GIOVANI DISOCCUPATI/ “I maestri del ’68 ci hanno lasciato senza lavoro”

- int. Roberto Locatelli

La disoccupazione giovanile in Italia continua a salire. Ieri l’Istat ha fatto sapere che a giugno si è attestata al 39,1%. Ne abbiamo parlato con ROBERTO LOCATELLI

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Nonostante l’incedere della stagione estiva, che solitamente regala qualche opportunità lavorativa, cresce la disoccupazione giovanile (15-24anni) e sale al 39,1% (dato riferito al mese di giugno 2013), in crescita di 0,8 punti percentuali su maggio e di 4,6 punti su base annua. Questo è quanto rilevato ieri dall’Istat, che aggiunge che tra gli under 25 ci sono 642 mila ragazzi alla ricerca di un lavoro. Ricordiamo anche il fenomeno dell’inattività (neet – Not in Education, Employment or Training): sono circa 2 milioni (oltre il 22%) i giovani che non studiano e non lavorano. Questo esercito inoperoso di giovani ipoteca, oltre al proprio futuro, circa 26 miliardi di euro l’anno pari al 1,7% del Pil, al netto delle mancate tasse, dei costi indiretti in termini di salute e criminalità, oltre che di perdita di competitività sociale (fonte: Eurofound). IlSussidiario.net ha intervistato Roberto Locatelli (classe 1975), autore del libro “Non è un Paese per giovani. Riflessioni e proposte per la politica italiana”, edito quest’anno da Montedit e presentato di recente a un policy breakfast organizzato dall’Istituto Bruno Leoni.

Il problema occupazionale giovanile – che non riguarda solo occupati e disoccupati ma anche il fenomeno ben più grave dell’inattività – è da anni che esprime numeri preoccupanti. Come mai solo ora istituzioni e forze sociali sembrano accorgersene?

Nella sua domanda vi è già una nota preoccupante, il fatto che solo ora istituzioni e forze sociali “sembrano” accorgersene, ma non abbiamo realmente certezza che sia veramente così. In Italia il problema dell’occupazione giovanile esistono da almeno due decenni. Periodicamente i più svariati centri di elaborazione dati statistici nazionali e internazionali ci mettono di fronte a numeri che certificano un disastro sempre crescente; ma l’attenzione che la classe politica e le forze sociali rivolgono a questo problema non va oltre il chiacchiericcio nei talk-show, senza nessuna reale attenzione alla problematica, senza nessuna seria proposta, senza nessun interesse verso qualsivoglia soluzione di problema che non abbia l’immediato tornaconto in voti o visibilità mass-mediatica.

Nessuna proposta quindi per rispondere a tale drammatico fenomeno…

D’altronde questo problema non interessa minimamente i figli di “lorsignori” – che possono godere di una vasta rete di conoscenze e amicizie altolocate tali da garantirli ampiamente in termini sia di occupazione che di stipendio-, ma solo quelli della plebe. Pertanto è un problema che alla nostra arrogante, provinciale e cinica èlite non interessa, se non, lo ripeto, in funzione di ammiccamento e sfoggio di vanità con finalità elettorali. Il problema dell’occupazione giovanile interessa realmente solo ai giovani direttamente coinvolti che cercano lavoro, e alle loro famiglie, che hanno fatto tanti sacrifici, economici e morali, per garantire, attraverso gli studi, un futuro migliore ai loro figli.

Intanto dall’Europa arrivano 1,5 miliardi di euro per intervenire secondo le linee della Youth Guarantee e quindi, in particolare, attraverso i Servizi pubblici per l’impiego. Crede che ciò possa giovare all’inclusione dei giovani nel nostro mercato del lavoro?

I risultati non si ottengono solamente in virtù dell’ammontare delle risorse economiche messe a disposizione, ma anche in funzione di come le stesse vengono utilizzate, di come è organizzato l’apparato interessato a gestirle. Che si chiamino Uffici di collocamento o Centri per l’impiego poco importa: negli ultimi dieci anni sono meno del 5% le persone che hanno trovato un lavoro passando attraverso i Centri presenti in Italia, aperti solo poche ore al giorno e, in media, per ogni operatore viene gestito meno di un candidato al giorno, oltre al fatto che il personale non è sempre adeguatamente qualificato. Altre sono le fonti più accreditate per la ricerca del lavoro, quali le agenzie di lavoro interinale, le rete di conoscenze amicali e parentali, i concorsi pubblici, il passaparola nell’ambiente di lavoro, internet, giornali e canali universitari.

 

Il momento recessivo della nostra economia e un mercato del lavoro regolato per lo più da logiche familistiche hanno reso particolarmente precario anche il giovane “virtuoso”, che non a caso va all’estero in cerca di fortuna. Quali sono le specifiche difficoltà che i giovani incontrano nel lavoro a seconda della fascia d’età?

 

Il problema dell’accesso dei giovani al mercato del lavoro è legato al fatto che in una società strutturata in clan, lobbies, familismo, tutto improntato al motto “tengo famiglia”, i valori dell’onestà, dell’impegno e del merito sono messi letteralmente sotto i piedi. Un giovane, seppur brillante, senza le adeguate conoscenze, senza spinte, senza infeudarsi in qualche lobbies, difficilmente potrà, per quanto capace, realizzarsi nel mondo del lavoro. Le logiche perverse che sino agli anni Ottanta erano prerogativa del settore pubblico, ora lo sono anche del privato, creando un cortocircuito sociale tale per cui i più capaci, i più meritevoli o sono costretti a emigrare all’estero, da sempre vera patria degli italiani meritevoli, oppure rimangono in Italia a deprimersi e farsi umiliare, stritolati dalla spirale di conoscenze e familismo che regola la vita economica di questo decadente Paese.

