RIFORMA PENSIONI LETTA/ Proia (Roma 3): la flessibilità non è “gratis” per lo Stato. Chi la pagherà?

GIAMPIERO PROIA fa presente che anche il sistema contributivo, pur essendo proporzionale agli importi versati, prevede che parte della pensione sia pagata dalla contribuzione generale

13.05.2013 - int. Giampiero Proia
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E’ buona regola non modificare la disciplina pensionistica a ogni cambio di governo. Al di là degli effetti peculiari che ogni riforma sortisce, ogni volta che si introducono delle variazioni si producono nuove norme che gli addetti ai lavori (avvocati, giudici, e imprenditori) dovranno necessariamente conoscere, tralasciando così affari, probabilmente, più urgenti. Per non parlare dell’incertezza in cui versano i lavoratori cui, periodicamente, vengono cambiate le condizioni di accesso al regime previdenziale. Ebbene, questa volta si è ritenuto, unanimemente, che la legge firmata dalla Fornero è pessima al punto che sarebbe più dannoso lasciarla invariata. Ne abbiamo parlato con Giampiero Proia, Professore di Diritto del Lavoro presso l’Università di Roma 3.

Crede che la riforma vada cambiata?

Il problema della riforma è che non ha previsto una disciplina transitoria adeguata. E’ questo il motivo per il quale si è determinata, per esempio, la vicenda degli esodati; un errore che ha colpito talmente tante persone da risultare un emergenza sociale. E’ evidente, quindi, che sarebbe stato necessario intervenire in tal senso, pur nella consapevolezza che, una volta a regime, questa riforma garantirà la sostenibilità del sistema previdenziale molto più di altri ordinamenti.

Il governo sembra intenzionato a introdurre alcuni meccanismi di flessibilità che consentano di scegliere se andare in pensione prima o dopo, entro un range compreso tra i 62 e i 70 anni, a seconda di incentivi e disincentivi.

Astrattamente, si può fare. Tuttavia, la questione è particolarmente delicata e complessa: da un lato, si deve tener conto del fatto che il sistema contributivo già di per sé contempla una sorta di disincentivo per chi dovesse andare in pensione prima. Esso, infatti, prevede che l’assegno previdenziale sia direttamente proporzionale ai montanti contributivi accumulati nel corso della propria carriera lavorativa. Va da sé che meno anni si è lavorato, più l’importo sarà ridotto; dall’altro, ci si dimentica spesso che del fatto tale importo sarà pur sempre superiore ai contributi versati.

Cosa intende dire?

La pensione è agganciata ai contributi, ma non ne è il frutto esclusivo. Ogni assegno gode di un incremento strutturale, derivante dalla moltiplicazione dei montanti per i coefficienti di trasformazione che variano in funzione dell’età del lavoratore. Ovvero, parte della pensione è sostenuta dalla contribuzione generale. I meccanismi di solidarietà fiscale e gli oneri pubblici non vengono eliminati.

 

Quindi?

Se si introducono nel sistema di pensionamento ulteriori incentivi e disincentivi, si incide in maniera significativa sull’apporto derivante dalle casse dello Stato. Si rischia, da un lato, di rendere il sistema altamente oneroso per la finanza pubblica e, dall’altro, di appesantire il contribuente, a livello tributario, in maniera eccessiva.

 

Lei cosa suggerisce?

Affinché il sistema resti sostenibile, occorrerà capire dettagliatamente e con precisione dove prendere le risorse. Dubito che si potrà disporre del risparmio previsto dalla riforma delle pensioni. Sono già state iscritte a bilancio, e impiegate per rispondere ai vincoli europei. Come è noto, la coperta è corta e l’intenzione è quella di usare i pochi soldi disponibili per finanziare gli ammortizzatori sociali. 

 

(Paolo Nessi)

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