ritenersi soddisfatti, a meno che il ministro non sia soddisfatta di una disfatta. Ma nessuno può esserlo di questo peggioramento drastico del mercato del lavoro in un anno di governo Monti e in 6 mesi di applicazione della Riforma Fornero.

 

Guardando al futuro molti pensano che la vera emergenza in Italia sia quella riguardante la creazione di posti di lavoro. In questo senso, quali strategie dovrebbe attuare il prossimo Governo?

Occorre lavorare sul contesto macroeconomico che non è solo nazionale, ma sovranazionale. In attesa di un miglioramento delle condizioni del mercato a livello globale si potrebbe fare moltissimo con riferimento all’agibilità dell’azione di impresa: penso ai ritardati pagamenti della Pubblica amministrazione che mettono in ginocchio le imprese, all’accesso al credito che è vitale per tenerle in vita, a una minore burocrazia, a più flessibilità, alla riduzione del costo del lavoro e certamente a un più moderno quadro di regole sul lavoro con relazioni industriali più cooperative e partecipative. Senza questo contesto le imprese muoiono e scompaiono i posti di lavoro. Il discorso è molto semplice: non esistono soluzioni miracolose, ma solo buon senso.

 

Qualcosa il Governo potrà fare… Sui contratti per esempio?

Il problema è che non abbiamo un governo, non sappiano se lo avremo a breve, né quale sarà la compagine che guiderà il Paese. Molti ricordano in questa stagione il caso del Belgio che ha visto migliorare tutti gli indicatori del mercato del lavoro e dell’economia pur essendo rimasto per quasi due anni senza un governo. Questo vuol dire che, spesso come è successo con la riforma Monti-Fornero, i governi fanno più danni che benefici. Io penso che ci sia spazio in questo momento di incertezza per un rilancio della sussidiarietà, delle relazioni industriali: servirebbe a evitare le vecchie logiche consociative, le vecchie sponde politiche e sindacali.

 

Quali le priorità?

 La prima cosa da fare sarebbe un’intesa tra rappresentanti imprenditoriali e sindacali per ridisegnare il contesto con cui si fa impresa e si tutelano il lavoratori. Basta leggi: serve una maggiore contrattazione collettiva, così come un’intensificazione delle relazioni industriali e una maggiore sussidarietà che è la logica che il nostro Paese ha smarrito a seguito del centralismo della riforma Fornero.

 

(Elena Pescucci)

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