RIFORMA FORNERO/ I “guasti” che rendono inutili le modifiche di Giovannini

Nel mercato del lavoro, il governo di Enrico Letta intende affrontare quattro grandi punti che riguardano la Riforma Fornero. Il commento di FRANCESCO GIUBILEO

27.05.2013 - Francesco Giubileo
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Il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini (Infophoto)

Nel mercato del lavoro, il governo Letta intende affrontare quattro grandi punti che riguardano la Riforma Fornero. A mio avviso, seppur parte di questi punti raccolgono le richieste della domanda di lavoro, è forte il rischio di non ottenere risultati in termini di contrasto alla disoccupazione e non si può escludere che tali modifiche peggioreranno la situazione occupazionale dei cosiddetti “precari”. In tal senso, come in parte è avvenuto già con le precedenti riforme, si vuole incidere sul sistema regolamentare del nostro mercato del lavoro perché è l’unica voce che non costa in termini di risorse economiche.

Andiamo con ordine. La prima proposta è quella di riduzione degli intervalli di tempo obbligatori tra un contratto e l’altro (oggi 60/90 giorni). Tale riduzione, significa tornare alla situazione prima della Riforma Fornero.Il forte rischio è quello di disincentivare completamente il datore di lavoro all’eventuale assunzione a tempo indeterminato. Il rischio è quello di avere un numero molto alto di lavoratori di “Serie B”, perennemente “atipici”, ovvero con il costante desiderio di passare al “contratto standard”, analogamente a quanto accade in Spagna, dove un numero molto alto di 40enni ha lo stesso contratto “atipico” che aveva 20 anni fa, costituendo una delle generazioni più colpite dalla crisi economica.

In realtà, la discussione sull’intervallo è secondaria e vincolata al secondo punto, ovvero la revisione del cosiddetto “causalone” (l’idea di cancellare definitivamente le specifiche ragioni tecniche/organizzative/produttive che giustificano il ricorso a contratti flessibili). I rischi in questo caso sono effettivamente “devastanti”. Dato l’eccesso di offerta di lavoro (ovvero dei disoccupati), le imprese possono facilmente sostituire i lavoratori piuttosto che attendere la fine dell’intervallo. Questo avviene già in molti call center presenti in Italia, dove l’eliminazione della causale e l’uso improprio di alcuni fondi bilaterali creano un circolo vizioso in cui la formazione ai disoccupati diventa un business delle imprese stesse.

Anche il terzo punto, ovvero la revisione dell’apprendistato, pone non pochi problemi. A parte il fatto di stabilire un record: tre revisioni in tre anni; nel 2011, il contratto di apprendistato a tempo indeterminato è stato il frutto di un lungo e faticoso accordo tra imprese e sindacati. Tuttavia, questo accordo è stato modificato nel 2012, rendendolo un contratto complesso e comunque attualmente poco concorrenziale rispetto agli attuali stage o tirocini. Il rischio è che una nuova riforma dia definitivamente il colpo di grazia a uno strumento che nella realtà non vede il piccolo bottegaio trasmettere il sapere, ma piuttosto la grande distribuzione utilizzare l’apprendista come Addetto al reparto (scaffalista) mascherato da “Carriera Vice-direttore nel supermercato”.

Infine, la possibilità di evitare alle partite Iva di arrivare a una contribuzione effettiva del 33%, seppur condivisibile, presenta un problema: è “ignota” la copertura economica della proposta. Tali contributi finiscono nella gestione separata Inps e non stanno pagando le pensioni di domani, ma servono soprattutto per garantire le pensioni di oggi e l’attivo attuale dell’Istituto previdenziale sempre più in sofferenza e quindi alla ricerca costante di soldi.

Accanto allo scarso effetto che può produrre tale riforma, ricordo che la L. 92/2012 permette alle Parti sociali di discutere su: organizzazione del lavoro; mansione del lavoratore; classificazione e inquadramento del lavoratore; contratti a termine e di somministrazione; disciplina dell’orario di lavoro; modalità di assunzioni e disciplina del rapporto di lavoro. In altre parole, in presenza di concrete opportunità di lavoro, le Parti sociali possono discutere e ridiscutere su tutto. I veri problemi sono altri: costo e creazione di lavoro. Qui non si tratta tanto di cosa realizzare (sull’argomento le proposte e idee sono veramente tante), ma come si possono finanziare queste voci.

Qualsiasi proposta avanzata porrà delle questioni “impopolari”, ma necessarie per generare, si spera, qualche decina di miliardi di euro: sulla base di un criterio di giustizia sociale andrebbero ridotte (fissando anche un “massimale” più basso) le pensioni superiori ai 3000 euro di quei lavoratori che sono entrati nel sistema previdenziale interamente con il modello retributivo e che hanno ingiustamente scaricato sulle generazioni future i costi delle loro pensioni (ovviamente Corte costituzionale permettendo); la vendita di almeno due o più canali della Rai con successiva razionalizzazione delle risorse interne; infine, è necessario una riduzione di quei 160 mila dipendenti che lavorano nei vari Ministeri.

Ovviamente queste proposte possono essere viste come provocazioni e in assenza di un accordo politico molto ampio sono impossibili da realizzare, si pensi che in Sicilia si è creato un caso per un centinaio di lavoratori, in un contesto dove ci sono migliaia di forestali (un numero probabilmente più alto di quello oggi presente in Amazzonia).

Alternative alle proposte possono essercene, ma saranno comunque altrettanto impopolari e non vanno confuse con la riduzione del costo della politica e il contrasto all’evasione fiscale. Il primo (ben venga), moralmente ed eticamente corretto, tuttavia incide pochissimo sulla possibilità di abbassare le tasse; mentre il secondo (basterebbe investire di più nel modello No-Money) è un gettito presunto e non si possono fare riforme su “probabili o possibili” guadagni.

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