 

Chi sono i giovani che hanno più possibilità di salvarsi da questa situazione?

 

Sono proprio i più giovani, quelli sotto i trent’anni, in quanto per lo più non sposati, senza prole e senza mutui sul groppone: loro possono permettersi di essere più liberi di andarsene da questo Paese per cercare la meritata realizzazione professionale altrove. Mentre le generazioni dei trentenni e dei quarantenni, essendo per lo più sposati, con prole e mutuo a carico, sono più vincolati a svolgere la loro vita professionale in questo Paese, sono le generazioni perdute di questo Paese, quelle costrette a trascinarsi stancamente e con fare demotivato in un mondo del lavoro avaro di soddisfazioni e opportunità.

 

Come scrive Massimiliano Del Duca nella prefazione del suo libro, “appurato che il male italiano viene da lontano”, come all’interno della nostra società i giovani sono stati sempre più marginalizzati?

 

Come per altre fasce d’età, anche i giovani sono strumentalizzati da chi detiene anche solo un pezzettino di potere in questo Paese. I giovani negli ultimi decenni sono stati abbindolati e strumentalizzati da chi giovane non era più da un pezzo: come pifferai magici hanno fatto credere che esistesse per loro un mondo fatto di diritti e non di doveri, dove l’agognato “pezzo di carta” conquistato a tutti i costi in qualche modo sarebbe stato la panacea per ogni male, avrebbe aperto le porte a un futuro migliore, senza fatica, senza responsabilità. E questi pifferai li capisco, sono i reduci della “meglio gioventù” sessantottina che hanno vissuto non solo la loro giovinezza, ma anche gran parte della loro vita senza fatica, imbucati in uno dei mille uffici inutili che compongono l’elefantiaco e parassitario apparato pubblico italiano.

 

E che modelli si sono riversati sui loro figli?

Ai giovani prospettano solo l’incoscienza eterna, la fanciullezza perpetua, ingannandoli e strumentalizzandoli, facendo così il loro male, perché da parte dei giovani vi deve essere la consapevolezza che la loro giovane età è fatta per prepararli alle difficoltà e responsabilità del diventare adulti, e quanto più tardi prenderanno coscienza di ciò, tanto peggio sarà per loro. Ecco perché sono marginalizzati, perché li si vuole far vivere nella perenne irresponsabilità, nella quale l’unico valore condiviso è il consumismo: un giovane non vale più in quanto con la sua persona, con il suo agire, con il suo vivere quotidiano è portatore di valori e qualità, ma quanto alla sua capacità di spendere, di consumare.

 

Chiarito che non sarà la politica a risolvere il problema giovanile, da dove possono arrivare delle autentiche risposte?

 

Concordo con l’incipit della sua domanda: la politica non risolverà il problema dell’occupazione giovanile; tuttavia se il danno provocato dalle scelte o non scelte dei nostri politici si fermasse qui, sarebbe il meno peggio. Purtroppo, l’azione politica dei nostri governanti il più delle volte danneggia e deprime il mondo del lavoro, soprattutto per chi intende farne parte per la prima volta. Alla politica non è chiesto di creare direttamente posti di lavoro, bensì di favorire l’attività imprenditoriale (rivedendo tutto il sistema fiscale e burocratico che grava sui reali produttori di ricchezza, gli imprenditori), la quale a sua volta avrà come logico sbocco l’assunzione e l’occupazione, anche e soprattutto giovanile.

 

E quindi?

 

Credo che le risposte non potranno che venire dalla spinta di ogni singolo individuo nel volere che onestà, impegno e capacità siano il miglior biglietto di presentazione di fronte alla collettività. Quando una società fa proprio questo modo di vedere le persone, di premiare le persone, non importa più se sei ricco o povero, se sei diplomato, laureato o niente, importa quello che tu sei e sai fare, quanto puoi essere utile alla società con le tue capacità, la tua voglia di fare e di migliorarti. Credo che qualsiasi problema, prima che essere analizzato nei suoi aspetti empirici, debba sempre essere analizzato sotto l’aspetto culturale: è importante valutare quali sono i valori-guida di una società per sapere quali correttivi adottare in concreto. In definitiva, i giovani non sono né il problema, né un problema, semmai devono imparare nell’età della giovinezza i veri valori che dovranno poi guidarli nella vita di tutti i giorni, e la nostra società occidentale, tutta immagine, cinismo e consumismo, non è certamente educativa in tal senso.

 

Cosa consiglierebbe a un giovane animato da grandi propositi e aspirazioni per il lavoro?

 

A oggi, se dovessi dare un consiglio a un giovane riguardo il mondo del lavoro gli direi: “Lascia l’Italia, in fretta! Tornaci per le ferie, per l’arte, il cibo, ma non azzardarti a voler vivere e realizzarti professionalmente qui. Lascia l’Italia, in fretta, questo non è un Paese per giovani!

 

(Giuseppe Sabella)

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