START-UP/ Michel Martone: ecco le imprese per battere la disoccupazione giovanile

Sta per nascere un nuovo governo e MICHEL MARTONE ci spiega cos’ha fatto il precedente in tema di sviluppo e occupazione giovanile, specialmente con le start-up

26.04.2013 - int. Michel Martone
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Michel Martone (Infophoto)

“Crescita e occupazione al centro della prossima legislatura”. Più o meno in questo modo Enrico Letta, oggi Premier, si è ripetutamente espresso in tempi non sospetti, in tempi in cui mai avrebbe immaginato di trovarsi a guidare il Consiglio dei Ministri. Crediamo che oggi l’esecutivo nascente non possa prescindere dalla crescita e dal lavoro, che sono naturalmente le priorità unanimemente identificate. Anche perché, poco meno di due settimane or sono, il Fondo monetario internazionale ha affermato che “l’Italia è sulla strada giusta: entro la fine del 2013 la gran parte degli aggiustamenti fiscali saranno stati effettuati, così come le prospettive di crescita per il 2014”. Il Fmi ha aggiunto che in Italia sul fronte delle riforme strutturali possa essere fatto di più, “a cominciare dalla giustizia”. E secondo Jorg Decressin – Direttore del World Economic Studies Division – la crescita è ancora debole in Italia perché tutti gli aggiustamenti fiscali sono stati effettuati nell’ultimo anno, ma nel 2014 sarà meglio. IlSussidiario.net ha intervistato a riguardo il Vice Ministro del Lavoro del governo uscente, Prof. Michel Martone, che in un’ottica di crescita ricorda anche le nuove generazioni e l’importante effetto del decreto del governo sulle start-up: da gennaio sono 453 le piccole imprese nate in tutta Italia prevalentemente da nuove leve dell’imprenditoria italiana.

Vice Ministro, come può la Pubblica amministrazione farsi più leggera per consentire all’impresa, oggi più che mai sofferente, di avvertire meno carico fiscale e burocratico?

Si tratta di un punto molto importante. 16 mesi fa, quando si è insediato il governo tecnico, uno dei motivi per i quali siamo stati chiamati era appunto quello di riuscire a convincere i nostri partner europei ad aiutare l’Italia nel mezzo di una crisi finanziaria, dei debiti sovrani e degli spread, per appunto fare in modo di pagare le pensioni e gli stipendi. Oggi, grazie al grande senso di responsabilità dimostrato dagli italiani che hanno dovuto affrontare difficili sacrifici, si sta discutendo di come far cambiare linea all’Ue per arrivare a un’Ue che sia più presente sui problemi della crescita.

E cosa abbiamo ottenuto?

Va vista in questa ottica l’autorizzazione a pagare 40 miliardi di euro di debiti pregressi della Pubblica amministrazione nel rispetto dei parametri del patto di stabilità. Ciò ci consente da un lato di immettere un’importante massa di liquidità (40 miliardi) nel sistema economico, dall’altro di ottenere e usufruire di quei benefici che sono così importanti perché significa non bloccare gli investimenti nelle infrastrutture e proseguire nel percorso della crescita avendo i conti in ordine. Questo è stato il risultato ed è principalmente merito degli italiani, e ci testimonia che di fronte alle emergenze che siamo chiamati ad affrontare per risolvere problemi che si sono creati negli ultimi 40 anni, non esistono scorciatoie ma piuttosto esiste il duro lavoro di ogni giorno e il coraggio di guardare in faccia i problemi e risolverli. E questo è l’insegnamento che io credo ci abbia lasciato anche l’opera di Margaret Thatcher.

Il pagamento di questi debiti dallo Stato è un fatto epocale in Italia…

Si tratta purtroppo di debiti accumulati in passato, non stiamo parlando di nuove spese. È molto importante questo passaggio, perché ci consente di costruire un rapporto migliore tra il cittadino e lo Stato, un rapporto più etico nel quale anche lo Stato onora i suoi debiti e non è solo un esattore, ma è anche un debitore che in qualche modo si comporta secondo buona fede e correttezza.

 

A cosa è stato dovuto il ritardo con cui è arrivato il decreto paga debiti?

Nel nostro Paese, purtroppo, non c’è un sistema di contabilità generale che unisce tutti, e nel quale nemmeno si riesce a sapere qual è l’ammontare reale: la Banca d’Italia dice 90 miliardi, le banche dicono che siamo a più di 100, l’Eurostat dice 70. Il ritardo sul decreto è dovuto a questo: si tratta infatti di una mastodontica operazione per cominciare a dare un grossa parte di liquidità e far sì che questi soldi vadano effettivamente a chi li deve avere e arrivino effettivamente all’economia reale. Questa è una grossa sfida per la Pa a rispettare gli impegni presi col decreto e per la ricostruzione di un rapporto migliore tra Stato e cittadini. Come ho già detto, grazie al grande senso di responsabilità dimostrato dagli italiani in questi 16 mesi e anche, mi si consenta di dire, grazie al consenso unanime che si è creato in Parlamento. Quindi non è vero che non si è fatto niente in questi ultimi due mesi di ordinaria amministrazione, ma si è continuato a lavorare.

