IL CASO/ Mamme, un’altra impresa da soffocare per lo Stato?

Sempre più donne lasciano un impiego da dipendente per conciliare il lavoro con la famiglia. DAVIDE ROSATI spiega come interpretare il fenomeno, valutandone pro e contro

22.09.2013 - Davide Rosati
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In Europa si sta diffondendo molto rapidamente il fenomeno delle mamme imprenditrici, cioè di quelle donne che dopo la prima o la seconda maternità scelgono di lasciare una posizione di lavoro dipendente per un lavoro autonomo. La scelta non appare semplicemente quella di chi vuole realizzare un sogno, ma assume sempre più le caratteristiche di chi cerca un’alternativa per poter armonizzare la propria vita professionale con quella familiare. Le chiavi di lettura del fenomeno sono molteplici, ma proviamo ad approfondire quelle più interessanti.

Innanzitutto il fenomeno rende sempre più evidente la frattura (che sta diventando un abisso) tra l’attuale organizzazione del lavoro e le esigenze della vita familiare. La prima è sempre più di stampo individualista e con una crescente rigidità nei confronti delle donne, in particolare su quelle cui gravano i maggiori oneri di cura. Anche la vita familiare, nel doversi adattare alla vita moderna, vede crescere la complessità dei propri bisogni e diventa via via più complicato trovare risposte e soluzioni.

In questo senso, la via dell’autoimprenditorialità femminile rappresenta certamente una possibile risposta, in quanto tende a ridurre questa complessità, aumentando i gradi di libertà delle donne e riducendo la rigidità dell’organizzazione del lavoro. Questo grazie alla capacità di acquisire maggiore autonomia nella gestione del proprio tempo, o quanto meno di riuscire ad adattare il proprio lavoro ai tempi imposti dalla vita familiare. In termini politici, questo sottolinea che il vero problema della conciliazione famiglia-lavoro è legato alla rigidità dell’organizzazione del lavoro e non tanto alla disponibilità di servizi, siano essi di natura pubblica o privata.

Un’altra chiave di lettura è l’effetto crescita che questo fenomeno può innescare. Questo effetto è legato non solo alla capacità di creare nuovi posti di lavoro, ma anche alla liberazione della creatività delle donne e della loro capacità di moltiplicare il valore aggiunto su beni e servizi prodotti. Non ultimo vi sarebbe anche il beneficio di carattere sociale che questo fenomeno può determinare, grazie all’innalzamento del capitale sociale che si produce con il miglioramento della relazionalità famigliare.

Poiché su temi complicati come questi non è mai possibile identificare soluzioni miracolose, è necessario però evidenziare anche alcuni aspetti negativi. In primis, non va sottostimato che ogni attività imprenditoriale ha una propria aleatorietà e non è così automatico che ogni impresa avviata sia destinata al successo. Purtroppo, i numeri dicono il contrario, vista la notevole mortalità delle imprese italiane, soprattutto in questa fase storica.

Sempre per stare alla realtà e alla sua complessità, un’attività in proprio ha momenti di picchi di lavoro e impegni che, seppur relativamente programmabili, tendono ad assorbire la madre imprenditrice oltre il normale. In questi periodi la madre avrà comunque l’esigenza di ricorrere ad aiuti esterni, possibilmente legati alle proprie reti parentali. In quest’ottica, essendo le esigenze molto variabili e tendenzialmente non continuative, appaiono interessanti le soluzioni come quella dei congedi parentali flessibili per il padre o per i nonni (come già sta sperimentando la Germania).

A mio avviso, la chiave di lettura più interessante è questa: il fenomeno delle mamme imprenditrici dice sostanzialmente che laddove non arriva il sistema a rispondere alle esigenze delle famiglie, sono costoro che si inventano e reinventano soluzioni, affermando il primato delle relazioni e della vita familiare. Una sua diffusione sarebbe certamente un nuovo stimolo a ripensare e quindi riformare l’attuale sistema del lavoro in un’ottica sempre più family friendly e in grado di riconoscere e valorizzare il ruolo delle donne che scelgono la maternità, ma allo stesso tempo non vogliono lasciare il lavoro.

Infine, questo fenomeno riporta all’attenzione della politica il tema della sussidiarietà. Dell’esigenza cioè che davanti al tentativo di rispondere autonomamente ai propri bisogni, ci sia uno Stato che diventa alleato di queste donne e garantisce loro non necessariamente di aiutarle, ma almeno di non remare contro. Ecco allora che emergono alcune domande sul nostro sistema.

È in grado di garantire pieno supporto a queste donne che fanno una scelta di libertà e si caricano totalmente del rischio di questa scelta? Riuscirà a valorizzare questa formula imprenditoriale, senza caricarla di ulteriori problematiche e riconoscendo il contributo allo sviluppo che essa offre? Se le risposte fossero positive, questo fenomeno sarebbe certamente un’opportunità per il nostro Paese.

Viste le rigidità e le resistenze del nostro sistema permettetemi qualche dubbio. Certo che sarebbe una bella boccata d’aria fresca vedere qualche iniziativa in tal senso, visto che da un anno, per quieto vivere, di famiglia non se ne parla più in questo Paese.

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