RIFORMA FORNERO/ Colli-Lanzi (Gi Group): tre modifiche possono aiutare il lavoro

Il Governo Letta sembra pronto a mettere mano alla riforma Fornero, mentre il lavoro resta un’emergenza nel Paese. Il commento di STEFANO COLLI-LANZI

20.05.2013 - int. Stefano Colli-Lanzi
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Crescita e occupazione sono temi cari a Enrico Letta. Il più giovane premier europeo, nel suo primo incontro con Angela Merkel, ha chiesto più crescita all’Unione e la stessa determinazione usata per la disciplina fiscale. È lecito quindi ritenere che il nuovo esecutivo non possa prescindere dalla crescita e dal lavoro, anche perché paiono priorità politicamente condivise. Ricordiamo anche che, circa un mese fa, il Fondo monetario internazionale ha affermato che “l’Italia è sulla strada giusta: entro la fine del 2013 la gran parte degli aggiustamenti fiscali saranno stati effettuati, così come le prospettive di crescita per il 2014”. Eppure, a meno di un mese dalla formazione del nuovo governo, la priorità è diventata l’Imu. «Vuol dire proprio che siamo su pianeti diversi. La dinamica politica continua a prevalere sulla dinamica dei fatti. Nel momento in cui sei con la casa che brucia non puoi permetterti di perdere tempo». Così esordisce Stefano Colli-Lanzi (A.D. Gi Group e Presidente Gi Group Academy) in questa intervista a ilsussidiario.net. Vista la professata volontà del Governo a rimettere mano alla disciplina del lavoro, gli abbiamo chiesto qual è il suo punto di vista.

Si parla di cambiamenti alla legge Fornero, perché inadatta a un’economia in tempo di crisi. Dove si dovrebbe intervenire?

Credo che siano tre le cose da fare nel rimettere mano alla disciplina del lavoro. Primo: rendere ancora più chiare le condizioni della flessibilità in uscita, perché l’ipotesi di fondo della legge Fornero era quella di ridare centralità al contratto a tempo indeterminato togliendo le eccessive rigidità che riguardano la risoluzione del contratto stesso; cosa che nel passato, e ancora purtroppo nel presente, rende lo strumento talmente rigido da essere disincentivante. E questo è pericoloso, perché la relazione tra impresa e lavoratore deve essere fondata su un rapporto a tempo indeterminato, dove indeterminato però non vuol dire eterno e, soprattutto, non vuol dire inamovibile. Questa parte potrebbe essere chiarita, permangono una serie di incertezze che la rendono poco praticabile.

E in secondo luogo cosa rivedrebbe?

Si è intervenuti sulla flessibilità in entrata in modo positivo laddove ciò ha ridotto l’utilizzo improprio di strumenti quali il lavoro a progetto e le partite Iva che sono contratti professionali e non da lavoro dipendente; e giustamente non devono essere utilizzati per gestire lavoro dipendente. Però, anche qui, si è a metà del guado: si è ridotta la possibilità di utilizzo di questi strumenti, ma non si è incentivato l’utilizzo degli strumenti di flessibilità buona, come dire che la flessibilità è tutta cattiva… e questo è sbagliato, rischia di essere un tema su cui frana il costrutto. Penso che il contratto a termine andrebbe incentivato e semplificato, collegandolo alle mansioni più lunghe, a periodi di prova lunghi che portano alla stabilizzazione dei lavoratori; e andrebbe incentivata e semplificata anche la somministrazione per agenzia, per contratti brevi e reiterati.

Quali sono i vantaggi della somministrazione rispetto al contratto a termine?

A parte il rispetto della normativa e le tutele che la somministrazione offre, è fondamentale che la persona che si trova in questa reiterazione di contratti sia affiancata da un soggetto terzo che garantisca alla persona l’employability e la continuità professionale che l’azienda finale non può garantire. In questo senso la somministrazione è migliore del contratto a termine diretto, proprio perché il soggetto terzo aggiunge valore, ovvero possibilità di stabilizzazione della persona che l’azienda direttamente non è in grado di garantire.

 

Qual è il terzo aspetto a cui alludeva e su cui interverrebbe?

Alludevo al tema delle politiche attive. Più che modificare la normativa si tratta però di applicarla. La riforma Fornero prevedeva un capitolo sulle politiche attive, ma non ha definito nulla: si tratta di una grandissima priorità nel breve termine, possono essere un’azione che in questo momento tiene insieme le esigenze drammatiche immediate (la disoccupazione che cresce) e la possibilità di costruire qualcosa di buono nel medio-lungo termine. Quindi non più sussidi e politiche passive, ma un’azione efficace e tempestiva tesa ad accelerare i tempi di ricollocazione delle persone che sono a spasso evitando che ci sia spreco di posti di lavoro che oggi c’è, che sono sempre un peccato ma che, in tempi come questi, sono un peccato mortale.

