IL CASO/ I privilegi del lavoro che affossano l’Italia

- Nicolò Boggian

Per NICOLO’ BOGGIAN, centinaia di aziende sono immerse in situazioni paradossali, con manager strapagati, troppi dipendenti, mancanza di competenze concrete, professionalità improvvisate

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La situazione di molte aziende italiane con partecipazioni pubbliche oscilla tra il dramma e la farsa. Non ha senso fare nomi specifici, perché la situazione è talmente diffusa da essere ormai sistemica. Sindacati di aziende pubbliche che chiedono aumenti contrattuali e non accettano riduzioni nemmeno dove la retribuzione è nettamente superiore alla media di settore. Assunzioni senza criterio o nomine inopportune per accontentare azionisti folli, che si ostinano a fare richieste di raccomandazioni al limite del buon gusto. Nuovi dirigenti che si aggiungono ad altri dirigenti che rimangono a prendersi lo stipendio. Manager che accontentano tutti perché nessuno – o quasi – ha la coscienza di accettare che la musica deve finire o altri più saggi, che cercano di introdurre un minimo di criterio di realtà, ma si trovano a subire minacce di ogni genere. Multinazionali assetate di fatturato, che pensano solo a vendere, a qualsiasi costo, disinteressandosi del contesto nel quale operano. Tutti a caccia dell’ultimo incarico, dell’ultimo dividendo, dell’ultima promozione. Tutti capaci di qualsiasi azione pur di mantenere privilegi abnormi, prima della fine dei giochi.

La crisi sta tirando fuori il peggio da ognuno: ormai è guerra sociale. Tutti contro tutti o, al massimo, la sopravvivenza di poche unioni solo per garantire interessi privati. Nessuno all’interno del sistema ha la possibilità di lottare per cambiarlo. Alcuni non ne hanno il potere e comunque, se solo ci provassero, ne verrebbero immediatamente espulsi. Gli Stati inseguono i ricchi nei paradisi fiscali e cercano di recuperare quel minimo di capacità impositiva per riuscire a chiudere il bilancio di quest’anno e tenere in piedi il sistema. Non riescono però a capire (o forse fingono di non capire) dove è necessario e giusto tagliare anche solo per una considerazione di equità sociale.

Centinaia di aziende sono immerse in situazioni paradossali, con manager strapagati, troppi dipendenti, mancanza di competenze concrete, professionalità improvvisate e dunque inutili, se non dannose. Ciò che più spaventa è che nel microcosmo delle relazioni professionali legate alla praticità quotidiana non c’è, come ci si aspetterebbe in tempi di crisi, una maggiore attenzione nelle scelte, in modo da mettere in discussione un passato che ha prodotto scarsi risultati. Tutti preferiscono fingere di non vedere per mantenere vivo il loro piccolo o grande angolo di potere: è in gioco la sopravvivenza di ciascuno.

E’ mera illusione dare esclusivamente alla politica la responsabilità di quanto sta succedendo, perché in realtà tutti noi – ciascuno a suo modo – ne siamo stati complici. L’aspetto che più indigna sono le retribuzioni spropositate e i privilegi anacronistici, che ovviamente non verranno mai lasciati spontaneamente dai diretti interessati. Ma come possono non rendersi conto che si tratta di denaro, diritti ed energie strappati a color che hanno un bisogno reale, addirittura vitale? Finalmente si inizia a parlare di licenziamenti nella Pubblica amministrazione, dove gli esuberi sono sotto gli occhi di tutti da decenni. Un’azione in questo senso, sebbene drammatica per alcuni, sarebbe l’unico modo per svegliare il Paese da un torpore non più sostenibile e fare in modo che si cominci ad entrare nella prassi della gestione per creare maggiore consapevolezza del bene comune.

E’ ora di alzare il velo su una crisi culturale, etica e sociale ancora più profonda di quella economica, anche se non mancheranno le sofferenze. E’ ora di mettere in discussione tutto il sistema per iniziare a progettare il futuro che vivranno i nostri figli. Dobbiamo creare nuove possibilità per l’Italia e gli italiani: il prossimo Expo, per esempio, che potrebbe essere un momento per noi importante e fruttuoso. Dobbiamo ripartire dai sogni, dalla passione, da quello che è utile e giusto. La crisi è innanzitutto una crisi di disuguaglianza, che deriva da una distribuzione ingiusta delle risorse e dei diritti. Ognuno dovrebbe innanzitutto farsi un esame di coscienza: ricevo quanto è mio diritto in base alle mie reali competenze, senza sprechi per la società? Se dovessi cambiare lavoro, troverei un’azienda o un impiego che mi retribuisce quanto ora? Il mio lavoro restituisce qualcosa di utile per la collettività?

Ci sarà una nuova partenza solo quando si troverà un nuovo equilibrio tra bisogni individuali e collettivi. Dalla fase della competizione selvaggia dobbiamo passare alla cooperazione, al rispetto reciproco. Dalla rincorsa pedissequa, ma miope delle formalità dobbiamo passare a inseguire e garantire la sostanza, l’etica pubblica e privata. Dobbiamo prenderci le nostre responsabilità: è necessario un cambiamento nella cultura e nella mentalità del Paese, indipendentemente da quello che deciderà la Troika dell’Unione europea. Siamo ancora in tempo per farlo.

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