 

Su queste pagine, il Prof. Dominick Salvatore ha parlato della necessità di riforme strutturali per l’Italia che consentirebbero un intervento di copertura della Bce, che in assenza di tali riforme la Bce non può giustificare ai mercati. L’Europa non pare aver recepito la legge Fornero come una riforma strutturale…

Mi si permetta di dire che non è così, per due ordini di motivi: come dimostra il recente decreto sulla Pa, è proprio perché abbiamo fatto le riforme strutturali che in questo momento ci si sta consentendo di procedere con l’emissione di titoli di stato da 40 miliardi di euro nell’arco dei prossimi due anni. Grazie alle riforme che hanno messo i conti in ordine noi abbiamo un nuovo margine di flessibilità che ci consente di affrontare questo capitolo molto importante. Il secondo problema, chiaro a un Vice Ministro del Lavoro, è che sarebbe bello avere molte più risorse per affrontare i problemi che abbiamo di fronte.

 

E invece?

C’è una grossa differenza, per esempio, tra Italia e Spagna, ma anche tra Italia e Francia: ed è purtroppo che noi abbiamo utilizzato la leva del debito anche nei momenti in cui il debito avremmo dovuto ridurlo. Noi veniamo da un decennio in cui i tassi di interesse sul nostro debito, grazie all’Europa, erano bassissimi: avevamo uno spread di solamente 100 punti. La verità è che in quel periodo, grazie ai bassi tassi di interesse, avremmo dovuto contenere il debito, ma non si sono fatte riforme per ridurlo. L’Italia ha il terzo debito pubblico del mondo e questo è ciò che nell’area Euro ci da i maggiori vincoli. La Spagna, avendo un debito più giovane, ha potuto contrastare queste manovre anticicliche facendo più debito di noi. Però è altrettanto vero che i tassi di disoccupazione spagnola sono oggi quasi doppi rispetto ai nostri.

 

Quindi?

Io credo di nuovo che non esistano scorciatoie per uscire da questa crisi, che è importante che l’Ue cambi posizione e che dia maggiori margini di flessibilità all’Italia, perché non si può affrontare la crisi solamente con politiche di austerità. Si avverte più che mai la necessità che tutte le forze politiche, invece di dividersi, litigare e utilizzare il loro potere di veto in Parlamento, si uniscano per dar maggiore forza al nostro Paese per far cambiare la linea in seno all’Europa. Sarebbe l’inizio di un percorso, ora abbiamo i conti in ordine per poter far sentire in maniera più forte la nostra voce.

 

A proposito della grossa piaga della disoccupazione giovanile e dell’abnorme fenomeno dell’inattività, dove possono arrivare le riforme e quale compito spetta alla società civile (famiglie, scuola e imprese) per rispondere a questo dramma?

Io penso che purtroppo i posti di lavoro non si creano per legge e non si creano nemmeno con le sentenze dei giudici. I posti di lavoro si creano nell’economia reale. In questo momento noi siamo in mezzo a un crisi che si caratterizza per la sua durata, perché è iniziata nel 2008 e dura ancora oggi: stiamo entrando nel sesto anno. Un tema drammatico come quello della disoccupazione giovanile, quindi, che oramai cresce da anni e anni, è sicuramente una sfida di tutto il Paese, anzi la sfida del Paese. È la sfida delle famiglie, nell’incentivare i nostri giovani a fare del loro meglio; è la sfida del sistema educativo, che deve riuscire a fare quel salto in avanti per dare ai nostri giovani quelle competenze che realmente servono al mercato. Per contrastare quei 40 milioni di persone che nel mondo ogni anno entrano nel mercato del lavoro e aspirano al nostro tenore di vita e sono pronti a fare dei sacrifici. Dopodiché, noi dobbiamo dare diritti ai nostri giovani, ma soprattutto opportunità, come ci ricorda l’ultima raccomandazione dell’Ue.

 

Il governo Monti cosa ha fatto in quest’ottica?

È proprio in questa direzione che ha deciso di muoversi il governo con un provvedimento di cui si è parlato molto poco, ma che reputo molto importante e al quale ha collaborato anche il Ministero del Lavoro.

 

Ovvero?

Sto parlando delle start-up. Rispetto alle start-up cominciamo a vedere un segnale positivo e cioè che, nonostante la crisi economica, nonostante la mancanza di liquidità, nonostante la difficoltà di reperire investimenti, noi abbiamo un sensibile aumento della richiesta della nascita di nuove start-up. Si tratta di società che investono nei settori tecnologici, prevalentemente lanciate da giovani, e che cominciano a esplorare nuovi percorsi per creare nuova occupazione. Io credo che oggi quello che è importante è essere sinceri con i nostri giovani, far capire loro che le sfide che hanno davanti sono molto difficili e per cui è importante che ci mettano tutto il loro impegno.

 

Fare impresa è sicuramente uno di questi modi. Come mai si è scelto di puntare sulle start-up?

Perché è importante che nel nostro Paese si rivaluti anche la figura dell’imprenditore. L’imprenditore non è il nemico dei lavoratori che li sfrutta, l’imprenditore è anche colui che crea posti di lavoro e dà un servizio alla collettività. Rispetto a un’attività che ho seguito con molta attenzione, quella dei tavoli di crisi, è vero che il nostro Paese ha grandi problemi, ma c’è un’Italia che non si rassegna e vuole reagire. Dobbiamo prendere esempio da questa Italia per cercare di guardare in faccia i problemi, affrontarli, individuare le soluzioni con il massimo consenso possibile. Questo non è il momento delle divisioni, questo è il momento dell’unione tra forze politiche e sociali, tra istituzioni, tra generazioni. Dobbiamo ricominciare a credere nel nostro Paese e a parlarne bene perché ha straordinarie potenzialità.

 

(Giuseppe Sabella)



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