RIFORMA PENSIONI/ Giovannini pensa al taglio delle pensioni d’oro per aumentare le minime

- La Redazione

Il Ministro del Lavoro Enrico Giovannini ha affidato ai tecnici il compito di analizzare le proposte su una possibile riforma che vada a ridimensionare le pensioni più alte.

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Il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini (InfoPhoto)

Uno dei problemi maggiori del nostro Paese è venuto a galla all’indomani della riforma delle pensioni targata Fornero, con le proteste dei più giovani e dei ceti meno abbienti. Le cause della scelta dell’ex ministro del Lavoro devono però essere ricercate nella negligenza dei governi precedenti che hanno lasciato al Governo Monti una pesante eredità. Come scrive Il Corriere della Sera, Enrico Giovannini sta avviando i lavori per cercare di riequilibrare le pensioni d’oro con quelle più basse e ha affidato il compito ai tecnici affinché si opti per una scelta che faccia fronte a questa fragile situazione. Il Ministro del Lavoro è convinto che in un momento di sacrificio come questo sia arrivato il momento per una rivisitazione del metodo retributivo del quale si avvale ben il 90% della popolazione. L’altro sistema in vigore, che vale principalmente per i giovani, calcola l’assegno di pensionamento in base ai contributi versati durante tutta la vita lavorativa. Le regole del vecchio sistema retributivo, valide per le persone che lavorano da prima del 1996, prevedono invece una pensione proporzionata allo stipendio: un miraggio per i ragazzi di oggi. Il problema però è venuto a galla ben prima che scoppiassero le proteste per la riforma Fornero. Già dal 2001 la Commissione sulla spesa previdenziale aveva avviato uno studio prendendo come campione 35 categorie e aveva costatato che ognuna di queste si avvaleva di pensioni che però non erano coperte dai contributi versati.

Una pezza a questa situazione, è stata cucita appunto dall’ex Ministro del lavoro che ha optato per il calcolo contributivo pro-rata, dal quale prima del 2012 non rientravano le persone, con 18 anni di contributi versati, che avevano iniziato a lavorare prima del ’96. Di recente Giuliano Amato ha abbozzato un progetto di redistribuzione che prevede la creazione di un “fondo comune per l’equità previdenziale” in favore delle pensioni più basse. Secondo il disegno dell’ex premier, il fondo dovrebbe essere alimentato dai contributi dei lavoratori e da parte di quelle persone che beneficiano delle cosiddette pensioni d’oro (senza incappare in sentenze sfavorevoli della Corte Costituzionale). Questa delicata operazione servirebbe a garantire un minimo di retribuzione a tutti quelli che faticano ad arrivare a fine mese con un misero assegno. 

Dagli scranni di Scelta Civica Pietro Ichino è pronto a dar battaglia con una proposta volta anch’essa a ridimensionare quelle somme elargite così generose rispetto ai contributi versati. Tra gli esponenti del Pd si pensa invece a un taglio del 10% sulle pensioni che vanno oltre i 3.500 euro. Giorgia Meloni ha già proposto in giugno una legge che prevede di rivisitare gli assegni superiori a 10 volte il minimo della media nazionale (ossia un cifra che si aggira attorno ai 5000 euro), ritenendo legittime pensioni di valore superiore solo nel caso siano stati versati i contributi che abbiano raggiunto tale cifra.

Uno dei problemi maggiori in cui si potrebbe incappare per la stesura di una nuova legge, ricorda il quotidiano di via Solferino, potrebbe essere rappresentato dalla mancanza di dati digitali per ricostruire la vita lavorativa dei contribuenti: per quanto riguarda il settore privato la digitalizzazione è inizia nel 1974, in quello privato i dati sono disponibili dal 1996.

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