 

È auspicabile l’intervento del legislatore o meglio lasciare spazio alle Parti sociali?

Si tratta di questioni decisive. Se ci sono condizioni per fare passi avanti sul lato normativo bene, altrimenti è meglio che si lasci spazio alla contrattazione e alle Parti sociali. Al di là di questo, la vera priorità del lavoro non è cambiare la legge Fornero, ma un’altra.

 

Quale?

Bisogna ridurre il cuneo fiscale. L’Italia ha poche risorse da investire e deve fare scelte mirate: l’eliminazione dell’Imu è una manovra populistica scandalosa, sono cose che fanno del male al nostro Paese, ci fanno perdere tempo e non affrontano le questioni serie. Riducendo il cuneo fiscale si lasciano più soldi in tasca alle persone e nel contempo si creano le condizioni per una maggiore produttività e per una maggiore competitività delle nostre imprese. E questo in particolare può avvenire sul segmento dei giovani, incentivando le loro assunzioni e l’utilizzo dell’apprendistato che, essendo un contratto non facile perché prevede l’impegno delle imprese a formare le persone, va reso ancora più conveniente.

 

Sia il legislatore con la legge 24/2012 che la contrattazione stessa (vedasi rinnovo CCNL Metalmeccanico Industria, ad esempio) sembrano indicare la somministrazione come buono strumento di politica attiva semplificandone l’utilizzo, in determinate circostanze, rendendolaacausale. Non è il momento di renderla totalmente priva di causalità?

L’acausalità è una cosa molto positiva. Io sarei per l’acausalità totale sulla somministrazione. La causalità è solo un modo per dare da lavorare ad avvocati e giudici senza creare valore e tutele vere. Quindi oggi sarebbe un grandissimo passo a costo zero, aumenterebbe la produttività. L’altra cosa che andrebbe fatta sulla somministrazione è togliere l’extra 1,4% dell’Aspi che è caduto sul lavoro a termine, ma in particolare sulle agenzie: il lavoro a termine ha bisogno di essere incentivato in quanto strumento centrale nel nostro ordinamento; nel caso della somministrazione non dimentichiamo che c’è già il 4% del Formatemp, quindi c’è già una previsione di welfare interno in grado di garantire alla persona una continuità e anche un sostegno al reddito. Si tratta quindi, in entrambi i casi, di scelte fatte da chi conosce poco il sistema delle agenzie.

 

Da più parti si rimprovera alla riforma Fornero di essere figlia di un certo centralismo regolatorio, frutto della sfiducia nei corpi intermedi e nel territorio, e di essere – su questo terreno – in controtendenza rispetto alla riforma Biagi che invece delegava pienamente le Parti sociali in modo sussidiario nella regolazione concreta del mercato del lavoro. Lei cosa ne pensa visto che ha scritto dell’importanza del decentramento della contrattazione?

Io sono molto favorevole alle politiche decentrate se però ci sono un ordinamento e un’ossatura chiara da un punto di vista centrale. L’esperienza passata dell’apprendistato dove ogni regione definiva con le province le regole di applicazione dell’apprendistato è stata assolutamente fallimentare. Oggi ci sono le condizioni per avere una normativa e una presa di posizione centrale chiara su cui poi le varie amministrazioni e territorialità possono stabilire delle eccezioni e delle particolarità. La stessa cosa va fatta sulle politiche attive dove le condizioni di regioni e province che si muovono senza un’ossatura sono le medesime. Abbiamo bisogno di un disegno organico e lineare, la cui mancanza rende il nostro mercato sempre meno attraente per gli investitori esteri: per un imprenditore non c’è niente di peggio che investire in un paese dove le regole non sono chiare.

 

Nonostante il settimo trimestre consecutivo in calo, nelle sue ultime previsioni economiche 2013-14, l’Istat segnala un Pil in crescita dello 0,7% nel 2014, con un contemporaneo aumento della disoccupazione al 12,3%. Come mai se si torna a crescere aumenta la disoccupazione? Secondo lei, lo scenario prospettato è plausibile o andrà diversamente?

Nel medio termine sicuramente le due cose tenderanno a coincidere, ci sarà ripresa e crescita dell’occupazione. Il problema è che noi oggi abbiamo tanto lavoro improduttivo, nelle aziende che sono decotte e hanno in carico persone sostenute con ammortizzatori ancora passivi; nel pubblico impiego poi non ne parliamo… per cui, oggi potremmo tranquillamente aumentare la disoccupazione favorendo la crescita. Se l’economia riparte, l’effetto dell’aumento della disoccupazione può essere meno drammatico. Ma ci sarà una fase in cui la disoccupazione continuerà ad aumentare e la crescita comincerà a partire per l’effetto inerziale dei posti improduttivi che oggi sono considerati occupati, ma poi dovranno uscire. Se poi l’economia ripartirà in modo decisivo, sicuramente riassorbirà occupazione.

 

(Giuseppe Sabella)

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