STIPENDI/ Ci vuole un “taglio” per far crescere le buste paga in Italia

- int. Emilio Colombo

L’incertezza politica farà si che l’Italia dovrà posporre le politiche per la crescita per i prossimi 6 mesi, spiega EMILIO COLOMBO, bisognerà attendere un governo con una maggioranza

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Industria in lombardia (Infophoto)

La paga media lorda in Italia è di 14,48 euro, quella dei danesi è quasi il doppio: poco più di 27 euro l’ora. Gli italiani superati anche dai tedeschi. Le nostre buste paghe sono dodicesime in Europa. È quello che emerge da un’indagine dell’Istat sui salari in Europa. Ma a una analisi più approfondita, il professor Emilio Colombo, docente di Economia internazionale nell’Università Bicocca di Milano, giudica questi dati non del tutto veritieri. Perché? «Bisognerebbe tener conto di tutte le variabili per fare un confronto veritiero. Facciamo un esempio concreto: un dipendente pubblico ha lo stesso stipendio a Milano e a Catania, ma in Sicilia è più ricco perché il costo della vita è più basso. La stesso vale in questa classifica». E prosegue dicendo: «Noi abbiamo stipendi che hanno un costo orario magari più basso di quello tedesco, ma in realtà hanno più oneri sociali a carico del lavoratore. Ed è questo il problema vero».

Se la Germania, come in molti sostengono, è il modello da seguire. Se dovessimo farci un esame di coscienza, in cosa stiamo sbagliando?

La Germania ha affrontato negli anni ‘90 una grossa crisi economica, non era il Paese che conosciamo adesso, la sua economia era in difficoltà. I tedeschi hanno adottato determinate misure come la moderazione salariale per recuperare la produttività: questo ha fatto sì che i salari crescessero meno rispetto alla media europea, ma ha permesso ai tedeschi di recuperare competitività rispetto agli altri paesi. L’esatto opposto di quello che abbiamo fatto noi. Non abbiamo fatto nessuna riforma del mercato del lavoro, i salari sono cresciuti in media e al tempo stesso sono cresciuti anche i prezzi. I nostri beni sono più costosi rispetto ai beni tedeschi.

E questo che cosa ha determinato?

Due tipi di problemi: nel mercato del lavoro e nel sistema dei prezzi. È paradossale che l’Italia, pur non essendo cresciuta molto, sia uno dei paesi che ha la dinamica dei prezzi più elevata d’Europa. Questo è dovuto al fatto che il nostro mercato è meno competitivo e i prezzi crescono. Questo significa che i costi per le imprese aumentano e pagano salari maggiori.

Che cosa bisogna fare?

Occorre agire sia dal lato del mercato del lavoro, sia dal lato della competitività per permettere alle imprese di introdurre più concorrenza per un accesso ai beni e i servizi più bassi.

Quali misure correttive il nuovo governo dovrebbe sviluppare?

A oggi non so se il nuovo governo sarà in grado di affrontare questi temi. Finchè si tratta di fare riforme di emergenza, come lo scorso anno, un accordo lo si trova, ma quando bisogna sviluppare riforme profonde per la crescita in realtà le posizioni dei diversi partiti sono diverse. Tutti sono d’accordo sulla riduzione del cuneo fiscale: è il modo con cui realizzarla che cambia. La ricetta proposta è diversa in base allo schieramento politico.

Cioè?

Bersani si può mettere d’accordo con il Movimento 5 Stelle sui tagli dei costi alla politica, ma non è così semplice fare una riforma sulla competitività delle imprese, dove le posizioni sono molto diverse.

Quali sono, secondo lei, le misure da adottare per uno sviluppo dell’Italia?

Abbiamo uno dei carichi fiscali più cari d’Europa e una forte evasione, quindi sarebbe opportuno poter recuperare risorse da quel latom ma non è una specie di cilindro magico dal quale escono miliardi a piacere: si tratta di un processo graduale. Non ci possiamo attendere una pioggia di miliardi nei prossimi mesi o anni, si di recuperare risorse attraverso la lotta all’evasione.

Quindi come bisogna affrontare la situazione?

Non possiamo pensare di ridurre gli oneri a carico delle imprese senza coprire il costo di questa operazione. Queste risorse non si possono recuperare dal bilancio dello Stato perché abbiamo dei vincoli europei che ci impongono un pareggio di bilancio strutturale e non possiamo metterle a debito. L’unica strada è la razionalizzazione della spesa pubblica, cosa che è più facile a dirsi che a farsi. Tutti lo dicono ma nessuno riesce a farlo.

Perché è complicato razionalizzare la spesa pubblica?

Il primo motivo anche banale è perché in Italia non sappiamo come spendiamo i soldi. Lo Stato fondamentalmente non ha un controllo puntuale su tutti i canali che finanziano la spesa pubblica per le diverse attività che lo Stato stesso svolge. Per esempio, se sull’istruzione ci sono diversi finanziamenti da parte di Comuni, Province, Regioni, finchè non sappiamo chi fa e che cosa non possiamo sapere dove tagliare. È un processo lungo e complicato che ci accompagnerà nei prossimi anni e sul quale le resistenze sono formidabili: l’esempio del taglio delle province è la riprova, dato che i partiti in Parlamento hanno fermato il provvedimento.

Insomma, dobbiamo avere pazienza…

Non ci possiamo aspettare che tutto vada in porto domani. Mi spiego meglio: l’aspetto politico è cruciale perché per fare quest’operazione non si può vivere alla giornata. Occorre un governo, che sia di destra o sinistra, che abbia un orizzonte temporale di almeno 5 anni e che abbia la maggioranza per poter fare le proprie riforme. Così è una situazione difficile da gestire, ogni giorno c’è il rischio che il Governo vada sotto per un emendamento o per l’altro.

Quali scenari prospetta?

L’incertezza politica farà si che in realtà l’Italia dovrà posporre le politiche per la crescita per i prossimi 6 mesi. Se, come è probabile, si troverà un’intesa per fare alcune riforme istituzionali (come la legge elettorale) non si potrà affrontare la riforma per la crescita dell’Italia, rimandata a quando ci sarà un governo in grado di agire. È un anno che dobbiamo fare politiche sulla crescita, che non sono state fatte non perché il Governo Monti non era in grado di farlo, ma perché i partiti non gli hanno permesso di attuarle.

In che senso?

Finché si parlava di risolvere un’emergenza erano tutti d’accordo, quando si parlava di futuro le opinioni dei partiti erano troppo distanti, e attualmente siamo nella stessa situazione pur avendo già votato.

 

(Elena Pescucci)

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