RIFORMA PENSIONI/ I consigli non richiesti al nuovo commissario Inps

- Giuseppe Pennisi

Il cambio di vertice all’Inps, che dovrebbe portare a un cambiamento della governance, è una buona occasione, spiega GIUSEPPE PENNISI, per riflettere sulle pensioni in Italia

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Il Governo non ha nominato ancora il Commissario all’Inps che, secondo le indiscrezioni di questi giorni, avrebbe un mandato limitato nel tempo per preparare la nuova governance dell’Istituto. È probabile che la nomina avvenga nei prossimi giorni; ciò che avviene all’istituto crea incertezze e tensioni tra gli italiani, sia i 20 milioni di pensionati che tutti gli altri – i quali , bene o male, sperano di fruire un giorno di un assegno previdenziale anche loro.

Suggeriamo a chi sarà “l’eletto” che l’Inps abbandoni una volte per tutte l’idea velleitaria di entrare nel campo della previdenza complementare e concentrarsi a rendere migliori e più spediti i servizi ai pensionati. È antipatico citare esempi personali: mia moglie ha dovuto attendere tre anni (e un mio intervento diretto nei confronti dell’ex-plurimpegnato Presidente, forse occupato a scrivere la tesi di laurea) perché la sua modesta pensione venisse liquidità. Il sistema informatico Inps è un vero caos: non credendo alle proteste di sindacalisti del Cnel (di cui sono componente) ho provato anche io a utilizzarlo per il mio trattamento di “gestione separata”: due giorni al computer e l’aiuto (da remoto) di funzionari Inps non sono bastati per avere l’informazione e attivare la procedura. Ancora non ne conosco gli esiti.

È invece il momento migliore per rendere efficiente la macchina. La diminuzione in Italia delle richieste di pensioni di anzianità durerà ancora a lungo, non solo a ragione delle ultime riforme ma perché parte di una più vasta tendenza, in gran parte risultato della recessione; lo testimonia uno studio di Yuriy Gorodnichenko, Jae Song, and Dmitriy Stolyarov per l’Istituto tedesco di studi del lavoro. Negli Stati Uniti, secondo un altro studio, gli ufficiali in procinto di andare in pensione optano per un trattamento ridotto al fine di ottenere la capitalizzazione in una somma unica dei loro versamenti e far fronte, in gran misura, ai colpi della recessione sui loro investimenti immobiliari.

L’Inps ha il compito di amministrare le pensioni in base alla normativa in vigore, ma chi ne è alla guida è spesso un ascoltato consigliere del Governo in materia di politica previdenziale. In queste settimane si è parlato molto di pensioni “d’oro” e “d’argento”, dando l’impressione che fossero se non il principale problema, almeno uno dei principali nodi del sistema previdenziale italiano.

Per questo motivo, diamo un secondo suggerimento sia al Commissario (chiunque ella o egli sia) che ai leader delle principali confederazioni sindacali: leggere attentamente il volume “Reforming Pensions in Europe: A Comparative Country Analysis”, pubblicato dall’European Trade Union Institute, il centro di analisi e ricerca costituito dai maggiori sindacati europei; chi avesse difficoltà a reperire lo studio ne chieda una versione e-book, a mio nome, ai due autori David Natali (natali@ose.be) e Furio Stamati (stamati@ose.be), due economisti dell’Observatoire Social Européen – non certo vicini quindi a pensionati “d’oro” o “d’argento”.

Il volume analizza l’impatto della crisi economica sulle pensioni tramite uno studio generale relativo all’Unione europea a 27 e un approfondimento su campione di otto Stati che rappresentano differenti modelli previdenziali europei: a) l’Irlanda e il Regno Unito; b) la Slovenia e la Polonia; c) l’Italia, la Francia; d) la Finlandia e la Svezia. La scelta non è a caso: ciascuna coppia di Stati è rappresentativo di uno stadio differente raggiunto verso previdenze “a più pilastri” partendo da schemi concettuali differenti.

In primo luogo, quale che sia la “famiglia previdenziale” a cui si appartiene, gli otto Stati hanno seguito percorsi analoghi, pur con provvedimenti le cui specifiche differiscono da Stato a Stato: in una prima fase (2009-10) hanno introdotto misure anticicliche per favorire la crescita e rendere quindi maggiormente sostenibile la spesa pubblica (anche quella previdenziale), mentre dal 2010 hanno adottato politiche di austerità in gran misura mirate alla previdenza (modifica, o anche congelamento, dell’indicizzazione, aumento dell’età minima per andare a riposo, maggiore corrispondenza tra contributi versati e spettanze). In secondo luogo, in questo quadro, l’Italia viene mostrata come un esempio da seguire: “Data la lunga transizione del sistema previdenziale pubblico italiano e la relativa immaturità di fondi pensioni, e tenendo conto del dualismo del mercato del lavoro italiano, la spesa pubblica previdenziale sta stabilizzandosi e occorre puntare sulla previdenza complementare”. È importante che a dirlo sia il braccio di ricerca dei sindacati europei non di banche, di finanziarie e di assicurazioni.

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